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Cous Cous Klan: la potenza e l’aridità di un’umanità instabile e fragile

Sono personalità complesse, fuori dal comune, tormentate da dolori repressi, incapaci di sovvertire l’ordine ingiusto delle cose, i personaggi che animano, abitano e compongono “Cous Cous Klan”, l’irriverente, drammatico e stupefacente spettacolo della compagnia Carrozzeria Orfeo, in scena al Piccolo Eliseo.Si aggirano tra baracche, roulotte fatiscenti e macchine abbandonate, in una sorta di oasi di diversità, un ultimo baluardo in cui si sono rifugiati coloro che hanno perso tutto, dando vita a un’enclave di disperazione dove si respira un’aria di normalità e quotidianità, creata per proteggersi da un mondo distopico in cui l’acqua è stata privatizzata da un governo che non permette a nessuno di avvicinarsi a fonti o sorgenti. In questa aridità fisica e morale, il depresso e cinico Caio, suo fratello sordomuto e omosessuale Achille e sua sorella Olga, sovrappeso, con un occhio solo e alla ricerca ossessiva di un figlio, hanno trovato una dimensione di stabilità in un parcheggio abbandonato, lottando ogni girono per sopravvivere alla mancanza di cibo, acqua e povertà crescente che li allontana sempre più dal ceto dei ricchi, che vivono al di là del filo spinato. Con loro, nella roulotte accanto, c’è Mezzaluna, un immigrato musulmano, fidanzato con Olga, nonostante l’avversità razzista che i fratelli nutrono nei suoi confronti. A scardinare e movimentare l’apparente quiete di questa micro-comunità subentrano dapprima Aldo, un elegante pubblicitario caduto in disgrazia per aver tradito la moglie con una minorenne, e poi, in particolar modo, Nina, una ragazza stravagante, misteriosa e ribelle, che nuda, nel cuore della notte, arriva a portare scompiglio, ma anche speranza e un piano che potrebbe dare una svolta fondamentale alle loro misere esistenze. 

Gabriele Di Luca intesse una drammaturgia che fonde con equilibrio e potenza, l’estrema ironia e il dramma più crudo. Si ride a crepapelle grazie a battute divertenti, scomode, scorrette, dietro le quali si nascondono le atrocità più nere.
In tutto lo spettacolo, sotto pelle, aleggia il male, una condizione di povertà morale e materiale, di sfiducia nei confronti del mondo e dell’altro, un’ oscurità alla quale ci si è abituati e si sta comodi.
I protagonisti si lamentano, vorrebbero cambiare, migliorare, eppure quando stanno per riuscirci i loro retaggi interiori, la loro durezza, il loro passato, non glielo permettono.
L’avvento di Nina, però, li porta in un certo modo a guardarsi dentro e a guardarsi l’un l’altro, a sentirsi almeno per poco un clan, una famiglia, e a comprendere che insieme potrebbero essere più forti di tutto e tutti. Ma la ragazza è come una stella cometa, porta luce, indica una via che sta a loro percorrere e poi si dilegua, lasciandoli soli con le loro scelte e con i suoi doni. couscousklan 1024x684
Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi e lo stesso Di Luca, dirigono una pièce che probabilmente si può classificare come una delle migliori del panorama teatrale contemporaneo, con una scrittura dirompente che scuote, colpisce, affonda, diverte, lasciando un senso di amaro in bocca, una fiamma che brucia e invita a guardare oltre le apparenze. Prendono spunto dalla realtà circostante, dalle tematiche del razzismo, dell’omofobia, dell’omologazione, del radicalismo islamico, dei casi dei preti corrotti e immorali, di governi alla deriva, dalla condizione di disagio che ammanta la società odierna, restituendo la fotografia di un’umanità rassegnata e vinta.
“Cous Cous Klan” è uno spettacolo realista, quasi verista, in cui si insinuano inserti di surrealismo e assurdità, dove tutto si muove sul filo dell’equilibrio, a partire dai dialoghi feroci in bilico tra divertimento e commozione, sublime e banale, provocazione e riflessione. Comico e tragico si mescolano in uno stile unico e inconfondibile a tratteggiare le debolezze, le tensioni, la miseria affettiva dei personaggi. Sono tutti alla ricerca di un qualcosa o qualcuno che colmi una significativa mancanza d’amore: Achille del misterioso speaker di Radio Clandestina, Olga del figlio che non ha mai avuto, Nina della madre, Aldo della perduta stima dei suoi familiari, Caio una persona che infranga la sua rigida corazza. Ognuno è dominato da tratti caratteristici e distintivi, da menomazioni fisiche e morali, che tratteggiano identità instabili e fragili rese impeccabilmente, in maniera incisiva e con una bravura disarmante, dagli interpreti (Angela Ciaburri, Alessandro Federico, Pier Luigi Pasino, Beatrice Schiros, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi), in grado di dare voce e corpo alle situazioni più assurde, più ironiche e più drammatiche, senza mai perdere quella credibilità e quella tensione che si fa crescente, andando a scandire un ritmo incalzante, avvincente, entusiasmante.
Una drammaturgia pop che ritrae l’eterno fallimento del mondo e l’incontro più difficile da sopportare: quello con se stessi. La componente filosofico-esistenziale sposa, dunque, l’ironia più esasperata, la risata si amalgama al pianto, all’adrenalina di un piano da “supereroi” e alle nevrosi, a comporre una composto drammaturgico che, proprio come un cous cous, fonde alla perfezione diversi e contrastanti gusti e sapori.
Uno spettacolo potente teso tra il bene e il male, che si fronteggiano in una eterna lotta, dove a trionfare non sono nell’uno e nell’altro, bensì la speranza. Sono tutti dei vinti, ma bagnati da quell’acqua che all’improvviso sgorga dall’alto, simbolo di purificazione e di liberazione, poiché, alla fine, il bene vince sempre, anche quando il buio ha mietuto vittime e provocato ferite.

Maresa Palmacci 11-01-2019

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