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Bowie, il genio folle del rock: il tributo di Verdone e Assante allo Spiraglio Film Festival 2016

Negli anni ’70 David Bowie non aveva fan. Aveva accoliti ossessivi, discepoli ventenni che compravano ogni suo disco, ne imitavano i gesti, ne copiavano vestiti e taglio di capelli. The Man Who Sold the World (1971), l’album che creò la sua reputazione, aveva di fatto seppellito il timido menestrello folk degli esordi in favore di un rock sensuale e ambiguo, fatto di lustrini e paillettes, boa di piume e rimmel, capigliature fiammeggianti e tutine spaziali. «Rock’n’roll col rossetto», lo ribattezzerà John Lennon, e non potremmo pensare a una definizione migliore per descrivere la cover dell’album, che mostrava Bowie adagiato su un divano, in abito femminile di satin, con una mano che lasciava cadere l’ultima carta di un mazzo sparso per terra e l’altra che giocava coi fluenti riccioli biondi. Erano i primi segnali del travestitismo e dell’ambiguità sessuale e schizoide che sarebbero diventati il suo marchio di fabbrica. Sulla Terra era caduto un alieno androgino dalla gestualità studiata (grazie agli insegnamenti di Lindsay Kemp) ma ancora acerbo, pronto a “vendere il mondo” (o, al limite, a vendersi ad esso) con le sue canzoni imbevute, tanto nei testi quanto nel suono straziante della chitarra di Mick Ronson e nella voce isterica di Bowie, di cupo nichilismo e psicosi da incubo. Sul terreno dei turbamenti che affliggevano il mondo di Bowie nel 1969, l’album esplora, infatti, la sottile linea di confine tra sanità mentale e follia, alludendo in diversi brani alla storia di pazzia della sua famiglia (in particolare, per parte di madre): la zia Una, malata di depressione, fu sottoposta all’elettroshock e morì prima dei 40 anni; un’altra zia, Vivienne, ebbe un attacco schizofrenico; e una terza, Nora, fu lobotomizzata come rimedio alle sue “crisi di nervi”. Ma l’esperienza di Bowie con familiari colpiti da malattie mentali fu traumatica soprattutto a proposito del fratellastro Terry Burns, internato nel manicomio londinese di Cane Hill in quegli anni e morto suicida nel 1985. Bowie lo avrebbe rivelato più tardi: andava a trovarlo perché gli era molto affezionato, perché in lui rivedeva se stesso, le proprie fragilità interiori, e ne era terrorizzato. Temeva di fare la stessa fine, di sentire quelle voci martellanti dentro la testa che avrebbero spinto Terry a buttarsi sotto un treno (Jump They Say, 1993). Ma che, in fondo, la sua convinzione intima fosse che i veri pazzi sono i sani di mente lo rivela la ballata acustica a lui dedicata, All the Madmen (1971), dove il suo punto di vista sembra coincidere con quello di Terry: «’Cause I’d rather stay here / With all the madmen / Than perish with the sadmen roaming free / And I’d rather play here / With all the madmen / For I’m quite content they’re all as sane as me». Lo si capisce anche dalla gioia e dall’abbandono con cui si lancia nell’infantile “coro dei matti” che chiude il pezzo: «Zane, Zane, Ouvre le Chien», stravolgimento in pseudo-francese di “sane”, mentre “ouvre le chien” fa forse riferimento al film surrealista di Luis Buñuel e Salvador Dalì, Le Chien Andalou, che si apre con la famosa scena del taglio dell’occhio con un rasoio, usata probabilmente come sfondo ai concerti del 1976.
Potremmo dire che la pazzia fece parte del DNA di buona parte del rock britannico anni ’70 e che la via del connubio eccesso/creatività fu costellata di esistenze dannate anche più di quella di Bowie, segnate dall’abuso di droghe o dal tracollo mentale, come nel caso di Syd Barrett dei Pink Floyd, che portò avanti per molti anni una dieta a base di LSD e marijuana fino all’allontanamento dal gruppo, o di Pete Townshend dei Who, che dopo una dose di acidi al Monterey Pop Festival del 1967 ebbe una crisi creativa totale. Bowie assorbì molte di quelle influenze, diventando lui stesso incarnazione di tutte le fascinazioni e contraddizioni del rock, reinventandosi continuamente, passando da un alter ego all’altro: Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Duca Bianco. Ogni nuova personalità diventava come una nuova pelle o come una maschera condannata all’innovazione dalla quale diventava sempre più difficile uscire. Eppure, malgrado si sia sempre mantenuto sul crinale rischioso tra sanità e malattia mentale, non oltrepassò mai la soglia della pazzia, o meglio, la cavalcò sublimandola in un’arma, quella del genio creativo, capace di combattere qualunque demone interiore.
Detto ciò, non stupisce allora che a pochi mesi dalla scomparsa, il tributo annuale dello Spiraglio Film Festival della Salute Mentale sia stato riservato nell’ultima edizione (la sesta) al grande musicista inglese. A raccontarne ossessioni e metamorfosi, contaminazioni e incursioni nel cinema e nelle arti visive, sono intervenuti lo scorso venerdì 1° aprile, in una serata speciale al MAXXI dal titolo Eroi, ribelli e marziani, due fan d’eccezione: l’attore e regista Carlo Verdone e il critico musicale Ernesto Assante. Il 9 gennaio Verdone, all’uscita dell’ultimo album, Blackstar, aveva appena espresso su Facebook la propria ammirazione per il ritorno del gigante del rock che la notizia della morte il giorno dopo ne oscurò immediatamente l’entusiasmo. «Ero incredulo, sconvolto, presi a telefonare agli amici per condividere un senso di smarrimento, di lutto. Per me il vero rock ha i capelli bianchi e con Bowie si è chiusa davvero un’epoca. Era un artista sperimentatore di talento, capace di collaborazioni uniche con artisti del calibro di Scott Walker e Brian Eno». Ma Bowie era anche un appassionato d’arte, come aveva avuto modo di scoprire quando lo incontrò insieme alla moglie Iman a casa di Gianni Versace dopo un concerto al Teatro Smeraldo di Milano nel 1991: «mio padre era un critico d’arte esperto di Futurismo e glielo dissi, lui rispose parlandomi di Prampolini e Depero, mica dei più famosi Balla o Boccioni. Io quasi non ci credevo: quanti conoscono Prampolini? Poi scoprii che ogni anno si prendeva 2-3 mesi per girare l’Inghilterra con un professore di storia dell’arte». Bowie fine e colto a 360 gradi, insomma, ma anche artista inautentico fino all’ultimo, apertamente e incessantemente teso verso la finzione ad ogni costo. «Non ha mai fatto finta di essere se stesso, ha usato in maniera spregiudicata e artificiosa la propria immagine, ha fatto arte con la sua stessa dannazione», ha commentato Assante, che ha aggiunto: «Non conosco nessun altro musicista dei nostri tempi che abbia messo in scena la propria morte come un’opera d’arte, che sia arrivato a tanto. Nel videoclip di Lazarus, con Bowie confinato a letto, gli occhi neri disegnati sulle bende, l’aria di chi sa cosa l’aspetta, c’è sì disperazione, ma anche tanta voglia di fare spettacolo nonostante il poco tempo da vivere». In ogni storia, vera o di finzione, alla fine però cala sempre il sipario. E allora lo vediamo sparire il trasformista folle del rock, silenzioso dentro un armadio che si chiude per non riaprirsi più.

Valentina Crosetto, 04/04/2016

All the Madmen: http://bit.ly/1N2Dg7a 

Jump They Say: http://bit.ly/1SMbq52 

Lazarus: http://bit.ly/1ZP9yfl 

Foto 3: gli ambienti in rovina del Cane Hill Hospital di Londra chiuso nel 1991

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