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“You and I”: Jeff Buckley è più vivo di noi

Apr 12

"There’s a moon asking to stay long enough for the clouds to fly me away."
Che “Grace” (1994) e le sue dieci tracce siano un capolavoro volato fra le nuvole è cosa innegabile. Che la scomparsa precoce di questo talento americano abbia privato noi e la luna della speranza di vederlo superato, pure. Ma che un album postumo, qual è “You and I” (2016), riuscisse a toccare così nel profondo il nocciolo emotivo dell’orecchio, è inaspettato.
Dopo aver, infatti, fatto fruttare a oltranza i vari live/remake/riedizioni/compilation, arriva dalla Columbia Records un disco con le prime incisioni inedite del cantautore più bohemien degli States, risalenti al 1992 e ritrovate dalla madre: otto cover e due brani originali in acustico, “Grace” e “Dream of You and I”. E ciò che riappare alle nostre orecchie è quel mondo sonoro folk e penetrante, dalla voce tormentata e intensa ma allo stesso tempo così fragile come solo quella di Jeff sapeva essere.
Le cover sono sempre una stretta al cuore: già in “Grace”, “Halleluja” aveva stregato una generazione intera. Qui, “Just like a woman” di Bob Dylan apre le danze e dischiude le anime. Buckley ha mostrato ancora una volta come si possa assorbire gli intenti di un autore senza diventarne un doppione, come sia possibile darvi nuovo respiro e nuova anima. E’ dolce, da lacrime agli occhi, è soffice, è un cuscino da abbracciare e dove affondare, tra gli accordi di una chitarra.
Seguono poi la struggente “Don’t let the Sun catch you cryin” di Louis Jordan, il tocco blues di “Poor Boy Long Way From Home” che spezza il clima di tensione emotiva, la pulizia di “Night flight” dei Led Zeppelin. L’alternative brit rock dei The Smiths è quello più di ogni altro nelle corde del cantautore: ne sono prova le magiche riproposizioni di “The boy with the thorn in its side” e soprattutto “I know it’s over”.
E proprio con quest’ultima ballad si chiude il disco, riafferrando prepotentemente la bellezza totalizzante della prima canzone, riprendendosi la potenza evocativa e malinconica con cui tutto era cominciato.
Jeff Buckley è morto la notte del 29 maggio 1997 ma la sua voce è qui, è attuale, è presente, ancora capace di fare vivere quei sentimenti che tentiamo sempre più di sotterrare, di tenere nascosti. Il suo intimismo è in grado di risvegliarci, di fare recuperare il contatto con una realtà che non sempre sorride, che non sempre è allegra, che non sempre avrà 100 mi piace su Facebook e 2000 followers. Ma che è quella più vera e più profonda.
Jeff Buckley è morto, ma è morto dopo aver mostrato a tutti, in primis a se stesso, di essere consapevole di ogni parte di sé, di ogni piega delle sue emozioni. E’ morto pieno di vita.
Well, it’s my time coming, I’m not afraid to die.
Potremo dire lo stesso noi, dal pulpito della nostra brama di una dittatura della felicità, totalizzante e insaziabile?

Giulia Zanichelli 12/04/2016

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