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Un musicista “degenerato”: a Santa Cecilia concerto in memoria di Robert Kahn

Feb 16

“Anche la Bellezza è destinata a morire!
Lei che avvince uomini e dei,
non riesce a commuovere l'animo ferreo
di Zeus stigio.
Soltanto una volta l'Amore intenerì il
signore delle ombre,
E tuttavia sulla soglia, spietato, reclamò
indietro il suo dono” (“Nänie”, Friedrich Schiller)

Poco distante dalla dodecafonia di Schoenberg, aggrappato agli ideali e all’estetica romantica. Si inserisce in questo crinale la figura di Robert Kahn, compositore tedesco riscoperto in concerto dal pianista Mauro Arbusti al Conservatorio Santa Cecilia di Roma lo scorso 12 febbraio.
Grazie al contributo del baritono David Greiner, pronipote diretto del compositore, della pianista Marina Cesarale, di Alessandro Marini al violino e di Francesco Marini al violoncello, Arbusti fa assaporare al pubblico romano alcuni cicli liederistici di Kahn, regalando anche una prima nazionale: quella dei “Jungbrunnen”, sette lieder composti mettendo in musica “L’Elisir della Gioventù” di Paul Heyse.
Nato e cresciuto a cavallo tra XIX e XX secolo, nel 1919 Kahn viene eletto membro della Konigliche Akadmie der Kunste (Accademia Reale delle Arti) di Berlino. Poi l’oscurantismo nazista, che vieta le sue pubblicazioni e l’esecuzione delle sue opere, inserite nella lunga lista dell’Entartete Musik, la musica degenerata. Il lirismo e l’armonia che caratterizzano le 37 raccolte di Lieder si accompagnano a un uso del testo diverso dai suoi contemporanei e dal suo principale maestro, Johannes Brahms. Nelle composizioni kahniane, infatti, i versi si intrecciano profondamente con la struttura musicale, che non funge da mero accompagnamento bensì da completamento dell’espressione poetica. Una sorta di continuazione, in chiave romantica, di quel trattamento drammatico tanto caro a Johann Sebastian Bach.
Costruito su sezioni vocali e intermezzi puramente strumentali, il concerto dà un assaggio dei temi musicati da Kahn; dall’amore (“tu sei la rosa del mio amore/sul prato che è il mio cuore”, i versi di Ruckert), alla morte fino al ricordo – è, di fatto, un’operazione che celebra lo statuto della memoria – fino ad ambientazioni quasi pascoliane o pastorali, come ne “La sera” e nei lieder sull’Elisir: “Addormentatemi, dolci/canzoni degli uccelli! Sparite, folle pene;/buona notte, cuore selvaggio!”. Arbusti mette in piedi un’operazione filologica apprezzata anche dal pubblico in sala, che al termine della narrazione chiede a gran voce un bis. Come scriveva Hannah Harendt, “nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare”.

Daniele Sidonio 16/02/2016

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