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Un guitto con la tosse: Bobo Rondelli canta Piero Ciampi al Parco della Musica

Apr 09

Me ne andai verso il mare,
a cercare un ricordo,
a trovare un passato,
di quando era tempo d’amare
(Piero Ciampi, Sul porto di Livorno)

Ce l’ha fatto vedere sul serio, alla fine. Ce l’ha fatto sentire, immaginare, gustare, ce l’ha fatto bere a piccoli sorsi, come la bottiglia di vino accanto al microfono, che piano piano si è svuotata di ricordi da consolare. Alla fine Bobo Rondelli ce l’ha fatto vedere sul serio Piero Ciampi.
È come l’amico che vorresti a ogni festa. È quello “un po’ beone un poco artista, compagnone nato triste” che racconta dell’anima sua bruciata e della sua città illuminata dalle lampare, delle vie romane in cui abitavano Ciampi, intellettuale e genio squattrinato, e Moravia, intellettuale conclamato.
Eleganza e mestizia, sberleffo, deliri comici e aneddoti succosi, Rondelli danza sul muretto che separa la malinconia e il riso amaro del cantautore solo et pensoso dal guitto sbrindellato, che pur di mandare avanti la baracca si improvvisa ugola fine, gran giullare e un po' poeta, “sempre afflitto dal danaro perché la roba costa caro, ma l’arte è cosa sacra e seria da salvar”. Tra un colpo di tosse e l’altro regala al pubblico della Sala Petrassi le gustose imitazioni di Mastroianni e Fellini, abbozza nevrotiche maschere senza - o con troppo - uomrismo e si perde in storie di vite grame, di amanti mai corrisposti, soldati disertori che si rifugiano nei bordelli, suore che scappano per fare all’amore nei boschi. Tutto si riduce al sussurro, alla carezza di una voce calda che trastulla l’orecchio raccontando di tristi eterne sere e di incontri che si spera di fare, perché la vita è arte dell’incontro che a volte riesce o meno, e può concludersi anche dopo 40 anni con un sonoro "vaffanculo". C’è la sfrontatezza del livornese doc, c’è l’anticlericalismo ma non la polemica tediosa, che crolla su se stessa tra un borbottio e l’altro. C’è la musica cupa di Ciampi, il suo blues, ripulito dal piano di Fabio Marchiori e dalla tromba di Filippo Ceccarini.
Si avvicina il fondo della bottiglia, si sono consumati con placido ardore gli omaggi a Enzo Jannacci (“Io e te”), Luigi Tenco (“Un giorno dopo l’altro”) e Fabrizio De André (“La canzone dell’amore perduto”, cantata con Andrea Rivera in memoria del compianto Bruno Franceschelli, amico di Rino Gaetano). Le luci si accendono e il pubblico, proprio come farebbe con quell’amico a fine serata, chiede un’altra canzone ("Il paradiso"), così, per chiudere in allegria e andare a letto col sorriso a metà. Il concerto allora è come un bel vino rosso: quando ti accorgi che è finito ne vorresti ancora, ma ti rimangono solo la bocca impastata, le labbra umide e qualche ricordo ancora da consolare, sul molo al porto.

Ascolta "Adius" qui: https://youtu.be/VE1K4Gd-K80

Daniele Sidonio 09/04/2016


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