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"Tutto sbagliato": l'ultimo album di Emanuele Belloni

Apr 23

Chiunque sia entrato in un carcere, a vario titolo, se ne accorge subito: il mondo fuori dimentica che ci sia un mondo dentro, anche chi vive a pochi passi da una casa circondariale ad un certo punto non se ne ricorda più: è un microcosmo, quello dei detenuti, che non interessa, non riguarda la società civile. È così che, quando un autore, uno scrittore, un fumettista si dedicano a raccontare uno spazio come questo, subito si è portati ad urlare al componimento impegnato, ma basta un ascolto più cauto, una lettura più sincera e ci si accorge che a volte semplicemente l’intento è raccontare, come fosse una storia d’amore, il diario di un viaggio, la narrazione di un’amicizia. L’album di Emanuele Belloni, “Tutto sbagliato”, composto di 11 pezzi, la maggior parte dei quali accompagnati dall’organetto di Riccardo Tesi, non è un album impegnato, nonostante abbia visto la collaborazione di alcuni detenuti (ed un ex detenuto) del braccio G11 del carcere di Rebibbia (grazie all’associazione Chi come noi). Storie di fuga, partitelle nelle “ore d’aria”, leggendarie evasioni si intrecciano con il ricordo comune dell’attentato di Bologna alle 10 e 25, con memorie di un amore, con la difficoltà di definirsi. Ma entriamo nel merito. I suoni si avvertono sin da subito limpidi e chiari e a creare un tappeto portante sono contrabbasso e batteria. Il gioco di equilibri di questo zoccolo duro è rotto dalle incursioni di altri strumenti, soprattutto del clarinetto, ma anche della tromba e degli archi. I suoni di chitarra ed organetto e la voce si confrontano in un continuo dialogo a tre, un dialogo a volte serpeggiante, altre palese. Sia la componente ritmica, mai banale, che gli arpeggi e gli assoli e le piccole cadenze, frammiste alla voce, fanno sentire una chitarra basilare, essenziale, ma proprio per questo capace di non farci sfuggire mai una sua nota. Belloni riesce a sfruttare con una certa riverenza la sua identità timbrica nelle forme essenziali. I vocalizzi sono chiari e precisi, senza fronzoli o sbavature, la voce è tiepida, ma pulita e si accorda con i testi ed il loro senso: lo capiamo bene, Belloni non vuole dare una lezione di canto, ma ci ricorda di sapere come usare la voce. "Solo cose più buone" contiene un breve, ma intenso, rap, che ricorda la prima scuola hip hop italiana degli anni ’90 e conferma l’ennesima acquisizione del cantautore. Una dolce voce portoghese sembra l’ospite gradita di "Davanti a me": ma le due voci non duettano davvero, quasi che ognuna cantasse in solitudine e davanti a sé non avesse in realtà nessuno. Le armonie ed i loro cambi a volte ci sorprendono, ma non sconvolgono mai il brano, anzi rimangono al sevizio di esso. A volte ci si trova intrappolati in circoli ipnotici, altre volte sembra di tornare indietro di alcuni decenni in zone calde della penisola, altre ancora ci si lascia stuzzicare da idee musicali oltre il mare nostrum. Ogni canzone ha la sua precisa identità, a cui si adegua la variabilità compositiva. Belloni non sembra provare nostalgia degli anni ’70, e nemmeno l’ascoltatore percepisce questo: mostra e dimostra di conoscere bene la lezione di partenza, sa di averla saputa raffinare con le migliorie sonore che ci si aspetta oggi e integra armoniosamente, senza forzature o ostentazioni, con solide acquisizioni compositive ed estetiche, provenienti da diversi contesti musicali. Si può dire che con questo disco Belloni sia proprio un cantautore italiano non nel, ma del 2019.

Laura Caccavale, 23/04/2019

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