Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

"La Traviata" di Coppola e Valentino: croce e delizia al Teatro dell'Opera di Roma

Mar 02

Le luci si abbassano, il sipario si chiude, l’orchestra è immobile. Tra la conclusione e gli applausi c’è un momento di respiro trattenuto in cui lo sfarzo della scena e la brillantezza della musica svaniscono e permettono allo spettatore di fotografare un’immagine, un suono, una sequenza. È il ricordo che conserverà dello spettacolo. Dura un istante, ma raccoglie tutto il senso dell’esperienza vissuta. Si riaccendono le luci, il sipario si apre. Il giardiniere Gastone, il barone Douphol, il marchese d’Obigny, Flora, Annina, Giorgio Germont e poi loro, Alfredo (Antonio Poli) e Violetta (Maria Grazia Schiavo). Quando ritornano in scena il pubblico è in visibilio, gli applausi sono incontenibili, dal loggione è un proliferare di “Brava”, “Bravo”. La storia di Violetta Valery si è compiuta un’altra volta: torna al Teatro Costanzi di Roma, per il terzo anno consecutivo, “La Traviata” (musica di Giuseppe Verdi, libretto di Francesco Maria Piave) nella versionetraviata firmata Sofia Coppola (regia) e Valentino Garavani (costumi).
Quale ricordo resta a chi assiste a questa produzione originale del Teatro dell’Opera di Roma? Indubbiamente il luccichio dei costumi. E la scala-scivolo del primo atto (scene di Nathan Crowley) immersa in una luce bluastra e lunare (Vinicio Cheli) che ha il sapore di un sogno. All’emergere del vibrato acuto in sordina degli archi dell’inizio, la scala sottolinea il senso di equilibrio instabile e rovinoso su cui è imperniata la tragedia di Madamigella Valery. Se “Libiam ne’ lieti calici” è innegabilmente l’aria più conosciuta dell’opera, eseguita in forma di concerto e distaccata dal resto del melodramma ad ogni concerto di Capodanno, non è tuttavia una parte sufficientemente rappresentativa dell’intero. Non c’è soltanto l’esuberanza frivola delle gioie mondane, c’è anche l’ombra asfissiante della morte, il peso doloroso del sacrificio, il pio slancio religioso dell’anima che si consegna a Dio all’approssimarsi della fine. “La Traviata” è “croce e delizia”. La musica oscilla senza sosta tra questi due opposti, in termini di intonazione, di ritmi, di dissonanze-consonanze nella sovrapposizione-accostamento delle voci soliste. Il vibrato timido e incrinato degli archi nell’overture ritorna, prolettico, nel corso dell’opera, ad esempio quando Violetta è in veranda, intenta a scrivere la lettera di addio ad Alfredo (atto II), e trionfa all’estinguersi del respiro della tisica (atto III). Quell’intonazione in incipit deve essere la chiave di lettura dei tre atti, filo conduttore che attraversa inesorabile anche le scene più festose e fastose: “la vita è nel tripudio” – canta Violetta, “quando non s’ami ancora” – fa eco Alfredo, quando non si è afflitti da “atro morbo” – penserà lo spettatore. Una fitta trama di rimandi e citazioni percorre la partitura. A cominciare da “Quell’amor ch’è palpito dell’universo intero”, di cui è ben conscia l’anima traviata2innamorata del giovane Germont e che insinua il dubbio nella donna di mondo che, una volta rimasta sola, lo canta (atto I). La stessa straziante, dolcissima melodia torna con il violino solista alla fine dell’atto III poco prima del fatidico “cessarono gli spasimi”.
L’interpretazione della soprano Maria Grazia Schiavo, ormai al terzo anno come Signora delle camelie della lirica, è perfettamente a suo agio negli abiti sontuosi di classica eleganza firmati Valentino e adatta magistralmente la propria voce a tutte le pieghe e le sfumature richieste dal ruolo di Violetta. Spensierata e civettuola, tutta trilli e abbellimenti (“Sempre libera”, atto I), le intonazioni del belcanto si ammorbidiscono nella mansuetudine domestica, fino alle vette, dolcissime e delicatissime, quasi di una preghiera sussurrata (“Dite alla giovine”, atto II) e alla sublime veemenza gonfia di pianto con cui si congeda, ancora amata amando, da Germont (“Amami, Alfredo”, atto II). Nell’“Addio del passato” (atto III), poi, le doti attoriali e musicali dell’interprete sono dispiegate all’ennesima potenza a sostegno di recitativo e aria. Sebbene non immune al rischio di essere travi(s)ata, passando in secondo piano rispetto a richiamo e risonanza internazional-pop del duo Coppola-Valentino, la Traviata è, prima di tutto, voce. Regia in fondo discreta, con scenografie accurate ma essenziali da set cinematografico, gusto per l’effetto tableau vivant, abiti dalla linea potente e dalla qualità cromatica intensa (nero e verde pavone, rosso fuoco), regia e costumi perseguono uno scopo comune: incorniciare, evidenziare, valorizzare la centralità di Violetta e dei personaggi che con lei interagiscono.

Ph: Yasuko Kageyama

Alessandra Pratesi 02/03/2018

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM