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ROMA - Il viaggio è uno dei più nobili e frequentati modelli di narrazione, declinato fin dall’antichità in innumerevoli forme e significati. La scelta di partire verso una meta, magari ignota, può essere dettata da infinite ragioni: per esempio, dal desiderio di ritrovare la propria identità, facendo i conti con la memoria del passato e con le proprie radici culturali. Su coordinate di questo genere si muove La ballata dei babbaluci – dall’eloquente sottotitolo Ovvero il viaggio mancato di un uomo in vasca –, scritto e diretto da Marco Fasciana e in scena al Teatro Studio Eleonora Duse dal 31 gennaio al 7 febbraio.
Babbaluci 2Suddiviso in dodici capitoli (più un epilogo) che scandiscono il passare del tempo, lo spettacolo si presenta già dalle prime battute come una duplice dichiarazione d’amore da parte dell’autore verso il teatro – che nei 70 minuti che compongono l’opera viene esplorato, smontato e contaminato con vivace ingegno – e verso la Sicilia e il suo straordinario patrimonio di cultura popolare. Il viaggio del protagonista si propone come una sorta di odissea “mancata” e i riferimenti all’omonimo poema di Omero non tardano a farsi notare: la materia narrativa appare però sempre fresca e originale grazie a un attento processo di rimescolamento con la tradizione favolistica siciliana. E così, ad affiancare il protagonista nelle sue disavventure, si alternano personaggi come il simpatico servo furbo, l’inquietante guardiano del faro e la seducente regina di carte, figure la cui sopravvivenza sino ai giorni nostri è stata possibile tramite il prezioso lavoro di recupero e conservazione svolto dallo scrittore e antropologo Giuseppe Pitrè nella seconda metà dell’Ottocento. La felice intuizione di fondere la mitologia di Omero con questo variopinto patrimonio folcloristico permette all’opera di innalzarsi su un piano universale, trasmettendo allo spettatore una serie di suggestioni di fortissima efficacia e di immediata ricezione, in grado di sedimentare e crescere poi dopo il termine della visione.
Babbaluci 3Il lavoro di contaminazione non si manifesta solo sul livello dei contenuti ma anche su quello formale. È sufficiente entrare in sala e osservare la scena per capire subito come l’autore abbia voluto far interagire tra loro il teatro e il cinema: il grande telo bianco sullo sfondo diventa, di volta in volta, uno schermo che va ad arricchire la dimensione narrativa e ad aggiungere uno sguardo da un differente e inatteso punto di vista. Inoltre, la presenza evidente, addirittura davanti al palco, di quelli che sono i mezzi scenici utilizzati per creare certe sequenze esplica la volontà di addentrarsi in una sperimentazione metateatrale molto interessante, a suo modo riuscita, che se da un lato provoca un vago senso di straniamento nel pubblico, dall’altro contribuisce ad amplificare il potere immaginifico della storia.
Presentato come saggio di diploma di regia dell’autore, La ballata dei babbaluci è un lavoro che ne mette in mostra tutte le qualità, dalla padronanza delle fonti di riferimento alla capacità di giocare con i codici espressivi con il giusto grado di consapevolezza e di autocontrollo; e, cosa ancor più importante, costituisce un piacevole, divertente e affascinante viaggio, a cavallo tra sogno e realtà, a cui ognuno di noi dovrebbe sentirsi invitato a partecipare.

Francesco Biselli  02/02/2019

(Foto di scena: Manuela Giusto)

È “una favola che non è una favola”, un viaggio "mancato" nel passato e nel patrimonio di storie della Sicilia (e non solo) lo spettacolo di Marco Fasciana  La ballata dei babbaluci Ovvero il viaggio mancato di un uomo in vasca, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma  dal 31 gennaio al 7 febbraio. 32 anni, autore anche del testo di questo lavoro con cui si diploma in regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, Fasciana ha parlato con noi del suo spettacolo, del suo percorso, delle sue influenze artistiche. E della necessità di fermarsi, ogni tanto, a fare il punto della situazione, per ritrovare il senso di chi si è e cosa si vuole realizzare.

Nel presentare La ballata dei babbaluci hai posto l’accento sull’importanza di guardare al passato per ristabilire un contatto con la propria identità. Quanto e cosa c’è allora del tuo passato, della tua storia, del tuo percorso, dei tuoi ricordi in questo spettacolo?

"Praticamente tutto. È anche un lavoro autobiografico, non perché sia una ricerca sulla mia identità, ma perché in un certo senso volevo partire dal passato per riconnettermi con alcune cose. Durante il mio percorso di vita è come se avessi in parte smarrito la direzione riguardo a tanti aspetti, di conseguenza mi sono reimmerso nei miei contatti familiari, in ciò che poteva piacermi o stimolarmi e che era andato un po’ sfuggendomi".

Tra le altre cose, c’è una parola tipica della tua terra, i “babbaluci”, ovvero le lumache. Che significato gli dai?

"Da un lato volevo giocare sull’immagine dell’animale, di questo essere che si porta dietro la propria casa, un concetto che ha a che vedere proprio con la storia del mio spettacolo. Ma dall’altro lato volevo riferirmi alla mia città, Palermo, e alle trascrizioni dell’antropologo Giuseppe Pitrè, che ha fatto una ricerca incredibile sulla Sicilia e la sua cultura. Tra le tante cose c’è un capitolo del lavoro di Pitrè dedicato alla zoologia, quindi anche ai babbaluci: questi animali hanno dietro una serie di leggende, di storie, tra cui quella secondo cui possano smuovere le balate, cioè delle grosse pietre. E, oltre a questo, si tratta appunto di un elemento identitario di Palermo, al pari dei cannoli siciliani e di Santa Rosalia: al festino del 14 luglio si mangiano i babbaluci. Dici “babbaluci”, dici “Palermo”!".

Oltre a Pitrè, quali sono altri richiami culturali di questo lavoro?

"C’è l’Odissea, a cui in parte si riferisce il sottotitolo Il viaggio mancato di un uomo in vasca. Ma i personaggi vengono fuori dalle storie raccolte da Pitrè: queste favole con la Regina di Carte che taglia le teste, il guardiano del faro, e poi ancora figure come Ferrazzano, il servo furbo, compaesano di Giufà, il servo stupido. È una specie di Odissea “mancata” con le suggestioni del Pitrè, ma anche di Natoli, di Bufalino, insomma di tutta quella cultura siciliana che mi ha cullato insieme ai racconti omerici: da bambino mio padre mi raccontava le storie di Odisseo e mia madre mi leggeva di Giufà, sono cresciuto così".

E per quanto riguarda specificamente la regia e la drammaturgia, ci sono degli artisti che ti hanno particolarmente ispirato per questo lavoro ma anche, più in generale, per la tua formazione?

"Oltre alle fonti che ti ho già citato, per la drammaturgia sicuramente il Vittorini di Conversazione in Sicilia mi ha dato un punto di partenza per l’inizio di questo viaggio. I racconti omerici invece mi hanno ispirato appunto per la struttura “a quadri”. In generale nella mia formazione, al di fuori di questo spettacolo, un autore che mi piace molto è Gogol’".

Avendo curato sia la drammaturgia che la regia, come hai gestito il rapporto tra queste due componenti? Hai scritto un testo che poi hai seguito fedelmente o hai lavorato su un canovaccio?

"Ho scritto un testo che è stato seguito fedelmente, a livello testuale non ho dovuto cambiare molto. Ma a livello di immagini, molte cose sono state stabilite man mano, alcune addirittura oggi. È un processo comunque in itinere, si va per step, cerchi di capire cosa c’è solo idealmente, nella tua testa, e cosa si riesce realmente a vedere fuori".

A proposito del viaggio, tu hai presentato lo spettacolo dicendo: “Esistono un’infinità di direzioni possibili se ci si dà il permesso di partire”. Cos’è che ostacola la partenza nel tuo spettacolo (e non solo)? Impedimenti psicologici, sociali, culturali?

"Tutti questi che hai detto. Tutto ciò che, in parole povere, toglie serenità e concentrazione. Per me, ad esempio, in questo momento l’ostacolo è il teatro stesso: l’ansia da prestazione, le “bolle” in cui a volte ci si rinchiude facendo questo mestiere, che creano una falsa percezione della realtà di fuori. In questo senso ritornare indietro e ristabilire una connessione con il passato, con la memoria, significa anche fermarsi un attimo e fare il punto su di sé, riprendere coscienza degli aspetti positivi e negativi della propria situazione, del perché sto facendo teatro, per poi ripartire".

E riguardo a questo, guardando appunto al passato, cos’è che ti ha fatto avvicinare al teatro?

"Il mio primo ricordo legato al teatro sono i pupi siciliani, uno spettacolo di Cuticchio al Giardino Inglese, e infatti ho voluto inserire a tutti i costi i pupi nel mio lavoro. A quattordici anni ho iniziato a fare laboratori con Claudia Palazzon. Da lì ho proseguito al Teatro Biondo, ero assistente di regia, quindi sono tornato a fare l’attore alla Galante Garrone. Mi piaceva recitare, poi mi sono detto che preferivo stare alla regia, però ho fatto ancora l’attore con Tommaso Capodanno, divertendomi molto: faccio sempre un po’ “avanti e indietro”, mi rimetto in discussione, quando capirò davvero qual è il mio mestiere avrò sessant’anni e sarà tutto finito [ironico]".

Tornando al tuo spettacolo, l’altro tema che sembra molto importante è quello dell’immaginazione, della fantasia, del fiabesco, del gioco. Quanto sono importanti questi elementi nel teatro?

"Sono fondamentali. Noi tutti abbiamo la necessità di accordarci a una narrazione, di sentire delle storie. Questa è stata sempre la mia prerogativa: continuare a sognare, a fantasticare, ad avere in mente una storia da poter seguire. L’immaginazione, quindi le storie, ti portano in un altro mondo, e di questo abbiamo bisogno se vogliamo trovare spazi di libertà, di sostanza nella nostra vita: ascoltare delle storie e poi raccontarle, un processo che non è solo passivo e parte da quello che facciamo ogni giorno. Creiamo sempre delle storie, inconsapevolmente, perché ne abbiamo bisogno".

In questo spettacolo hai voluto anche sperimentare con il video, richiamando l’idea che i linguaggi artistici siano e vadano messi in connessione. È una prospettiva che condividi?

"Direi di sì, le arti sono in connessione se si riesce a trovare il codice giusto accordato alla storia. In questo spettacolo il mio errore iniziale, per inesperienza, è stato quello di non trovare dei codici precisi per il teatro e per il cinema, che perciò non riuscivano a comunicare tra loro, andavano parallelamente e nessuno dei due arrivava a un punto. È stato l’ostacolo maggiore del mio processo creativo. Ho dovuto ristabilire un po’ il “quadro”, tornare alla storia, rimetterla a fuoco. In questo senso lo spettacolo è stato un “viaggio mancato” anche per me, perché a un certo punto ho dovuto fare un passo indietro, ristabilire il contatto con ciò che volevo raccontare, inserendo il video solo se rafforzava qualche passaggio ai fini della drammaturgia".

E rispetto alle componente cinematografica hai delle influenze particolari?

"Il regista che preferisco è Terry Gilliam, un visionario incredibile, e poi Lynch. Anche i Coen, con Fratello, dove sei?, sono stati uno dei riferimenti per come hanno riportato l’Odissea nei loro termini".

Dal passato al futuro: quali sono i tuoi prossimi progetti ora che hai concluso il percorso di formazione all’Accademia?

"La prossima scadenza che ho è per il completamento di uno spettacolo con la Compagnia Binario 1310. È uno spettacolo di Teatro Ragazzi, riguarda le bacha posh, un fenomeno culturale afghano per cui le bambine si devono travestire da maschi per aiutare le famiglie. Ci hanno dato una residenza a Faenza, al Teatro dei Due Mondi, e debutteremo a Parma".

Emanuele Bucci 29-1-2018

MILANO – E' recente la notizia di una rivalutazione e rivisitazione delle fino a poco tempo fa obsolete cassette musicali. Dopo la riesumazione dello scomparso vinile adesso è l'ora di cassette, da girare con un lapis o una penna quando il nastro fuoriusciva, e dei mangianastri. La cassetta, con i suoi tasti play o rev, è l'oggetto feticcio (come nel beckettiano “L'ultimo nastro di Krapp”), lo spartiacque e l'apriscatole di “Letizia Forever” (prod. ACTI – Teatri Indipendenti Torino, Teatrino Controverso e T22; visto al Teatro Libero di Milano all'interno della rassegna Palco Off – Storie di Sicilia, diretta da Francesca Vitale), da quattro anni in giro e oltre 120 repliche in tutta Italia (longevità sintomo di qualità, durata che significa potenza della scrittura quanto dell'interpretazione), testo a forte componente siciliana ma ampliabile ad un universo di frustrazione e disperazione comune a qualsiasi latitudine. Questa Letizia, nel suo abitino misero a pois che fanno rima con i pallini della luce stroboscopica che le zampillano intorno, parla la lingua sporca e sgrammaticata messa a punto da Rosario Palazzolo, regista, attore di teatro e al cinema (sarà nella prossima pellicola di Marco Bellocchio), scrittore di prosa, drammaturgo palermitano che ha affondato le mani e affinato questa terminologia che ha nell'onomatopeico come nell'erroneo, nel grossolano come nella sintassi sconclusionata quel che di tenerezza e ingenuità fanciullesca che accolgono, avvicinano, abbracciano.whatsapp-image-2018-03-08-at-18-33-02-1-600x336.jpeg

Dicevamo le cassette, anzi questa playlist di “genere d'amore italiano”, che fa da sottofondo ma ha anche una forte valenza drammaturgica perché accompagna e sottolinea i vari momenti di questa “intervista” che intervista poi non è. Il personaggio Letizia è un Giano bifronte, interpretato non semplicemente en travestì ma da un uomo corpulento ma anche con una grande, lunga e profonda barba. Di uomini che a teatro hanno impersonato donne ne sono pieni i palcoscenici, da Franco Scaldati a Emma Dante, da Saverio La Ruina alle Nina's Drag Queens, da Paolo Poli o Filippo Timi fino ad Annibale Ruccello ma in questo caso la vista e l'estetica cozzano e confliggono talmente tanto con il significato intrinseco di cui è portatore che, paradossalmente, Salvatore Nocera (frontman del gruppo musicale di Caltanissetta Pupi di Sùrfaro) risulta altamente credibile per la forza compressa espressa nel suo phisique du role da rugbista, per questa leggerezza mista a rassegnazione, per questa dolcezza mischiata alla speranza marcita, per quei piccoli docili gesti che ne tratteggiano l'interiorità violata e la carne percossa di privazioni.

Sulla sua sedia, che è divenuta il suo trono fragile, ogni giorno Letizia è costretta a ritornare sui passi che l'hanno condotta lì, è forzata nel ricordare i dettagli delle sue azioni, a spiegare nuovamente ciò che ha già detto (quel “forever” del titolo che magicamente ci riporta a “Mary per sempre” per assonanze linguistiche regionali e ambientali), a tirare fuori gli scheletri dall'armadio. Tutto questo le fa un male cane, le procura lacerazioni indicibili che possono essere alleviate soltanto con la musica, la colonna sonora dei “fabulosi anni '80”,Salvatore-Nocera-in-Letizia-Forever-di-Rosario-Palazzolo.jpg decade spensierata che finisce con l'ingresso nell'età adulta, prima la fuitina a Milano, poi la vita coniugale, monotona, ripetitiva, senza amore, senza passione, senza gioia, senza alcun gesto di vicinanza, indulgenza, solidarietà, costellata di silenzi, di assenze, di vuoti. E il testo è anche infarcito di piccoli segnali per una sorta di “caccia al tesoro” con il pubblico, con il quale Letizia dialoga nel suo monologo in cerca di comprensione: il suo nome è proprio il contrario di ciò che ha vissuto, l'evento scatenante che connota la sua situazione attuale è avvenuto il 9 marzo, appunto il giorno dopo l'abusata Festa della Donna, il marito si chiama Salvatore, di nome ma non di fatto visto che non è riuscito né a salvare se stesso né tanto meno Letizia dalla miseria, dalla povertà, dall'aridità di prospettive, dalla tristezza infinita che li ha assaliti e divorati, così come la strada dove hanno abitato, “via dell'ortica”, che ci ricorda fastidiosi e pungenti pruriti.

La musica è l'unica cosa che allevia le sofferenze di questa donna che mai è stata libera, passando dalle frustrazioni di una famiglia tradizionale siciliana alle castrazioni di un marito anaffettivo, la musica è il grimaldello e piede di porco che alzano la botola del dolore e scoperchiano l'abisso, aprono il Vaso di Pandora di una memoria volontariamente messa a tacere e sepolta sotto il tappeto del tempo che non può tornare indietro. Come per magia però Viola Valentino e Pupo, Gianni Togni e Franco Simone, Giuni Russo e Nada così come Alberto Camerini e Alan Sorrenti riescono a riportarla ai rari momenti di spensieratezza, quando aveva davanti tutta la vita, quando era ragazza. Il trauma ha LETIZIA-FOREVER-FOTO-PER-RECENSIONE.jpgfermato il tempo, bloccandolo e congelandolo e Letizia è rimasta sospesa, attaccata con le unghie a quelle rime facili, a quelle strofe demodé, a quegli amori impossibili, a quei sentimenti totalizzanti e strazianti. Non si può non volerle bene, non si può non restare avvinghiati a questa donna piccola davanti alle “purcherie” di un mondo a matrice maschilista che non ha saputo mantenere le attese prospettate di “Sorrisi e Canzoni” (la sua bibbia) e le promesse patinate di “Grand Hotel” (il suo romanzo di formazione).

Letizia 44516086_10218298675124528_4281776669749936128_n.jpgè la vittima di questo sistema che l'ha usata e trattata come uno straccio insignificante, che l'ha resa marginale e abbandonata, che non le ha regalato niente di bello ma solo indifferenza. Anche adesso in questi istanti dove, come cavia da laboratorio, viene fatta confessare ogni giorno (ricorda il mito di Prometeo e l'aquila che gli mangia il fegato quotidianamente), istigata e obbligata da altri maschi oppressori che la deridono, la puniscono con un'inutile rievocazione del già ammesso. Palazzolo, come Scimone e Sframeli, come Ciprì e Maresco, come Moscato, riesce a ricreare scenicamente atmosfere di spazi angusti soffocanti nei quali esplodono l'asfissia degli affetti, l'anoressia dei sentimenti, l'afasia dei rapporti umani, il soffocamento della felicità, la claustrofobia dell'essere umano ormai annientato senza futuro. Un pungo al cuore e uno allo stomaco. Senza carezze.

Tommaso Chimenti 26/01/2019

BOLOGNA - “Per la ragione degli altri” fin dal titolo sembra posizionarsi e schierarsi e portarci sulla strada della morale accertata sociale che fa da muro e spartiacque verso gli atteggiamenti e le scelte personali. E ci fuorvia, ci manda fuori rotta. Perché, nella rivisitazione pirandelliana di Michele Di Giacomo e Riccardo Spagnulo, non si parla di rottura tra l'individuo e la società alla quale appartiene né, tanto meno, di famiglia, deriva e forzatura tra gli anacronismi del Nobel siciliano (ne è passata d'acqua sotto i ponti da quel 1895, anno di pubblicazione del testo) e i contemporanismi abbastanza discutibili. La trasposizione dei due autori (prod. Alchemico Tre e ATER, con il sostegno di ERT, visto in anteprima al Teatro delle Moline bolognese) ricrea un interno con tre televisori e altrettanti personaggi, asciugando il dramma familiare in un triangolo composto dal Marito (lo stesso Di Giacomo, sempre convincente, qui un filo remissivo) la Moglie e l'Amante.Per la ragioni degli altri foto 5.jpg

Molte infelicità messe sul piatto della bilancia, il Marito in grigio, la Moglie in bianco, l'Amante in rosso, rispettivamente l'appiattimento banale, la candidezza, il peccato. Tutto un po' stereotipato. Un matrimonio ormai finito o al limite fortemente compromesso per il tradimento dell'uomo, una Moglie sterile, il Marito che ha avuto, per debolezza più che per passione, per pietà più che per lussuria e appetiti sessuali, una figlia con una donna, l'Amante, che non ha mai amato. Il poveretto (lo salviamo, è travolto dagli eventi senza soluzione al rebus inestricabile) vorrebbe fare il romanziere ma la nascita della figlia, che sente più come una zavorra che come amore, lo costringe a riciclarsi come giornalista per un piccolo giornale di provincia. L'atmosfera è cupa e dannatamente pesante. Servono soldi per pagare casa e vitto all'Amante e alla figlia, la situazione con la Moglie è ai minimi storici.

PER LA RAGIONE DEGLI ALTRI.jpgPiù che altro è il dramma personale dell'Uomo contemporaneo, schiacciato, compresso tra più pulsioni e non in grado di soddisfare, soprattutto, le aspettative delle donne al suo fianco, non tanto per flebilità di polso e carattere, quanto per le condizioni che, al netto di insoddisfazione personale, precariato e post adolescenza diffusa e perpetrata, gli remano contro e lo naufragheggiano. Chiedersi, dopo questo spettacolo, che cos'è la famiglia, è fuori luogo. Non è la domanda giusta. Come portano su terreni impervi e scoscesi, soprattutto politicamente, le interviste (sembrano quelle pasoliniane sull'Amore) che ruotano attorno al concetto di Famiglia che sembrano essere state messe per confermare o consolidare la tesi conclusiva della piece (la deviazione Genitore 1 e Genitore 2?).

Se il testo ultracentenario pirandelliano non poteva, per i tempi nel quale è stato dato alla luce, tener conto della legge sull'aborto (alla quale poteva affidarsi l'Amante in altri momenti storici), sulla legge sul divorzio (della quale poteva approfittare la Moglie), dell'inseminazione artificiale (sempre la Moglie), dell'adozione (sempre la Moglie), del femminismo post anni '70 con un'altra consapevolezza e indipendenza, soprattutto economico-lavorativa, trovarcelo oggi come un emblema e un baluardo a favore delle coppie di fatto, delle unioni civili, dei matrimoni tra esponenti dello stesso sesso sembra quantomeno, come anticipato poc'anzi, forzato e tirato per i capelli. Non si avverte oggi tutto questo giudizio sociale “degli altri” in queste nostre attuali metropoli d'asfalto e indifferenza dove la morale, a volte purtroppo altre per fortuna, è una parola svuotata dai suoi significati. Qui forse, oltre al dramma del maschio contemporaneo, si sottolinea il potere, ovvero la possibilità di poter arrivare a soddisfare i propri bisogni attraverso il mercimonio: la Moglie infatti alla fine “comprerà” la bambina (che qui tutti trattano come una cosa da spostare e un oggetto sul quale far leva) che il marito ha avuto con l'Amante per ricreare quella Famiglia che non avevano potuto avere, causa la Natura matrigna.

Tutti e tre i personaggi sono perdonabili, sembrano con le spalle al muro, senza una reale scelta se non quella che alla fine prenderanno, senza vincitori né vinti. L'errore, la bambina, la pietra delloPer la ragione degli altri foto 1.jpg scandalo che non si può più nascondere, è l'ingranaggio che fa inceppare tutto il meccanismo borghese, il sistema di convenzioni (quale è inevitabilmente la Famiglia) ed è lo squilibrio che, paradossalmente, riaccende la miccia dell'unione, rinsaldando la Vera famiglia, i coniugi, e allontanando la scheggia impazzita, l'Amante, che aveva solo portato scompiglio e sconquasso nel loro menage. Interessante, ma non reale, Per la ragione degli altri foto 2.jpginvece la scelta registica di affidare il ruolo dell'Amante all'attrice meno avvenente e più matura delle due, uscendo così dallo stereotipo (ma confortato dalla pratica dell'oggi) dell'Amante che va a rimpiazzare la moglie anziana. Qui invece la Moglie sembra avere tutte le caratteristiche positive, bellezza, giovinezza, innamorata e soldi, mentre all'Amante non rimane che la miseria. Nello scontro-confronto il vincitore salta agli occhi dalla fase primordiale nell'impari lotta. Manca qualcosa, un gusto, un sapore, una ventata, una spolverata di realtà.

Tommaso Chimenti 27/12/2018

Francesca Incudine è ormai pronta a ricevere sul palco del Tenco 2018, il prossimo 20 ottobre, la Targa Tenco per migliore disco in dialetto con il suo Tarakè, secondo dopo Iettavuci (2013), esordio già capace di raccogliere attorno a sé attenzioni e premi della critica. Tarakè è un altro passo deciso sul medesimo sentiero: musica tra il popolare e il fiabesco, con il primo aspetto rappresentato da ritmi spesso saltellanti e un siciliano, nel testo, onnipresente, e il secondo raggiunto da armonie corali e strumentali tipiche del folk internazionale.
Ago della bilancia, anzi, ponte solido tra i due argini è la voce brillante a suo agio nel raccogliere qui l’euforia di un “ta ra ra” e altrove nel comunicare, oltre la comprensione, le emozioni sonore di un gergo non sempre facilmente digeribile. Molte tracce, infatti, già dal titolo presentano dialettismi. Tuttavia, anche laddove non si mastichi siciliano, il messaggio musicale resta sempre integro, talvolta persino rinforzato nel suo aroma di mistico e lontananza.
È così che si arriva a comprendere il punto forte di Francesca Incudine. La sua opera non è duplice, contesa tra la Sicilia e il resto del mondo. Tarakè, al contrario, è un unicum, bagnato allo stesso tempo dall’acqua salata del nostro mare e dalla rugiada di boschi notturni, lontani, abitati da creature magiche e storie cavalleresche. Difficile non pensare a suggestioni celtiche del folk, al sopraggiungere dei flauti (“Rosa Spinusa”, “Tarakè”, “Dormi figghiu”, “Na bona parola”).
Sul resto dell’arrangiamento strumentale, la chitarra acustica la fa da padrone, incaricata pure di scandire il ritmo stesso delle tracce, a volte esclusivamente, altre volte anticipando per ordine e importanza la sezione dei tamburi (deformazione professionale dell’autrice, amante dello strumento sin da adolescente). Su “Tarakè”, che dà il nome all’album, la ritmica è tanto centrale che, quando cambia d’improvviso, dona l’impressione di aver ascoltato due canzoni diverse.
Chiudono il cerchio influenze, saltuarie ma potenti, di acoustic pop, che però in questo particolare contesto musicale più che avvicinare l’album alla scena musicale attuale, lo fanno assomigliare alle atmosfere empatiche del musical (fatta eccezione per la brevissima contaminazione di autotune, in apertura di “Linzolu di mari”). Questo avviene ciclicamente durante l’ascolto dell’intero disco, e come una profezia auto-avverantesi, diventa consapevolezza più forte in chiusura e, fortissima, nell’ultima, undicesima canzone, la gioiosa “Come fussi picciridda”.

Andrea Giovalè  

18/10/2018

NOTO – Il recente matrimonio dei Ferragnez ha oscurato la bellezza del barocco a Noto. I più ottimisti dicono che l'ha esaltata, i pessimisti, dal loro canto, sostengono che l'ha surclassata. La scalinata e la cattedrale (l'interno non è minimamente paragonabile alla facciata) sono stracolmi di ragazzi a scattarsi fotografie con i cellulari emulando, chiamandosi, facendo pose, ricordando le nozze del rapper e della influencer. Per qualche anno Noto sarà la città dove due famosi personaggi dello showbiz si sposarono. Potere e delirio dei tempi. Qui tutto è placido e lentissimo. Troppo. Uno struscio continuo sul Corso. Noto ha venticinquemila abitanti e sembra che, ogni sera, si riversino per la via principale costellata da bar e ristoranti, souvenir e gelaterie. Un turismo mordi e fuggi che assaggia la mandorla, lecca il gelato al pistacchio. In questo stesso periodo, metà settembre (14-16), tre diversi festival si assommano e si intrecciano insistendo sullo stesso territorio e bacino d'utenza, ma niente è più potente della piazza, della scalinata davanti alla quale si esibiscono artisti di strada portando a sé centinaia di sguardi.41939007_10209572718913203_856207193656000512_n.jpg

Poi c'è anche “Codex”, il festival diretto da Salvatore Tringali che, con difficoltà, ha tentato di portare spettatori a seguire teatro, pellicole e musica. Dopo sei edizioni però una rassegna dovrebbe essersi strutturata maggiormente: la performance tra video e musica è parsa troppo per addetti ai lavori, al concerto degli Uzeda poche persone presenti, il bel video di dieci minuti (di Alessandra Pescetta, tratto dall'esperienza della piece “Horcynus Orca” di Claudio Collovà) ripetuto per due sere, il teatro che ha visto in cartellone spettacoli già “collaudati” come “Due passi sono” di Carullo/Minasi e “Fa'afafine” di Giuliano Scarpinato (figlio del giudice antimafia Roberto) e l'esito della residenza artistica che ha prodotto “Le Baccanti”. Un po' poco; il festival dovrebbe crescere come proposte, come organizzazione, cercare nuovi spazi, nuovi talenti sul territorio, votarsi al contemporaneo, trovare altre vie per riuscire ad intercettare e portare a teatro i ragazzi, inventarsi nuove formule. Il Codex, con tutta la buona volontà e l'impegno degli organizzatori, ci è sembrato un corpo estraneo alla città, distante, non integrato, è su questo che deve essere effettuato il maggior sforzo Carullo-Minasi-8.jpgsul campo, osare maggiormente e tentare altre strade componendo un cartellone che scelga in quale direzione andare e battere quella opzione, altrimenti si rischia di disperdere energie e risorse per un programma non omogeneo che sembra non abbia un'anima e una sua precisa vocazione. Creare una sezione di giovani artisti siciliani poteva essere un'idea, far scoprire, con un lavoro e un'opera di scouting, qualche attore nuovo, qualche voce che non riesce, per svariati motivi, a passare lo Stretto.

Saltando l'ingenuo e lento “Due passi sono” che all'epoca riscosse tanti consensi e riconoscimenti (Ustica, In-box), troppo datato nel tempo per formularne adesso un pensiero e un giudizio, ci siamo concentrati sul provocatorio “Fa'afafine” (premio Eolo, Scenario Infanzia) che ha scatenato ire e prese di posizione barricadere e pasionarie sia dalla parte progressista come da quella conservatrice. Se state leggendo questo pezzo sapete di che cosa si tratta visto il boato scatenato. Campione di polemiche e baruffe da web con genitori accapigliatisi per poter permettere ai loro figli la visione e quelli che invece la volevano proibire e vietare (il bambino in questione, Alex, è uno di quei rari casi di gender fluid, ovvero ragazzi che in età preadolescenziale, non si sentono di appartenere né al sesso maschile né a quello femminile) cosa che ha spinto e pubblicizzato lo spettacolo, senza tutto quel clamore e polverone innescato la piece non avrebbe avuto la stessa visibilità, è invece diventato nodo del contendere, al di là del lato artistico e meramente teatrale, facendone scudo di battaglie, generatore di conflitto, paladino di istanze che qualcuno ha fomentato. E' quello che qualcuno voleva.Faafafine-8.jpg

Ecco le barricate per la libertà d'espressione, contro tutti i fascismi: cose già viste, già sentite. Qualcuno si fa passare per vittima accusando gli altri di essere carnefici. Insomma, le chiacchiere, che nel tempo si sono fatte aggressive (“Ci sono due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”, diceva Ennio Flaiano), hanno trainato una pièce con molte lacune drammaturgiche e punti deboli teatrali, attoriali e scenici ma che improvvisamente si è trovata difensore di aspirazioni. La domanda di fondo era, ed è, se è giusto o meno far vedere ai ragazzi la storia di un bambino, in età da scuola primaria, che un giorno si sente maschio e quello dopo femmina, vestendosi e comportandosi di conseguenza. Forse la libertà sta nel lasciar liberi i genitori di poter giudicare autonomamente e decidere dell'educazione dei propri figli senza gridare alle limitazioni di libertà. Detto della cornice, approfondiamo il quadro che subito ci si è mostrato debole e fragile con questo ragazzino, molto consapevole della sua situazione e condizione (l'attore Michele Degirolamo troppo sopra le righe, fa parodia più che interpretare), ci appare, al di là delle tendenze o gusti o scelte sessuali, problematico e bipolare, portatore di patologie psichiche più che di identità di genere, affetto da disturbi della personalità. La scena ci ha ricordato, omaggio dichiarato o plagio affettuoso, la copertina del libro di Margaret Mazzantini “Venuto al mondo” con letto, cameretta e pesci svolazzanti che qui arriveranno grazie alle proiezioni, immerso in una stanza verde malato.

Faafafine3 kxXF U43280474918858FlD 1224x916Corriere Web SezioniQuesto nostro Alex i giorni pari è femmina mentre i dispari è maschio. Cosa c'è di che scandalizzarsi? E in questo suo vizio e capriccio, in questa sua particolare presa di posizione, i genitori, nella finzione teatrale s'intende, avallando queste stranezze, non fanno il bene del figlio anzi anche loro si travestono come fosse Carnevale. I genitori sono due cartoni animati senza carattere né nerbo, chiusi fuori dalla stanza del figlio che non apre e che si rifiuta di andare a scuola. Il figlio sembra il padre, i due genitori i figli che non sanno cosa fare, incerti e indecisi. Genitori, la rovina di molti figli, che non accettano nemmeno il confronto con la scuola né con altri genitori che si lamentano dei comportamenti del ragazzo, genitori ansiosi, titubanti, balbuzienti, timidi, senza polso, che si inginocchiano e genuflettono alle bizzarrie del ragazzino non mostrando alcuna autorità né autorevolezza, schiacciati da questo “alieno”, che non hanno minimamente il controllo della situazione. Genitori ostaggio e bullizzati dal loro piccolo cucciolo d'uomo.

Ma la storia si incentra, ovviamente, sul ragazzo e sulla sua famiglia mentre esiste un'altra vittima della vicenda, scientificamente estromessa dalla comprensione e dall'empatia: Elliott, un compagno di classe, che non è nemmeno amico di Alex ma del quale quest'ultimo si è innamorato ed al quale riserva molte, troppe attenzioni morbose fino a stalkerarlo e molestarlo continuamente. Del ragazzino “non problematico”, che comunque non vuole più andare a scuola perché preso di mira dagli attestati insistenti d'amore e d'affetto non richiesti da parte di Alex, non se ne parla perché non fa notizia, la sua storia non è strappalacrime, non crea pathos. Il maschio bianco, etero, cattolico, di qualsiasi età, è la minaccia, il campo di battaglia, il capro espiatorio, il totem da abbattere, lui deve essere comprensivo verso tutte le minoranze senza renderci conto che, di fatto, sta diventando esso stesso una minoranza da tutelare, un essere vivente in via d'estinzione. Se l'intento era raccontare il cosiddetto “gender fluid” la cosa non è riuscita. Dopo aver sentito e letto di tante polemiche strumentalizzate e parziali, settarie e partigiane, aver visto lo spettacolo ha sgonfiato il palloncino delle attese. Quanto fanno male i premi dati per partito preso e faziosità.

Tommaso Chimenti 18/09/2018

Si canta il senso della vita senza vanità, per esigenza, attraverso un flusso di domande che nella musica non cercano necessariamente risposte, ma il coraggio di esserci: sono queste le regole de “Il gioco della sorte”, album d’esordio del cantautore siciliano Francesco Anselmo; un progetto, questo, che prima però nasce in veste di spettacolo incentrato sul teatro canzone. Il disco è uscito il 14 marzo 2018 e contiene nove tracce; è nel primo brano, che dà il titolo al disco, che viene presentato il destino assimilato a un gioco, fatto di dadi da lanciare, di tentativi e di confusioni, di misteri e di “fiabole”, neologismo creato dall’artista per enfatizzare quello spazio in cui s’incontrano e si confondono la fiaba e la favola. Si scherza grazie a una scrittura ironica e a quell’interrogativo, a fine canzone, che chiude un pensiero per aprirne tanti altri.
Salmone noir", scritta assieme all’autore Andrea Caligiuri (Drugo), è una ballata energica e curiosa, tra ska e folk, che segue la traiettoria di un treno, palcoscenico della storia che nasce tra la Signora Salmone e il Signor Mantello; ci solo loro, mentre “sbuffa la città”. Si riescono a sentire le rotaie, la nebbia, la velocità nei suoni della tromba e del piano. Ci si allontana dal mondo fiabesco per tracciare i solchi della realtà, nella delicatezza cruda e malinconica de “Il pittore futurista”, in cui si sussurra e poi si urla lo stupore di una terra che si fa scrutare da lontano. Le confidenze con la notte non spaventano, piuttosto sembrano un rito per non contare le onde, per non sentire la lontananza da casa. Gli uomini si affidano al buio per mettere a riposo i pensieri; nel frattempo in mare c’è un migrante che indossa i panni di un viaggiatore, per sopravvivenza, e poi c’è uno scafista che diviene nocchiere, per mascherarsi e per non essere smascherato, per scrollarsi di dosso le colpe di un momento e quelle che verranno.Francesco Anselmo
Le canzoni de “Il gioco de la sorte” seguono un filo conduttore e percorrono lo stesso binario, dettato dalla notte, dal noir, dalla nebbia: nel disco infatti sono frequenti alcune parole che appartengono all’area semantica dell’oscurità, che è la condizione stessa in cui siamo intrappolati; qui anche l’immaginazione si tinge di nero. Così vale per la realtà, di cui Anselmo canta e parla in “La crisi”, brano che inizia con una serie di constatazioni e riflessioni; i concetti si lasciano andare in un turbine di prese di coscienza amare, da dover sdrammatizzare, ad un tratto, a ritmo di una tromba swing. C’è poi “Il barbiere di sua figlia”, un modo scherzoso di concepire l’opera di Rossini, la cavatina di Figaro Largo al factotum, in chiave moderna.
Sono i suoni balcanici a raccontare ancora una volta la notte e ciò che questa riesce a evocare in “Chissà”; in questa circostanza però ci si rivolge alle stelle e con loro si cerca un dialogo per poter dare un senso alle paure e per poterle poi vestire di consapevolezze nuove. L’andamento veloce della chitarra e della fisarmonica segue la corsa dei tanti interrogativi che il cantautore si pone, delle parole che delineano le caratteristiche di uno sfogo. C’è inoltre la poesia dialettale per celebrare l’amore nei versi in siciliano in “Ti detti l’anima”, scritta da Moffo Schimmenti e cantata da Anselmo e Paola Bivona; ritmi accelerati, misti ad altri più lenti, segnano la delicatezza del brano e la timidezza delle immagini. Le conseguenze del consumismo e del progresso vengono cantate in “Sogna mondo”; la voce è graffiante, la tromba segna l’incalzare della ballata e la scrittura è sarcastica.
Tre punte” chiude il disco: una canzone scritta da Francesco Anselmo nel momento in cui ha lasciato la sua Sicilia. Una dedica alla terra, al mare, nella forma del canto popolare. “Tre sono le punte della vita: limoni, passioni meta”: è in queste parole il centro focale del brano, di una cultura, di un amore. 
Gli umori sono contrastanti, i toni sono a tratti esilaranti, divertenti e a volte malinconici, riprendono alcuni aspetti autentici della canzone folclorica e d’autore; il giovane artista riesce a creare un connubio giusto, dunque, tra melodie della musica italiana e tra le sonorità internazionali, come quelle balcaniche e gitane. Ha le idee chiare e le doti promettenti per continuare a sperimentare in campo artistico. Lo ha dimostrato nel suo primo album (meritatamente nella cinquina finale delle Targhe Tenco 2018), che risulta ricco di atmosfere e suggestioni oniriche, di confine tra il sapore del mare e della terra, ma anche di metafore colte e sottili. Tutto quello che serve per poter sperare di sentire altre “fiabole”, altre storie di viaggi e di viaggiatori.

Lucia Santarelli 23/07/2018

CASTROVILLARI – Ci sono festival che chiudono e festival che raggiungono la maggiore età. Primavera dei Teatri compie diciotto anni. E li festeggia riaprendo una sala, il Teatro Vittoria, chiuso per un incendio da trenta anni, e adesso riconsegnato alla città. Castrovillari è sempre la stessa, il centro saldo delle operazioni è ancora la sua Fortezza, mentre il monte Pollino dietro gonfia il petto e all’ora del tramonto fa ombra, s’incupisce sereno e placido. Quest’anno la squadra di calcio della città è retrocessa. Nessuna paura, qui si tifa Juventus. Il vento scende sul corso che taglia e in discesa arriva fino all’Osteria della Torre Infame. Infame perché lì stavano i condannati a morte in attesa dell’esecuzione. In-fame perché, se ne hai, te la puoi togliere gettandoti in pasto agli “Spaghetti al Fuoco di Bacco”, piccanti e cotti nel vino, i “Maccaruni a firrittu del pastore”, con la ricotta, i “cancariddi arrustuti” (peperoni secchi fritti), le “patane mblacchiate” castro1(patate e peperoni). O puoi provare “cucurriddi e mirlingiane” (zucchine e melanzane), lasciarti tentare dalla “saburizza” (salsiccia piccante, e che te lo dico a fare). Nduja patrimonio dell’Umanità. Il palato schiocca, la lingua s’attorciglia in questo scioglilingua.

Lingua che è incipit e soglia, sosta e prolungamento, scivolamento e consonanza, caduta e risalita nel lavoro di Giuseppe Cutino, regia, e Sabrina Petyx, drammaturgia. “Lingua di cane” ci porta al “Cuore di cane” di Bulgakov. Pezzi, muscoli, organi. Son quelli che ci vogliono per sopravvivere, per tentare almeno di farlo. È anche un cercare di parlare di un fenomeno, quello dei migranti, sul quale in questi ultimi anni, anche e soprattutto in teatro, si è detto tutto ma sempre, o nella quasi totalità dei casi, in maniera diretta, dritto per dritto, raccontando l’orrore. Però, lo sappiamo, il teatro ha bisogno della metafora, del simbolico, del detto tra le righe, senza riproporre la cronaca, senza rincorrere la realtà che è molto più potente di qualsiasi racconto. A meno che non si scelga un’altra strada. Quella di una poesia cruda (certo la retorica è a tratti inevitabile) che coinvolge, spinge, sposta, dilania, riprende, recupera, porta in superficie sensazioni e situazioni, perfino corpi. E sono questi corpi (i siciliani della Compagnia dell’Arpa; in sei frontalmente emmadantescamente) ammessi a questa messa di ammassi di stracci, abiti galleggianti come fiori di loto in uno stagno, che non salvano ma affossano, pesanti d’acqua imbrigliano, s’attorcigliano agli arti impedendoti il nuoto e la risalita.
castrocaneBoccheggiano, i respiri si fanno profondi e intensi e sempre più la lingua vira verso un ennese stretto, i loro movimenti sono onde che sbattono sulla battigia, riflussi in un andare e tornare di fiordi e gorgoglii che forma curve della schiena e di polmoni, una danza macabra come un elastico che prende la rincorsa, si schianta e ritorna al suo posto. Un teatro fisico la cui portata s’ingigantisce, monta come panna, suda in questi frammenti che tolgono il fiato, affannano l’esofago in questa lotta feroce per la sopravvivenza. È un vortice quello che fluttua di vestiti e cenci che sanno di cimitero, Diluvio Universale e Olocausto, che sa di gioco crudele e fisarmoniche, come uscire da un bozzolo e nuovamente proteggersi come fa il riccio o l’armadillo, si annidano e si rannicchiano in un cantato-nenia-urla-preghiera soul e porosa. Vengono alla mente la “Venere degli stracci” di Pistoletto ma anche “L’Isola dei morti” di Bocklin e per finire il continente di rifiuti e plastica che staziona e s’amplia nell’Oceano Indiano. Le domande escono senza trovare riparo né soddisfazione, la barca è alla deriva (la loro reale? Noi, l’Europa metaforica?). La morte peggiore non è il decesso ma la sparizione. Se sei disperso, e non classificato come morto, non puoi attingere al senso di colpa, alla pietas, alla consacrazione, alle lacrime, alla perdita, alle cerimonie, ai fazzoletti, all’indignazione. Lo sapevano bene i generali argentini.

C’è un amore per la P, la lettera, nei titoli del gruppo veronese, Leone d’argento ’16 alla Biennale di Venezia, Babilonia Teatri. Sicastrobab parte da “Popstar”, passando per “Pinocchio”, “Purgatorio” e arrivando a quest’ultimo nato “Pedigree”. Che la P è anche l’iniziale di Padre che è centrale nel loro discorso scenico dove è proprio l’assenza del genitore maschio a farsi presenza ingombrante fino ad essere ossessione, tarlo, domanda strisciante che riempie le giornate e i pensieri di una vita. Un ragazzo ormai uomo (ritorna la forza espressiva di Enrico Castellani, vigoroso senza essere tragico) va a ritroso, indietro a scoprire i perché di quel buco nero che lo cinge e stringe. Cresciuto, e molto amato, da due madri, ha sempre sentito un vuoto incolmabile. Il padre biologico ha donato il suo sperma in una banca del seme per l’egoismo delle due donne che l’hanno sì ben cresciuto ma anche privato della sfera maschile utile, necessaria, fondamentale. L’indagine, scandita dalle musiche sdolcinate e ammiccanti, sensuali e pelviche (il gesto della penetrazione che manca a due donne), di Elvis, fa capolino sulla famiglia e sulla discriminazione paesana, sui giudizi provinciali sulle coppie di fatto.
Ma non è qui, comunque la si pensi, che i Babilonia si soffermano. Il salto è andare indietro, a quella mancanza paterna di questo genitore-milite ignoto, fumoso e allo stesso tempo onnipresente. Perché, indubbiamente, anche se il genitore mancante non ha potuto influire sull’educazione e sull’atteggiamento, sul DNA e sui tratti fisici quello sì. Quella del ragazzo è una “vendetta” lontana e distante: ogni anno per Natale organizza una cena, irreale, che riempie d’attesa tutti gli altri giorni dell’anno, con gli altri “figli” biologici dello stesso padre sparsi per il globo. Ed è questo senso della famiglia che forse lo lega maggiormente rispetto al rapporto con le due donne. Il sangue, seppur inspiegabile, pulsa più dell’affetto, per quanto grande sia. E sempre per vendetta diventa a sua volta donatore, mettendosi nella stessa condizione del padre. Il padre (ma anche la madre in caso di due uomini che allevano figli), come figura simbolica, è necessaria, non solo a livello biologico; non si può estrapolare e censurare, cancellare e nascondere la sua presenza terrena, materiale, costante. Padre e madre non possono chiamarsi semplicemente “genitore 1” e “genitore 2”. Con buona pace dei vendoliani.

Tommaso Chimenti 05/06/2017

MODENA - “Il carcere è pieno di momenti morti”, dice l'ispettrice. Vero, verissimo. E non solo quelli. La voce di Vincenzo Pirrotta, calda e fresca, generosa e arricciolata, riesce a scalfire i muri, abbattere le distanze su questo palco improvvisato. Siamo a “Trasparenze”, il festival a cura del Teatro dei Venti e diretto da Stefano Tè. Tutto è più chiaro. Dentro il penitenziario le parole in palermitano hanno più corpo, sono diventate più tangibili e vere. Più vive, sgomitano, sgattaiolano, fuggono. Ci ha ricordato la potenza di Mimmo Borrelli, la musica di Davide Enia, la magia di Mimmo Cuticchio. Un'ode a Palermo, alle lampare, ai picciotti, ai “carcerati, ai pescatori e agli innamorati”. La sua voce fa drammaturgia, è personaggio e ruolo, cifra distintiva.
La sua voce è mare schiumoso,
è vernice ruvida
è sale sulle ferite e limone strizzato negli occhi
è roca come il fischio del treno,pirrotta2
è armonia scomoda e scomposta
è lingua che va a toccare la carie,
è rap ritmato e mimato,
è odore di zagara in fiore,
è luce che infiamma
è spine senza rose,
è onde e Etna, cantilena frizzante
è blues piangente
è lamento gridato pregante
è vento d'alto mare che spettina e pulisce,
è battaglia onomatopeica
è parole taglienti che feriscono,
è guglia che s'arrampica, è foga che si danna,
è schiena sudata e piagata,
è carne
è specchio deformante
è lava che fuma minacciosa
è una maglietta attillata che stringe e strizza
è nodo
è ago
è inno a gola piena
è una carezza con le mani sporche di grasso
pirrotta3è rugiada e colla
è carrarmato che calpesta
è pozzanghera di fango
è sentiero sterrato
è cascata che punisce
è frustate sui polmoni
è bolgia senza regole
è un sorpasso sulla destra
è “e che te lo dico a fare
è la gru dello sfasciacarrozze che scoperchia le auto da demolire
è la sveglia che spezza il tepore del piumone invernale
è eco che fracassa
è sollevazione popolare
è urla dopo un gol alla Favorita
è mescal che frigge l'esofago
è centrifuga brutale
è la corda spessa che fruscia di salmastro nella tonnara
è asfalto scalcinato
è erba medicinale
è malva e polpo
è mentolo aspirato forte
è zenzero e paprika
è una balla di fieno che rotola in campagna
è una storta alla caviglia in discesa
è sabbia lanciata in faccia
è pane caldo
è un tombino newyorkese che sputa vapore
è rughe attorno agli occhi
è crepa nelle mura del castellopirrotta4
è una scritta sul muro che ti fa fermare a leggerla, rileggerla e leggerla ancora
è gramigna dal profumo di lavanda e menta
è la prima boccata di sigaretta e il primo sorso di birra
è morso di pitbull
è il rumore del bosco quando tutto tace
è il clac del lucchetto
è un cambio di marcia in salita
è un colpo di tosse improvviso
è laccio emostatico a bloccare il flusso sanguigno
è buccia scivolosa
è naufragar m'è dolce in questo mare
è un tatuaggio che fa male ogni volta che lo guardi
è fuga per la vittoria
è scala a chiocciola
è criniera di cavallo che scalcia
è un sorriso sdentato d'anziano
è guinzaglio che strozza
è fune che impicca
è sapone che unge e santifica
è saliva che salva
è una maratona con i tacchi a spillo
è maionese acidula
è sanpietrino sformato e sfondato
è maiolica fresca
è caffè amaro
è grido di perdita
è urlo di scoperta
è allarme d'invasione
è buio da averci paura
è barba ispida
è schiena china a raccogliere pomodori
è formaggio fuso sull'hamburger
è tavolino da bar che traballa
è lamiera che sbatte
è tamburo da corteo
è canto in processione
è pistoni incandescenti
è sterzata in curva
è ballo di San Vito e prurito da varicella
è i muscoli del capitano
è tappo che salta per la pressione
è inversione a U in autostrada
la sua voce è malattia e cura.

Tommaso Chimenti 13/05/2017

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