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I Jesus Lizard. Questi mai dimenticati. Sembrava ormai chiaro l'intento di Pierpaolo Capovilla di reintrodursi nei territori più congeniali al revival noise rock tutto Nineties (da cui non sono esenti nemmeno gli Afterhours di Agnelli) di questi ultimi tempi, staccandosi ormai da quello che la macchina Teatro Degli Orrori era ed è ormai arrivata a comunicare, almeno nel corso di questi sette anni che separavano dall'ultimo "A Better Man". Poco c'è stato in Italia, e sicuramente una delle poche band a sfoderare quelle partiture sghembe e riff violenti -parimenti viscerali ed eleganti- vicini alla band di Chicago sono stati i One Dimensional Man, creatura e quasi alter-ego di Capovilla, bassista, cantante e unico membro fisso.
Al pari dei "bentornati" c'è però la considerazione e il parallelismo con quello che Capovilla è divenuto insieme al Teatro, quello che il suo italiano à la Carmelo Bene ha portato in scena e quello, infine, per cui il suo fare musica e parole è diventato davvero emblematico. Lo skip verso l'inglese appare dunque più come un regredire che come un procedere, e non solo alla luce di un paragone -altrettanto probabilmente insolubile- con quel post-hardcore americano vecchio stampo, ma anche per quanto riguarda una certa efficacia e potenza, sia espressiva che linguistica. Tenendo, però, da parte un capolavoro jesuslizardiano come "Goat" del 1991 e i suoi stessi primi lavori con i One Dimensional Man con la Wide Records, questo nuovo "You Don't Exist" può comunque ben apparire come l'album del "benritrovato rumore".
L'opener "Free Speech" prelude infatti un noise-rock frenetico e insofferente, piacevolmente contraddistinto da una ritrovata verve rumoristica e di carattere, che prosegue per il tutti i trentotto minuti del disco. La title-track è un'altra canzone che si inquadra felicemente in un panorama di ben difficile produzioneOne Dimensional Man You Dont Exist 1 in terra italica, e potrebbe risultare questo stesso un grande sintomo di valore per il ritrovato progetto di Capovilla, oltre che per l'effettiva portata del brano, affabile e caustico al tempo stesso. Le partiture ritmiche sono offerte dal fido Francesco Valente, già compagno dietro le pelli con Il Teatro e con il ben più che intrigante progetto Buñuel (con l'inimitabile Eugene Robinson e un altro rumorista come Xabier Iriondo), mentre le chitarre sono a cura di Carlo Veneziano. Insieme al basso di Capovilla è l'essenzialità della terna di strumenti che rende forse "You Don't Exist" nettamente migliore che il più confusionario (per le intenzioni) "A Better Man", riscoprendo l'abrasività del mix (con una voce impastata con il resto degli strumenti: l'esatto contrario di ciò che si è abituati a sentire in Italia) e alcune font storiche forse perdute, come i Saccharine Trust (di cui si coverizza "You Don't Need Freedom").
Il tono del mentore Marcuse echeggia sempre nelle liriche, orientate verso quella critica sociale tipica di Capovilla, che qui diventa mondiale, esistenzialista e frenetica per quello che, secondo lo stesso frontman, è “uno spaccato di vita quotidiana nell’oscura contemporaneità in cui insistono le nostre esistenze”. "A Crying Shame" è un po' il brano spartiacque, posto nel punto centrale dell'album, più riflessivo e intimista, che abbassa solo per un attimo il tiro del discorso con una ballad dai sentori quasi sadcore, con un lieve innesto di voce femminile. Con "Don't Leave Me Alone" tornano le trame più intriganti, che fanno capo alle dissonanze di Veneziano e agli intervalli della sezione ritmica del basso di Capovilla e delle pelli di Valente, con delle linee vocali che non possono non ricordare gli episodi più funambolici del Teatro degli Orrori. Chiude il lavoro una tetra rassegna di feedback e basso di tutti i presidenti degli Stati Uniti (in cui non appare però il nome dell'ultimo e odierno), funerea e incombente fino allo "scacco matto" finale pronunciato dal dissidente milite americano Kenneth O’ Keefe, offertosi alla causa palestinese abbandonando le stelle e strisce.
Dietro il quadro-cover di Antonio Bubacco, "You Don't Exist" è dunque, una volta abbandonate le premesse di parallelismi vari ed eventuali, un album che riporta in auge -anche se in sordina e quasi di sopresa- uno dei monicker più interessanti del panorama alternativo italiano. Bentrovato rumore. E Bentrovato l'uomo marcusiano a una dimensione, dunque. Sperando di vederlo in giro più spesso.

 Davide Romagnoli  28/03/2018

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