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Sembra che Alessandro Ruvio stia parlando proprio di te quando si ascoltano le canzoni contenute nel suo primo album, RUVIO.
Parole semplici, a volte così dirette, a volte così poetiche, che non entrano nel cuore, perché vi sono già dentro. Ruvio le mette in musica, le canta e così le tira fuori dalla testa di ognuno, facendo sì che tutti si sentano meno soli con quei pensieri che sembrano aggrovigliarsi nella mente, tutti i giorni.
Una sonorità che ricorda il pop degli anni ’90 e i primi 2000, ma una voce che, con spontaneità, ha voglia di raccontare di noi e dell’oggi: sentimenti, attitudini, banalità quotidiane di cui non ci si rende più conto.
Dopo i singoli “Concedetemi un giorno” e “sConosciuti a Milano”, venerdì 22 marzo è uscito su tutti i digital store RUVIO, il primo album omonimo del cantautore e musicista calabrese che inaugura le produzioni di “Non è mica Dischi”, etichetta nata dal concorso "Non è mica da questi particolari che si giudica un cantautore", col supporto di Noteum Srls.
Alessandro Ruvio è nato a Cosenza nel 1985, la sua vita si divide tra l’amore per la musica e la ricerca universitaria. Nel 2008 compone la colonna sonora del libro “Colibrì e i libri nitidi” di Francesco Giannino (Officine Buone Onlus) con la collaborazione dell’attore italiano Loris Fabiani.
Nel 2009 è il chitarrista del musical “E mi ritorni in mente 2” con Franco Oppini per la regia di Renato Giordano. Nel 2013 comincia a scrivere canzoni e dal 2017 inizia ad esibirsi dal vivo: con il brano “Lo stesso passo” arriva in semifinale al Premio Pierangelo Bertoli. Inoltre, da dieci anni, fa parte dei “The Rubber Soul”, con cui partecipa a programmi televisivi RAI come “Domenica In” e “I raccomandati”. fqR99Tfg.jpeg
L’album RUVIO si compone di 8 brani in cui ci si perde piacevolmente e pur ascoltandoli mentre si sta facendo altro, non si può non fermarsi a quelle parole: “Ti saresti aspettato qualcosa di più” racconta di come sia impossibile vivere senza aspettative, desideri, grandi progetti. Forse, tuttavia, troppo spesso ci si lascia prendere nel vortice della prospettiva, dimenticandosi del “qui e ora” e che la vita va vissuta e goduta giorno per giorno, per quello che è, senza pensare a quel “qualcosa in più” che, forse, già c’è, senza rendersene conto.
Un ritornello che entra in testa e con ritmo genuino racconta una storia d’amore finita e una che nasce, “Come sarebbe bello” è il secondo pezzo della tracklist: tutte le esperienze, anche quelle più tristi, necessitano di uno spirito di leggerezza, di cui si ha sempre bisogno.
“Cosa credi sia felicità?” domanda Ruvio in “A qualcuno importa”, una canzone sui pregiudizi e sulle sciocche convinzioni che si sostengono, spesso, senza reale convinzione, ma solo per gratuità e fingere che ciò in cui si crede possa portare all’equilibrio, alla felicità che, tuttavia, “viene e va”. Il sassofono, sul finale, sembra essere un vero e proprio grido di liberazione.
“La festa di Ferragosto” è il manifesto di come oggi ci si senta in dovere di fare e partecipare, più per dire e mostrare di stare a farlo che non per sentirlo realmente. Così, ci si ritrova a una festa di Ferragosto con “la solita gente, il solito posto e la gente che non ha voglia di fare niente”.
“Mi sono rotto il cazzo”, una frase che ci si dovrebbe scrivere in fronte: è quello che, infatti, Ruvio canta in “Perbenisti e giovani eroi”, una protesta contro tutte quelle storture della società e del mondo verso le quali, però, non si ha il coraggio di ribellarsi.
“Ci vuole entusiasmo” è, invece, un dolce inno che ricorda di affrontare la vita con serenità e prontezza, guardando il bicchiere sempre mezzo pieno: “ci vuole entusiasmo con un giorno di pioggia o con il sole (…) anche a rischiare di sbagliare”.
Con “sConosciuti a Milano” siamo a Febbraio, il mese del Festival della canzone e anche dell’amore: i ritmi della frenetica Milano insieme a quelli delle note canzoni del Festival di Sanremo raccontano i tempi di un incontro amoroso. Prendersi, lasciarsi, ritrovarsi, conoscersi è, in fondo, “sConoscersi”.
Chiude l’album una carezza, un sound delicato, “Concedetemi un giorno”, in cui Alessandro Ruvio è accompagnato da Eleonora Tosto: due voci cantano la paura, l’esitazione di vivere, l’angoscia che a volte assale e poi, però, quando tutto sembra perduto, la vita si riaccende “portami a nuotare in mezzo al mare”.
Lo scrittore americano Francis Scott Fitzgerald scriveva che «la parte più bella di tutta la letteratura è scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato. Tu appartieni”, un discorso che si estende bene anche alla musica e Alessandro Ruvio con le sue parole e l’empatia che riesce a creare, si avvicina, così, a tutti gli ascoltatori.

Noemi Riccitelli 10/06/2019

Trasformare i difetti in virtù: il secondo album in studio de La Municipàl è un elogio all’imperfezione, estetica e interiore, che ci rende autentici, personali (e forse anche migliori). A chi di fronte a uno specchio non è mai capitato di fissare in continuazione una smagliatura, una cicatrice o una voglia? O proprio un neo uguale al particolare sul viso della ragazza dai capelli ramati in copertina del disco Bellissimi difetti, uscito lo scorso 29Bellissimi_difetti_La_Municipàl_cover marzo per l’etichetta indipendente iCompany, a tre anni di distanza dall’esordio con il primo LP ‘Le nostre guerre perdute’ (2016). «I difetti non sono dèmoni, bensì peculiarità che ci contraddistinguono dall’altro in una società assuefatta all’omologazione di massa», ha dichiarato Isabella Tundo, musicista e cantante insieme al fratello Carmine (chitarra e tastiere nel disco, da lui scritto e prodotto), nell’intervista per Rai Radio2 che ha preceduto l’esibizione del duo pugliese sul palco di Piazza San Giovanni a Roma lo scorso Primo Maggio. Palco che ha battezzato nel 2018 la gavetta inaugurale della band salentina (e il suo séguito sulle piattaforme di streaming), vincitrice del premio 1M NEXT, il contest per gruppi emergenti organizzato ogni anno dal Concertone, oltre che il premio Siae, Nuovo Imaie e il Premio L’AltopArlAnte. E palco che segna dopo diversi mesi, nonostante le sfortunate peripezie vissute (furto della strumentazione e riarrangiamento dei pezzi con le pedaliere prese in prestito ai ragazzi de La rappresentante di Lista, insieme a loro tra le realtà più interessanti dell’itpop attuale), la presa di coscienza di una sopraggiunta maturità artistica. Il nuovo disco è una prova di scrittura consapevole (lontana dall’epoca in cui cantavano ‘Valentina Nappi’): un pop d’autore introspettivo, turbolento, passionale che restituisce in dodici tracce (tredici con ‘Iole’, bonus track nella versione cd) una visione romantica del presente, un’istantanea (o ‘Italian polaroid’) senza filtri né finzioni di una storia vera, un percorso verso l’accettazione di se stessi, che è al contempo esaltazione di pregi e delle proprie intimissime vulnerabilità.

Bellissimi difetti, anticipato nel corso del 2018 dai singoli dell’Ep B-Side quali l’ironica ‘I mondiali del ‘18’ e ‘Mercurio cromo’, è uno screening identitario che si situa per ambedue gli artisti – figli un ex comandante della polizia municipale (a cui si deve l’omaggio nel nome) – alla soglia dei trent’anni, nella terra di confine tra la migliore gioventù e l’ingresso nell’età adulta, tra lo spaesamento di chi ritorna in provincia dopo aver vissuto in metropoli (che è la storia autobiografica di Isabella, trasferitasi da Galatina a Roma, e poi di nuovo in periferia) e chi gira l’Italia in cerca di nuovi stimoli creativi (Carmine, impegnato come solista in molti altri progetti musicali, che hanno coinvolto i nomi di Caterina Caselli, Malika Ayane e Samuel dei Subsonica): un patchwork di opposizioni binarie, contraddizioni e ossimori si riversa nelle sonorità elettriche, costruite su un leitmotiv di synth e caratterizzate da una ricercata sperimentazione (molto più vicina all’attitude del gruppo nei live), e per cui gli è valso l’appellativo di ‘Baustelle del Sud’. Specialmente per certe ballad più retrò e sensuali, come ‘Le vele’ – che ricorda anche nel testo Le rane cantate da Francesco Bianconi – o i cori di ‘Noi due sulla luna’, brano strumentale ricercatissimo tratto dalle interferenze di una conversazione di due astronauti coinvolti nella missione Apollo 10 nel ’69, e ‘Vecchie dogane’, dove il maschile e il femminile delle voci s’intreccia in unico fiato.

Si può fare pace una volta per tutte con la propria immagine? È da questo interrogativo inesauribile che prendono forma le atmosfere malinconiche evocate: silenzi e abissi infernali, paturnie del pomeriggio e solitudini della sera (da annegare “in qualche goccia nel bicchiere”, in una vasca o tra le lacrime), ansie e crisi di panico costellate da vibe rock in brani come ‘Major Tom’, con le dovute suggestioni del caso sul ritornello della Space Oddity di Bowie; o le angosce addolcite dall’ukulele in ‘I tuoi bellissimi difetti’, che ammicca di nuovo ai Baustelle sulla frase “la guerra è finita già da un po’”, ma dove risiede il cuore pulsante del disco e la più grande dichiarazione d’amore contenuta al suo interno (“le tue smagliature le userò come le trincee per fuggire dai nazisti, e un po’ da me”).

Insomma, un disco a metà tra l’itpop e il retaggio cantautoriale (evidente nella citazione a Una giornata uggiosa di Lucio Battisti della più incalzante ‘Punk Ipa’, o nell’interpretazione de ‘La canzone di Marinella’ nel disco-tributo dello scenario indie a De André, Faber Nostrum) che si fa specchio di fragilità, di pensieri per amori perduti, di vortici e turbamenti d’animo, di vicende quotidiane dense di rimandi politico-sociali – precarietà, assenza di ideali, disoccupazione e crisi migratorie – in alcuni brani più impegnati. Tra questi, ‘Finirà tutto quanto’ e ‘Il funerale di Ivan’ appaiono letture critiche di “un’Italia già sepolta da infame”, condannata all’ateismo “di una sinistra che si è persa” verso un Dio che “comunque non ci vede”, impegnato com’è “a organizzarci le guerre”, dalla nostalgia per la lotta proletaria sino agli echi crepuscolari che si riconoscono verso la fine, incamminandosi nei vicoli bui de ‘Le scogliere’.  

”E io sento che sto bene solo quando sto più male…”: potrebbe essere un nuovo slogan generazionale, di chi vuole nella musica trovare riscontro del proprio bisogno inconscio di soffrire. E, invece, le melodie orecchiabili e catchy dei La Municipàl, spaziando nei testi dalla narrazione spensierata all’introspezione profonda, invitano l’ascoltatore a mettersi a nudo, a disinfettare le ferite dentro, demolire gabbie mentali, colmare i vuoti di un altro che manca e riconciliarsi con se stessi, se è vero che – scrisse un loro grande idolo, Leonard Cohen“c’è una crepa in ogni cosa. È da lì che entra la luce”. Da tenere d’occhio le prime date appena annunciate per il loro tour estivo.

Sabrina Sabatino 23-05-2019

Ci sono album che resistono il tempo di qualche ascolto, altri che durano una stagione, altri ancora che sopravvivono per diversi anni. E ci sono poi quegli album che, persino dopo tre decenni, si mantengono freschi, compatti e pronti a trasmettere qualcosa a tutti coloro che sono disposti a fermarsi un attimo per ascoltare. È questo il caso di The Stone Roses, l’album d’esordio dell’omonima band inglese, uscito il 2 maggio 1989 sotto l’etichetta Silverstone e rimasto nel cuore di un’ampia schiera di appassionati.
Considerati tra gli alfieri della scena di Madchester e della cosiddetta “seconda summer of love” di fine anni Ottanta, gli Stone Roses non sono certo passati alla storia per la vastità della loro produzione: al contrario, non è esagerato affermare che, con questo lavoro, i quattro giovani mancuniani abbiano dato il meglio di sé confezionando un’opera che può essere definita come un importante anello di congiunzione tra la precedente new wave e il futuro britpop degli anni Novanta, un indiscusso manifesto del movimento baggy e, più semplicemente, un piccolo capolavoro della musica.Stone Roses02
Il valore di questo album è innanzitutto basato sulla perfetta alchimia tra il cantante Ian Brown, il chitarrista John Squire, il bassista Gary “Mani” Mounfield e il batterista Alan “Reni” Wren: difficilmente, in assenza di uno di questi quattro elementi, l’opera avrebbe assunto l’aspetto con cui è conosciuta. La voce di Brown alterna passaggi eterei e sussurrati (I Wanna Be Adored, Elizabeth My Dear) con altri dove il suo timbro vocale si impone con deciso carisma (She Bangs the Drums, This Is the One) mentre la chitarra di Squire – a cui si deve anche la bellissima e pollockiana copertina dell’album – connota ogni pezzo con dei vivaci ed eleganti fraseggi dai chiari rimandi sixties, a cavallo tra Beatles, Byrds e Jimi Hendrix, lanciandosi pure in qualche brillante assolo (Waterfall); infine, vi è la strepitosa sezione ritmica di Mani e Reni, il cui contributo viene ritenuto all’unanimità come il vero tratto distintivo degli undici brani che compongono l’opera. Infatti, se la musica in voga negli anni Ottanta aveva abituato gli ascoltatori a delle basi ritmiche spesso banali e sacrificate sull’altare dell’orecchiabilità, gli Stone Roses mostrarono come la facile presa di un brano non implicasse la rinuncia a una ritmica caleidoscopica ed elaborata ma lontana da qualsiasi forma di sterile e pedante virtuosismo. Il recupero del gusto per la melodia tipico degli anni Sessanta unito a quelle nuove tendenze (dal funky alla dance passando per lo shoegaze) che, di brano in brano, spingono la band in direzioni differenti rappresenta la chiave di volta che permette a The Stone Roses di apparire classico e originale allo stesso tempo e di comunicare all’ascoltatore una leggiadra solarità impreziosita da slanci psichedelici e vaghe inquietudini giovanili. Non c’è brano che si possa considerare un mero riempitivo: ma è evidente come pezzi quali Made of Stone, This Is the One e Waterfall costituiscano le felicissime vette creative della band, senza poi dimenticare I Am the Resurrection, che si apre a mo’ di marcetta e che, intorno alla metà, si trasforma in una jam session di pura e sfrenata fantasia, andando a chiudersi in modo a dir poco spumeggiante.Stone Roses03
Nel novembre 1989, in occasione dell’uscita della versione americana, l’album viene arricchito con altri due brani assai significativi: Elephant Stone e, soprattutto, Fools Gold, distribuito in Europa come singolo, una magistrale cavalcata di funk e rock psichedelico di quasi dieci minuti dove Mani e Reni ribadiscono il loro straordinario estro attraverso una ritmica incalzante e ipnotica, con la chitarra di Squire e i sussurri vocali di Brown a suggellare quello che, a detta di molti, rimane il pezzo più bello mai realizzato dal gruppo e di cui qualche tempo dopo si ricorderanno i Primal Scream. L’anno seguente, il 1990, conduce gli Stone Roses alla massima popolarità, complici alcuni concerti di enorme successo tra cui l’esibizione del 27 maggio a Spike Island, ma da lì in poi comincia un graduale declino dovuto in larga misura alle complicate vicissitudini che funestano la produzione del nuovo album, Second Coming, che viene pubblicato solo nel 1994, con una scena musicale ormai completamente mutata. Ma questa è già un’altra storia.
A distanza di trent’anni risulta palese la profonda influenza che The Stone Roses ha avuto su numerosi gruppi, dagli Oasis ai Charlatans fino ad arrivare a Kasabian e Arctic Monkeys, ma è altrettanto lampante come nessuno di questi celebri discepoli sia riuscito a replicare la formula di un album che ancora oggi merita di essere apprezzato e degustato in tutta la sua magnificenza.

Francesco Biselli  22/05/2019

Francesca Incudine è ormai pronta a ricevere sul palco del Tenco 2018, il prossimo 20 ottobre, la Targa Tenco per migliore disco in dialetto con il suo Tarakè, secondo dopo Iettavuci (2013), esordio già capace di raccogliere attorno a sé attenzioni e premi della critica. Tarakè è un altro passo deciso sul medesimo sentiero: musica tra il popolare e il fiabesco, con il primo aspetto rappresentato da ritmi spesso saltellanti e un siciliano, nel testo, onnipresente, e il secondo raggiunto da armonie corali e strumentali tipiche del folk internazionale.
Ago della bilancia, anzi, ponte solido tra i due argini è la voce brillante a suo agio nel raccogliere qui l’euforia di un “ta ra ra” e altrove nel comunicare, oltre la comprensione, le emozioni sonore di un gergo non sempre facilmente digeribile. Molte tracce, infatti, già dal titolo presentano dialettismi. Tuttavia, anche laddove non si mastichi siciliano, il messaggio musicale resta sempre integro, talvolta persino rinforzato nel suo aroma di mistico e lontananza.
È così che si arriva a comprendere il punto forte di Francesca Incudine. La sua opera non è duplice, contesa tra la Sicilia e il resto del mondo. Tarakè, al contrario, è un unicum, bagnato allo stesso tempo dall’acqua salata del nostro mare e dalla rugiada di boschi notturni, lontani, abitati da creature magiche e storie cavalleresche. Difficile non pensare a suggestioni celtiche del folk, al sopraggiungere dei flauti (“Rosa Spinusa”, “Tarakè”, “Dormi figghiu”, “Na bona parola”).
Sul resto dell’arrangiamento strumentale, la chitarra acustica la fa da padrone, incaricata pure di scandire il ritmo stesso delle tracce, a volte esclusivamente, altre volte anticipando per ordine e importanza la sezione dei tamburi (deformazione professionale dell’autrice, amante dello strumento sin da adolescente). Su “Tarakè”, che dà il nome all’album, la ritmica è tanto centrale che, quando cambia d’improvviso, dona l’impressione di aver ascoltato due canzoni diverse.
Chiudono il cerchio influenze, saltuarie ma potenti, di acoustic pop, che però in questo particolare contesto musicale più che avvicinare l’album alla scena musicale attuale, lo fanno assomigliare alle atmosfere empatiche del musical (fatta eccezione per la brevissima contaminazione di autotune, in apertura di “Linzolu di mari”). Questo avviene ciclicamente durante l’ascolto dell’intero disco, e come una profezia auto-avverantesi, diventa consapevolezza più forte in chiusura e, fortissima, nell’ultima, undicesima canzone, la gioiosa “Come fussi picciridda”.

Andrea Giovalè  

18/10/2018

L’evocativo “Lingue” di Tommaso Di Giulio, prodotto da Leave Music, è un album pieno di parole e di storie, ma comincia con una semplice immagine sonora, emblematica della stagione estiva: frinire di cicale. Immediata è l’associazione al caldo, al mare, ai nostri ricordi in spiaggia. Si apre così (e si chiuderà, pure) un’amplissima serie di nostalgiche polaroid musicali, canzoni che, spesso e volentieri, ci distraggono da loro stesse per farci viaggiare con la mente.
Non è un caso, affatto, che l’operato di Tommaso Di Giulio sia stato definito appartenente al genere del “pop cinematografico”. In effetti, non sarebbe difficile accostare "A chi la sa più lunga" o "Prendiamo esempio", tanto per fare due titoli, ai vecchi e gloriosi film di Aldo, Giovanni e Giacomo o a altri modelli positivi del cinema italiano. tommaso 2Ma la ragione autentica di tale meccanismo è, a pieno titolo, ben più profonda.
Il cantautore combina spesso e volentieri un accompagnamento strumentale ricco, un ritmo morbido e frammenti di testo volti a dipingere non una trama precisa, ma a suggerirne tante, diverse e composite. Per questo la nostra memoria, che funziona allo stesso modo, trova in “Lingue” note perfette per reagire, agitarsi e ascoltarlo insieme a noi. Il disco diventa un caleidoscopio rotante e colorato attraverso cui rivivere tanto del nostro passato, sbirciando forse qualcosa di quello di Tommaso Di Giulio.
La voce, a metà tra Silvestri e Grignani, accarezza storie quel tanto che basta per lasciarcele immaginare. È la potenza visiva di questo tipo di musica che fa pensare al cinema, ma quello dell’autore, più che cinematografico, è “pop audiovisivo”. Un qualcosa che precede, e ora va oltre, l’attuale categoria onnivora dell’indie, anche se ne subisce inevitabilmente la pesante influenza. "Le notti difficili", a esempio, somiglia all’ultimo Calcutta, "L'umidità" (che azzarda, peraltro, una spruzzata di autotune) invece ricorda vagamente i primi The Giornalisti.
Tommaso Di Giulio, classe 1986, non è tuttavia elemento passivo di un fenomeno musicale come quello odierno. Al contrario, ne è parte integrante, e dopo nove tracce spese a delineare il suo preciso ego musicale, premia l’ascolto con un’ultima gemma: la lenta ballata di pianoforte "Quello nello specchio", dalle sonorità blues e il canto quasi recitato, a sigillare anche la dedica del disco intero, a suo padre. Un intimo arrivederci, suonato poco e sottovoce, che più di altre canzoni rivela il carattere dell’uomo dietro l’autore. Un’occhiata sfuggente, per l’appunto, all’uomo nello specchio, prima di tornare alle cicale.

Andrea Giovalè 25/07/2018

Si canta il senso della vita senza vanità, per esigenza, attraverso un flusso di domande che nella musica non cercano necessariamente risposte, ma il coraggio di esserci: sono queste le regole de “Il gioco della sorte”, album d’esordio del cantautore siciliano Francesco Anselmo; un progetto, questo, che prima però nasce in veste di spettacolo incentrato sul teatro canzone. Il disco è uscito il 14 marzo 2018 e contiene nove tracce; è nel primo brano, che dà il titolo al disco, che viene presentato il destino assimilato a un gioco, fatto di dadi da lanciare, di tentativi e di confusioni, di misteri e di “fiabole”, neologismo creato dall’artista per enfatizzare quello spazio in cui s’incontrano e si confondono la fiaba e la favola. Si scherza grazie a una scrittura ironica e a quell’interrogativo, a fine canzone, che chiude un pensiero per aprirne tanti altri.
Salmone noir", scritta assieme all’autore Andrea Caligiuri (Drugo), è una ballata energica e curiosa, tra ska e folk, che segue la traiettoria di un treno, palcoscenico della storia che nasce tra la Signora Salmone e il Signor Mantello; ci solo loro, mentre “sbuffa la città”. Si riescono a sentire le rotaie, la nebbia, la velocità nei suoni della tromba e del piano. Ci si allontana dal mondo fiabesco per tracciare i solchi della realtà, nella delicatezza cruda e malinconica de “Il pittore futurista”, in cui si sussurra e poi si urla lo stupore di una terra che si fa scrutare da lontano. Le confidenze con la notte non spaventano, piuttosto sembrano un rito per non contare le onde, per non sentire la lontananza da casa. Gli uomini si affidano al buio per mettere a riposo i pensieri; nel frattempo in mare c’è un migrante che indossa i panni di un viaggiatore, per sopravvivenza, e poi c’è uno scafista che diviene nocchiere, per mascherarsi e per non essere smascherato, per scrollarsi di dosso le colpe di un momento e quelle che verranno.Francesco Anselmo
Le canzoni de “Il gioco de la sorte” seguono un filo conduttore e percorrono lo stesso binario, dettato dalla notte, dal noir, dalla nebbia: nel disco infatti sono frequenti alcune parole che appartengono all’area semantica dell’oscurità, che è la condizione stessa in cui siamo intrappolati; qui anche l’immaginazione si tinge di nero. Così vale per la realtà, di cui Anselmo canta e parla in “La crisi”, brano che inizia con una serie di constatazioni e riflessioni; i concetti si lasciano andare in un turbine di prese di coscienza amare, da dover sdrammatizzare, ad un tratto, a ritmo di una tromba swing. C’è poi “Il barbiere di sua figlia”, un modo scherzoso di concepire l’opera di Rossini, la cavatina di Figaro Largo al factotum, in chiave moderna.
Sono i suoni balcanici a raccontare ancora una volta la notte e ciò che questa riesce a evocare in “Chissà”; in questa circostanza però ci si rivolge alle stelle e con loro si cerca un dialogo per poter dare un senso alle paure e per poterle poi vestire di consapevolezze nuove. L’andamento veloce della chitarra e della fisarmonica segue la corsa dei tanti interrogativi che il cantautore si pone, delle parole che delineano le caratteristiche di uno sfogo. C’è inoltre la poesia dialettale per celebrare l’amore nei versi in siciliano in “Ti detti l’anima”, scritta da Moffo Schimmenti e cantata da Anselmo e Paola Bivona; ritmi accelerati, misti ad altri più lenti, segnano la delicatezza del brano e la timidezza delle immagini. Le conseguenze del consumismo e del progresso vengono cantate in “Sogna mondo”; la voce è graffiante, la tromba segna l’incalzare della ballata e la scrittura è sarcastica.
Tre punte” chiude il disco: una canzone scritta da Francesco Anselmo nel momento in cui ha lasciato la sua Sicilia. Una dedica alla terra, al mare, nella forma del canto popolare. “Tre sono le punte della vita: limoni, passioni meta”: è in queste parole il centro focale del brano, di una cultura, di un amore. 
Gli umori sono contrastanti, i toni sono a tratti esilaranti, divertenti e a volte malinconici, riprendono alcuni aspetti autentici della canzone folclorica e d’autore; il giovane artista riesce a creare un connubio giusto, dunque, tra melodie della musica italiana e tra le sonorità internazionali, come quelle balcaniche e gitane. Ha le idee chiare e le doti promettenti per continuare a sperimentare in campo artistico. Lo ha dimostrato nel suo primo album (meritatamente nella cinquina finale delle Targhe Tenco 2018), che risulta ricco di atmosfere e suggestioni oniriche, di confine tra il sapore del mare e della terra, ma anche di metafore colte e sottili. Tutto quello che serve per poter sperare di sentire altre “fiabole”, altre storie di viaggi e di viaggiatori.

Lucia Santarelli 23/07/2018

"NuoveCanzoni" è l’ultimo disco di inediti di Edoardo De Angelis e segna l’esordio dell’etichetta Il Cantautore Necessario. “Ecco che arriva il tempo di celebrare il tempo”, canta l’autore romano, che omaggia le sue poesie in una raccolta di canzoni che attraversano le tante sfumature di sentimenti come l’amicizia, la gratitudine, la malinconia.
Si tratta inoltre di un album considerato un gesto d’amore verso la musica, racchiuso in dodici tracce. “Cerco un filo rosso, una ragione che leghi e tenga insieme le undici canzoni di questa raccolta, un cestino di frutti diversi uno dall’altro. Direi che questa volta i fili sono due: il tempo, la sua trama invisibile mai ferma che lega passato e futuro e ci fa toccare il presente e, ancora una volta nelle mie storie, il valore del confine. Quella linea sottilissima, elastica, mutevole che divide, ma tiene vicine, la realtà e l’immaginazione”: questa è la premessa che De Angelis ha tenuto a precisare, nel booklet di "NuoveCanzoni".1525119631edo
Il disco si apre con "Il mago e le stelle" e termina con la seconda parte del brano, una bonus track solo strumentale: un percorso circolare che vede nell’inizio e nella fine una struttura equilibrata, un ciclo che ha un punto di partenza che converge verso un approdo, il proseguimento di una storia la cui trama, ora, viene affidata all’ascoltatore e al sentimento che la melodia riesce a suscitare in esso; un atto di fedeltà e di fiducia, quello del cantautore nei confronti dell’animo umano. "Abbracciami", seconda traccia del disco, è stata scritta a quattro mani con Fabrizio Emigli; l’amore, qui, ammutolisce le voci, mentre le braccia si fanno casa, fortezza di un affetto sfuggente, ritrovato o da ritrovare. Poi c’è "Anna è un nome bellissimo": una dedica ad Anna Magnani, l’”attrice romana, così fragile e forte che tutto il mondo ama, perché da quello sguardo fioriscono parole che scaldano un sorriso”. È una ballad dai toni folkloristici - dettati anche dall’organetto di Alessandro D’Alessandro - da tratti popolari e genuini, caratteristiche poi tipiche della Magnani.
Con "Sponde", De Angelis torna a cantare del suo impegno civile che si fa portavoce, con musica e parole, dell’annientamento dei mali del tempo, dell’ignoranza nel concepire “nemico” un individuo. "Galileo", sesta traccia del disco, ha invece una storia lunga alle spalle: “Trent’anni, il tempo occorso per scriverla, dalla prima all’ultima nota. Non voleva uscire dal cassetto, questo segno d’amore per la libertà dell’uomo, per il valore delle sue idee. Poi ho pensato che dovesse essere Galileo stesso a parlare, ho aspettato che lo facesse e fedelmente ho riportato le sue parole e il suo pensiero”.
Il concetto di tempo ritorna più volte nell’album: dopo l’elogio della sua attesa in "Arriva il tempo", ci sono "Il Tempo sconosciuto e Alleggiu", canzone di Ezio Noto e Francesco Giunta; tre concezioni diverse di intendere, aspettare o percepire un attimo, come un qualcosa che viene da sé, che hai sempre atteso e incontrato, oppure come un concetto estraneo, a cui non riuscire a dare un nome.
C’è anche il momento di una preghiera laica, quella di Ibrahim in " Padre nostro"; tra le parole e tra i suoni, più cupi, s’invoca un “Dio degli invisibili, con le braccia aperte e senza religione”, quando si è in balìa delle onde in un mare in tempesta, in un mondo dove la terra, quella che gli uomini dominano con prepotenza, è amara e inospitale; un bambino che dovrebbe essere cullato dal rumore dell’acqua, viene invece spaventato da un incubo troppo attuale, troppo vero, quello dell’immigrazione, della partenza alla ricerca di un posto da sentire casa, dove poter vivere senza sentirsi in colpa di esistere.
Le percussioni e poi la chitarra introducono le parole di "Scegli il nome di un fiore", un rimando alla poetica di Goethe e alla sua Gefunden, un componimento, questo, che ha segnato l’animo bambino e poi adulto del cantautore. In "Una notte romana" ritroviamo l’uomo che vaga tra le strade della sua città, che viene spesso elogiata, amata nelle produzioni dell’artista e che rappresenta la certezza di essere casa, confidente e compagna: “Anche questa è una storia vera, passo per passo, un breve film girato in una delle piazze più belle di Roma. Quattro protagonisti e il racconto di un nodo di amicizia che lentamente si scioglie, nell’indifferenza dei sentimenti e dei palazzi intorno”.
"NuoveCanzoni", i cui arrangiamenti sono stati curati con maestria da Primiano Di Biase, è il frutto di un intenso lavoro in cui hanno collaborato grandi musicisti come Fabrizio Guarino, Simone Federicuccio Talone, Guerino Rondolone, Nhare Testi, Fabrizia Pandimiglio, Alessandro D’Alessandro, Giovanni Pelosi e Alessandro Tomei.
È dunque un album che testimonia come Edoardo De Angelis riesca sempre a far vivere, con parole gentili e vere, quella poesia che è baluardo della canzone d’autore.

Lucia Santarelli 28/05/2018

L’imperativo è un modo verbale che esprime un ordine, una richiesta, un invito o un divieto. “Fidatevi”, quello scelto dai Ministri per intitolare il loro sesto album, è un’esortazione rivolta al pubblico che arriva dopo lunghi mesi di lavoro. La band milanese è tornata a tre anni di distanza dal disco precedente (il noioso “Cultura generale”) con un carico di consapevolezze raggiunte. Prodotto da Woodworm, il nuovo album testimonia la crescita sia dal punto di vista dei contenuti che da quello musicale di un gruppo attivo da oltre dodici anni.
In uno scenario italiano dominato dall’indie-pop, dal rap e dalla trap, quello dei Ministri è un disco sfacciatamente rock. Eppure, forse proprio in virtù della sua diversità, “Fidatevi” ha raccolto notevoli consensi. Il merito del trio composto da Davide Autelitano “Divi” (voce e basso) Federico Dragogna (chitarra e seconda voce) e Michele Esposito (batteria) è stato di aver avuto il coraggio di seguire le proprie idee. E non è un caso che il primo singolo dell’album “Tra le vite degli altri” parli proprio di quest’aspetto: “È una questione di gusti se ci sentiamo diversi, ci trasciniamo convinti dentro a pochi ricordi”. Ad accompagnare il brano è un video interamente girato in Bulgaria da Martina Pastori e Anna Amadeo, nel quale compare un imponente monumento risalente all’età comunista.

A proposito del videoclip, i Ministri hanno raccontato: «Per parlare dell’orgoglio e la tenacia che sono alla base della canzone, le due registe sono andate in un paese non lontano da Sofia, e l’hanno raccontato attraverso le persone che hanno incontrato lungo la strada – come Dennis e Kostadin, due ragazzi incontrati sul posto che sono diventati i protagonisti del video». Nel sesto disco dei Ministri - registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani, il cui violino è presente nella seconda traccia - dominano le ansie e le inquietudini proprie di quella fase della vita in cui si smette di guardare unicamente al futuro e si comincia a riflettere sul passato. È in quel momento che riaffiorano i ricordi di un amore finito (“Crateri”), ci s’interroga sulla possibilità si fidarsi nonostante le batoste ricevute (“Memoria breve”), oppure si scopre che il lavoro che prima sembrava un porto sicuro è diventato un incubo (“Nella battaglia”).
Un barlume di speranza sembra essere racchiuso proprio nel tema onnipresente nell’intero album: la fiducia. L’invito a non cedere alla rassegnazione è stato così rivolto dai Ministri ai loro numerosi fan: “Fidatevi anche se vi tradiranno, anche se vi terrorizzeranno, anche se tecnicamente è un salto nel vuoto: ne vale la pena”.

Chiara D’Andrea  19/05/2018

 

É uscito il 6 aprile, sotto l’etichetta Sugar, "Vivere o morire", il secondo disco di Motta. A due anni dall’album di debutto " La fine dei vent’anni", il cantautore pisano torna più maturo, più deciso e con nove tracce completamente nuove. 
Motta calca la scena indie contemporanea in linea con il gusto cantautorale italiano, ma lo fa riempiendo i suoi brani di sonorità internazionali e dosando a dovere chitarre, tastiere, synth, percussioni, theremin e archi. Collaborando con il producer ed ingegnere del suono Taketo Gohara (Vinicio Capossela, Brunori Sas), e insieme a Riccardo Singallia e Pacifico (cantautore milanese e co-autore della maggior parte dei testi sull’album), l’artista toscano utilizza il gusto di chi ormai ha superato “la fine dei vent’anni” per costruire un album appoggiato sul ricordo di qualcosa come i primi lavori di Richard Ashcroft, ma non senza donare la sua personalità tutta italiana (e toscana). Musicalità già sentite, certo, ma è pur vero che la nostra penisola da anni assorbe e fa sue le produzioni internazionali.
Ciò che però riempie di significato le già piacevoli sonorità dei brani di "Vivere o morire" sono i testi, che arrivano diretti alla mente e al cuore e davvero scuotono da dentro. Motta scrive per sé e non di sé, e ciò che ne risulta è un album diario, un flusso di coscienza sincero e autentico. "Ed è quasi come essere felice", messa in apertura, è una dichiarazione di intenti, una confessione attraverso la quale si può riuscire ad apprezzare e leggere tutte le tracce che seguono. Il ritmo incalzante della prima traccia, tra synth e voci effettate che trasportano l’ascoltatore in un tunnel di ricordi, lascia spazio alla serenità disarmante di "Quello che siamo diventati", presa di coscienza del proprio esistere senza le maschere dell’immaturità, e della spensieratezza, adolescenziale. Si passa poi per "Vivere o morire", canzone in cui il focus è proprio sulle parole; d’altronde, confessa lui stesso, di cambiare accordi non gliene frega niente. Con "La nostra ultima canzone" colpisce proprio il pubblico suo coetaneo, quello che ancora può vantarsi di provare malinconia per un’adolescenza lontano da tecnologia e invasione smartphone, permettendogli di “tornare indietro”, in un viaggio tra i ricordi.

  

Le liriche successive sono profondamente intense. La serena malinconia dei testi si intreccia con le melodie circondate di archi e tastiere morbide e avvolgenti, come in "Chissà dove sarai", brano sentimentale. "Per amore e basta" e "La prima volta" si rivolgono invece all’ascoltatore in cerca forse di consigli e conforto, o, semplicemente comprensione. La voce un po’ trascinata, svogliata, parla d’amore quasi recitando, tra sonorità che nascondono un sound più ricercato tra cori, un quartetto d’archi e il percussionista Mauro Refosco, grazie al quale in "E poi ci pensi un po’" si apprezza particolarmente l’impianto ritmico. A chiudere l’album è "Mi parli di te", una ballad morbida che si apre con una chitarra sincera quanto il testo, con cui si lega piacevolmente. 
Ecco nove brani che ben bilanciano amore, crescita, dolore e serenità, intrecciando suoni conosciuti ma non per questo ripetitivi, anzi: "Vivere o Morire", tra lacrime e sorrisi malinconici, è un album da ascoltare, più volte.

Marta Perroni 02/05/2018

 

Lunedì, 26 Marzo 2018 09:54

"Touché", l'indie rock secondo Mèsa

L’entità protagonista dell’album è toccata, colpita. Da cosa? Da un amore, dalla piega che ogni giornata prende, dalla vita. Mèsa è il nome d’arte di Federica Messa, cantautrice romana nata nel 1991. “Touché” è il suo primo album prodotto da Bomba Dischi.
«Ogni canzone è una stanza, un posto dove succede qualcosa di irripetibile: la verità». Questo è il motto di Mèsa, che vede la canzone come occasione per mostrare un punto di vista sincero del mondo, per esternare emozioni, per disegnare con parole e musica su una tela immaginaria. “Touché” è un’opera che esprime freschezza e leggerezza; a cantare è una voce dal timbro pulito ma che, come la poesia, si prende le proprie libertà e non si inserisce sempre perfettamente al contrappunto musicale. Il genere può collocarsi nell’ambito di quello che definiamo indie rock italiano, con qualche influenza dall’universo del jazz e l’elemento affascinante di sonorità dal gusto vintage come risultante di una registrazione volutamente sporca, ovattata, come quella dei nastri magnetici. A livello vocale ed estetico, Mèsa ricorda personaggi di spicco nel panorama musicale italiano contemporaneo come Levante, o figure più rock più navigate ma di grande successo come Paola Turci e Cristina Donà. Le sue parole raccontano vicende tipiche dell’indie: storie di ordinaria quotidianità presentate dal punto di vista di una ragazza che vede avvicinarsi “la fine dei vent’anni”, per citare il più noto collega Motta, e che non esita a rendere poeticamente interessante la propria vita. Tra dolcezza e grinta, Mèsa è portatrice di una femminilità che sprigiona energia tramite uno stile forse già sentito ma vestito di nuovo.

Le sue canzoni aprono le porte di un intero mondo. La ricchezza è soprattutto nella scrittura: tra i versi dei brani si leggono immagini di vita accompagnate, come in un film, da una colonna sonora che si ascolta volentieri e senza troppo impegno, leggendo un libro, viaggiando, passeggiando tra i vicoli della propria città.
L’album è composto da undici canzoni, e uno degli aspetti principali e ricorrenti dei testi è l’adozione un po’ mitica e bucolica di una natura che si pregna dell’essenza umana, di qualcuno che manca: «facciamo lunghe passeggiate sul lungomare del tuo silenzio come se il vento nei capelli fossi tu» (“Non me lo ricordavo”), «per ogni volta che l’ultima volta un nuovo cielo mi grida ti amo» (“La colpa"), «spostare i pianeti con la forza del pensiero» ("Un esercito orizzontale"), e lo stesso titolo “Oceanoletto”. Ogni canzone presenta caratteristiche proprie a livello musicale e ritmico ma lo stile omogeneo e il linguaggio quotidiano e metaforico, ricco di immagini ricorrenti, fanno di “Touché” un discorso continuo e coerente. Come Mèsa recita in “Il mare tra il dire e il fare”: «non smetterà questa voglia che resta come un ritornello nella mia testa, non smetterà questa voglia che resta se non sbatto la testa un po’ più forte domani…».

Benedetta Colasanti 26/03/2018

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