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Sabato, 21 Settembre 2019 17:14

Milano Off: il Fringe che mancava

MILANO – Ultimamente, negli ultimi anni, c'è stata un'ondata di Fringe italiani inseguendo quello leggendario di Edimburgo. Torino, Roma, Milano. Per fortuna però, soprattutto per gli artisti, la situazione italiana è più comprensiva e solidale con chi fa e produce arte. Ad Edimburgo si paga la venue, il tecnico, i possibili ritardi di montaggio e smontaggio, è complicato, e soprattutto autonomo e indipendente, il chiamare sia il pubblico che paghi un biglietto (il marketing e la promozione della piece è tutto a carico delle compagnie che spesso ingaggiano giovani aiutanti e di bella presenza per spargere volantini spesso in pattini per raggiungere più agevolmente più zone della città scozzese) che la critica che poi recensirà lo spettacolo. Se Edimburgo è una giungla, da sconsigliare, a meno che non si abbia un prodotto valido sul quale puntare, conoscere bene le regole d'ingaggio e perfettamente l'inglese, non si fanno sconti sull'accento latino, (vedi ad esempio l'ottimo Ceresoli con “La Merda”), una bolgia dove i più vengono tritati e triturati sull'altare del marketing camuffato da arte, i nostri sono più vivibili ed a misura d'uomo, più vicini, terreni.tea ceremony 2.jpg

Quello di Milano (terza edizione, dal 17 al 22 settembre, nella stessa settimana a Milano c'erano la Fashion Week, il Derby meneghino del pallone, Tramedautore al Piccolo, il concertone finale di Jova Beach Party), per la direzione di Renato Lombardo e Francesca Vitale, ha scelto di dislocarsi in varie parti della città; la Fabbrica del Vapore, con due stage, il Teatro Libero, il Teatro della Cooperativa e IsolaCasaTeatro; forse un maggior accentramento alla Fabbrica del Vapore avrebbe permesso una più forte identificazione di uno spazio con la rassegna. La FdV è un luogo magico di vetrate e mattoni, con il suo stile unico post industriale che ben si coordina con il teatro contemporaneo e la nuova drammaturgia. Sulle centinaia di proposte arrivate ne sono state scelte, in gara (c'è una giuria tecnica e una popolare con votazioni e schede), venti pièce mentre altri sei spettacoli erano ospiti (tra i quali Moni Ovadia, Raul Cremona, Jango Edwards, Fabrizio Martorelli, Mario Incudine). Tra i premi, una partecipazione ad Avignone Off, una replica al Clan Off di Messina, una a Catania all'interno di Palco Off, una a Milano al Libero, una al Torino Fringe e una masterclass a Barcellona di Nouveau Clown. Un gran bel pacchetto.

Le nostre preferenze (come giurato) sono andate certamente nella direzione del “Tea Ceremony” con in scena lo strepitoso e misurato artista cipriota Ioannou che si trasforma, perfetto nelle movenze, nel ritmo cadenzato e nelle pause silenziose, nella dama di compagnia per eccellenza del Sol Levante, la geisha. Già nel titolo è compreso quello che vedremo e quello che andrà a fare la signora (bellissimo il kimono, trucco perfetto, non una parodia ma un vero e proprio trasformismo) ma è un'illusione che ci distrae, mentre la donna giapponese, con i suoi modi delicati e gentili, lentamente ci porta in altri terreni, su altri piani e dimensioni. La performance, tutta in inglese, è un inno all'enjoy the silence, alla lentezza, al calibrare le nostre azioni, al pensare prima di agire, al pensare alle conseguenze del nostro stare al mondo. E c'è una formula che si ripete come mantra quasi ad ogni inizio capitolo che rilancia e ritorna: se in italiano la parola “ospite” identifica sia chi ospita che chi è ospitato, in inglese invece il primo è host mentre il secondo è guest. E se la formula magica nella prima parte è “I am your host and you are my guests” nella seconda il messaggio di entrare in punta di piedi in una nuova stanza e rispettare le altre persone diviene ambientalista ed ecologista. E' la terra che diventa chi ci ospita, the Earth, mentre noi non siamo i suoi padroni ma i suoi ospiti, tea ceremony 3.jpgospiti che devono lasciarla più intatta possibile nel loro passaggio misero e minuto. E le mani, come i piedi, si muovono lenti, così come il ventaglio e il raso che fruscia. Al suo fianco un vaso con un fiore dentro caduto a terra, simbolico, tragico, epilogo caustico. Questa strana geisha credibilissima ci racconta di una bellezza da rispettare, quella bellezza che attorno a lei non si vede tra un ventilatore a terra, varie cianfrusaglie che non apportano magia, alcuni attrezzi per fare il tè ma, come dice lei stessa, per fare il tè ci vuole il tè e noi non lo abbiamo. Somiglia a Sean Penn nel sorrentiniano “This must be the place” con quell'impasse, quella stessa flemma quasi letargica, compunta e soffice e tenera. Appaiono delle fotografie da appendere e qui il gioco si fa interattivo (per la verità lo è fin dall'inizio) chiedendoci che cosa stiamo vedendo con più opzioni bislacche e consumistiche per camuffare l'amara verità: ecco le mondine che coltivano appunto le foglie di tè, schiena curva e fatica, donne che vanno a prendere l'acqua compiendo decine di chilometri al giorno in Africa, ultima una città distrutta, che sia guerra o terremoto. Il suo è un canto doloroso, un urlo muto e piccolo, un piccolo grido microscopico in mezzo al rumore lancinante. Lasciandoci con la massima, banale se vogliamo ma alla quale non diamo troppo peso nelle facezie inutili delle quali infarciamo le nostre giornate: “Il tempo è la maggior ricchezza che abbiamo a disposizione”. Purtroppo ce ne scordiamo spesso, per sopravvivere.

Di tutt'altro tenore, anche se anche qui si parla della condizione della donna (e vagamente il parallelismo con la geisha non è campato in aria), ma sempre da sottolineare, è la nostra “Super Casalinga” un'eroina (più anti) che grembiule e cencio in testa, come la Mami di Via col Vento, beve Red Bull per caricarsi e per cominciare la giornata di olio di gomito, di lena a pulire, spolverare, lucidare. Con musiche sottolineanti leggere si muove con le pattine su un'impiantito brillante dopo aver chiuso con mille mandate e chiavistelli la porta della propria abitazione. Il mondo sta chiuso là fuori, il suo mondo è soltanto questo, fatto di oggetti, di proprietà privata, di silenzi. Già perché la geisha nostrana Supercasalinga.jpg(Roberta Paolini frizzante) è sola al mondo: il marito è defunto, ma lei ci parla attraverso la sua fotografia (si scoprirà che è un famoso personaggio simbolo di prodotti per la casa), anche la madre è morta ma le parla attraverso un suo grande ritratto impartendole lezioni di vita su come essere una casalinga perfetta. La sua droga è l'odore del sapone liquido, il suo doping è sniffare l'aroma dei detersivi alla candeggina, il suo sballo è l'ammorbidente mischiato all'amuchina. Carezzandosi con cenci nuovi per pulire prova quasi un orgasmo e gira con una gigantesca lente d'ingrandimento per scongiurare le macchie più ostili e soprattutto per scovare anche quelle più nascoste e tignose. Anche quando balla il twist con il fondoschiena pulisce mobili e sedie dalla polvere, fino a quando non intrattiene un corpo a corpo con l'aspirapolvere, un aggrovigliamento con punte d'erotico mentre il tubo si fa fallico attaccandosi ai suoi seni, al pube, di lotta di Tarzan nella foresta, pare un anaconda che la vuole strozzare, un boa constrinctor che la vuole soffocare nel bacio della morte. Ora danza scatenata come Freddy Mercury in “I want to break free” (anche lui nel video era vestito da casalinga disperata) oppure saltellando come gli AC/DC. La guerriglia finale è con una macchia di umidità e muffa che sembra cosa viva e pare indistruttibile, indistruttibile. 

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E' il Far West de “Il buono, il brutto e il cattivo” con un duello all'ultimo straccio dove scende in campo un'attrezzatura in stile Chernobyl. Come una strega mischia polveri, detersivi, saponi, intrugli e pastiglie e odorandolo balla il moonwalk e muove la testa come Totò. Nella vittoria finale con la macchia (c'è un che di psicologico e metaforico) c'è tutta la sua liberazione, nei confronti della madre e del marito che anche da defunti le davano ordini e indicazioni e la facevano sentire inferiore e sempre in difetto e in debito. Una liberazione che però non porta i frutti sperati perché la donna non rinnega la sua precedente esistenza rinchiusa nelle sue quattro mura linde uscendo finalmente e godendosi il tempo che finora ha buttato pulendo ma si mette un grembiule glitterato continuando comunque a lucidare ma indossando un abito da lavoro più luccicante e fashion. La casa è pulita ma la tristezza è che non c'è nessuno accanto a lei a “sporcarla” vivendola.

Al contrario siamo rimasti sconcertati da “Skua 1940”, una storia di guerra, la Seconda Mondiale tra inglesi e nazisti, affrontata da giovani attori (la compagnia La Ribalta di Novara) con sufficienza, pressappochismo, e quella frivolezza che trattando alcuni argomenti non puoi proprio permetterti. Siamo in Norvegia e in un cascinale abbandonato nella neve si rifugiano tre soldati tedeschi Skua 3.jpge due aviatori inglesi. Da subito il battutismo e il gusto della comica forzata ha preso il sopravvento ricordandoci tutti i b-movie in stile militaresco nostrano anni '60 dove celebri cantanti dell'epoca (ad es. Morandi) recitavano nella parte di se stessi alle prese con la naia tra battute scontate e fastidiosi ammiccamenti. Innanzitutto i cinque si parlano e subito si capiscono, in che lingua parlano non ci è dato saperlo. Ci dicono che in Norvegia ci sono i pinguini quando questi animali vivono al Polo Sud, per non parlare della musica che parte da un grammofono (siamo in pieno tempo di guerra e nella capanna sono presenti stufa, cibo, alcool, strumenti musicali e dischi) che è chiaramente di stampo irlandese-celtica. Il tutto si fa poco credibile tra una rincorsa, facce e toni parodistici, e un'aria bonaria di fondo da commediola che li fa diventare cinque boy scout che si sono persi nella neve o una squadra di calcetto negli spogliatoi tra confessioni e amicizie. C'è una sola pistola ma le due fazioni se la scordano o la passanoSkua.jpg (in)volontariamente agli altri ribaltando le posizioni di forza, la lasciano sul tavolo in un clima cameratesco da gita scolastica e da volemosebbene. Non si sente la sostanza, la possibilità di scivolare tra la vita e la morte. E poi malintesi e qui pro quo che appesantiscono il claudicante racconto. Il gioco con le tazzine e i piattini è terribilmente e scadentemente copiato spudoratamente (peggio, molto peggio) dal cult “Thanks for vaselina” di Carrozzeria Orfeo. Quando suonano fisarmonica e chitarra ci troviamo immediatamente in uno stanzone da Oktober Fest. Vorrebbero arrivare all'assurdo di “Catch 22” o alle iperboli tarantiniane in “Bastardi senza gloria” ma la pasta è di tutt'altra forma. Insopportabile anche l'occhieggiamento ruffiano dicendo la battuta verso il pubblico con fare sornione da varietà, con quei gigioneggiamenti caricaturali che il tema non doveva prevedere. Buoni sentimenti stucchevoli con finale che si risolve con un epilogo prevedibilmente imprevedibile oltre alla mielosa “Over the rainbow”, sciorinata in varie salse, che inneggia all'amore, alla fratellanza e alla solidarietà. Restiamo umani va bene, ma non così.

Tommaso Chimenti

MILANO – Come sta la danza contemporanea italiana? Com'è la sua salute? Per quello che abbiamo visto nella due giorni dello “ShowCase” all'interno di Dance Haus, non l'abbiamo trovata agonizzante ma nemmeno in forma splendida, con alcune esili punte, molti stereotipi da rivedere, varie ingenuità, qualche guizzo isolato, comunque distante da quello che possiamo vedere a livello europeo. C'è uno scarto visibile, palese, indubbio. Non siamo a Berlino, a Bruxelles o in Olanda questo è chiaro: il gap si sente. Quattro strutture, per il secondo anno, DanceHauspiù, Centro Nazionale di Produzione della danza, e le compagnie Fattoria Vittadini, Naturalis Labor e Déjà Donné, si sono consociate per dar vita ad un fruttuoso scambio di visioni tra scena, operatori, programmatori e giornalisti. Intanto lo spazio della Dance Haus, in via Tertulliano (chi non c'è stato ci passi gli si aprirà un mondo), è un'ex fabbrica composta da più strutture dove si dipanano sale prove, spazi polifunzionali dove convivono il teatro, la danza (hanno sede anche i Kataklò) , le scuole di formazione, l'hip hop: una cittadella dove, una volta varcato il cancello, si respira arte e libertà d'espressione, murales, freschezza e gioventù.44317999_334995137285081_2269259554807010923_n.jpg

Dopo l'uscita della sezione danza da NEXT, la vetrina del teatro e delle performance lombarde sostenuta da Cariplo, Dance Haus, quarto centro produttivo italiano dopo Virgilio Sieni, Compagnia Zappalà e Aterballetto, si è assunta l'onere e l'onore di portare avanti la mostra e la valorizzazione dei lavori della contemporanea. Quel che abbiamo notato, e che qui sottolineiamo, è che spesso il gesto e il movimento non sono a supporto di un'idea forte di base e rimangono così chiusi, enigmatici e criptici, senza riuscire a comunicare intenzioni e prospettive, tecnicismi fini a se stessi che non riescono a passare un'urgenza, a testimoniare una posizione contenutistica.

Tra i tanti pezzi visti 59915546_1252899094860531_554075498795871493_n.jpgsiamo rimasti favorevolmente colpiti da uno dei pochi spettacoli dove fosse presente una scenografia, un impianto presente e pregnante con il quale i danzatori e performer potessero dialogare e interagire, il potente “Glicemia500” (alla lettura del titolo ci è venuta subito alla mente la canzone medicalizzata “Paracetamolo” di Calcutta) del duo Nux che mette in scena il passaggio, il cambiamento in tutte le sue forme variegate e variopinte, i vari momenti dove dal possibile tracollo si passa al volo e viceversa, le catarsi, i mutamenti abissali. Una struttura granitica e megalitica (quasi un dolmen neolitico) campeggia in mezzo alla scena, sembra una tenda-parallelepipedo oblungo, quasi un vulcano giallo zolfo (o un Yellow Submarine dalla cui garitta tirar fuori la testa e scrutare il paesaggio sottostante) scivoloso e storto dove al suo interno, come Winnie nel beckettiano “Giorni Felici”, sta e spunta a più riprese una donna che è quasi un bruco nudo, un verme che ha paura ad uscire dall'ovatta, un uccellino che ha timore di lasciare il proprio caldo e sicuro nido e spiccare il primo salvifico volo. Le gambe non gli reggono, la muscolatura non è allenata, ma c'è una figura accanto a lei, un uomo nero, pare una figura cupa e intimorente della Marvel, che però si rivelerà tutt'altro che malvagio e maligno. Anzi l'aiuta, la sostiene, la tira su, le insegna, come un vero Pigmalione e Guru, i passi, le mosse, la tiene, lei che è sempre in perenne bilico tra la caduta e il librarsi.

La figura pece ha il volto scuro annerito otelliano, una tunica da derviscio rotante, un rigore monacale nei gesti biblici, la muove come un burattino. E' qui che il corso delle cose muta radicalmente e assistiamo ad un vero e proprio transfert osmotico tra la figura femminile nuda (grande controllo del corpo, forza e precisione) e questo monaco rigido: se l'uno si spoglia delle proprie vesti, e perde certezze e sicurezze, l'altra si veste dei suoi abiti (vediamo la costruzione di un nuovo personaggio assimilabile al Frankenstein), gli pulisce la faccia e lo lascia senza scudo, senza corazza, senza armi, liscio, puro e lindo da tutto quel nero che lo imbrattava e sedava. Adesso è la figura maschile che ha perso la forza (come Sansone con il taglio dei capelli) e che striscia come un millepiedi invertebrato e molle. Sembra l'ascesa della farfalla da bozzolo a crisalide e infiniti ritorni, reincarnazioni, rivoluzioni, rinascite, il baco che germoglia, fiorisce in un qualcosa di elegante, leggero, sospeso, dai colori accesi bellissimi.60675344_2389188661126929_6800784948869668659_n.jpg

Una segnalazione doverosa anche per “Lakota” di Annalì Rainoldi dove un corpo struscia imbustato nel suo vello prima che diventi la copertura di uno scheletro di tenda indiana con la danzatrice che si fa capanno, che diventa casa, che è contenuto e contenitore, significato e significante, ospite e struttura ospitante, chi è sia protetto sia la cosa ci protegge. Interessante anche “Vanitas” di Fattoria Vittadini che ruota attorno, metaforicamente e letteralmente, ad un fascio di luce dal quale proviene una voce simil Alexa o Siri, un totem fallico che si erge verso l'alto e che ci spiega la vita, il suo passaggio allo stato IS_VANITAS_Neon01-2.jpgdi morte, con tutti i particolari anatomici puntigliosi medici e gli stravolgimenti fisici che subisce il corpo umano, per poi ritornare in vita, resuscitare a nuova luce in un'armonica parabola dalla vita alla vita. I danzatori come lancette impazzite camminano e corrono attorno al palo fluorescente e parlante (sembra la macchina Kit di Supercar), defibrillano a terra, lasciano che la linfa vitale scorra, ritorni energia, si liberi, adesso sembrano aggrovigliarsi come linee di dna attorno al loro centro e perno: la morte è soltanto un aspetto della vita, per questo non ha senso averne timore.

Tommaso Chimenti 12/06/2019

MILANO – I testi di Bruno Fornasari sono piccole pietre miliari scagliate nel dibattito contemporaneo, ogni volta un argomento scandagliato fin nelle sue viscere più intime, potrebbe essere una conferenza tematica, nei suoi antri più nascosti e poco affrontati cercando un contraddittorio attraverso l'uso dei personaggi. Il suo alter ego in scena e attore-feticcio, Tommaso Amadio, dice che quello del regista milanese, direttore assieme a lui del Teatro dei Filodrammatici, è un “teatro brechtiano”. Ha ragione, in toto. Qualcuno accusa l'autore di “N.e.r.d.s.” come de “La prova” di essere “freddo”. Non è né freddezza né gelidità ma calcolo sì in una drammaturgia che ti porta esattamente dove ha deciso che la riflessione vada e punti, ti prende per mano, è corposa, robusta e muscolare nel mettere sul piatto varie strade fino a farti imboccare, senza per questo dare giudizi di valore o gerarchie, spontaneamente quella che, dall'alto, ha pensato.

c967e52171fd1f3b645b47588992fd9f_XL.jpgE torna spesso la parola “cinismo” ma non è nemmeno questa la definizione giusta, è più che altro un raziocinio, pieno di logica, attorno ad un tema utilizzando gli strumenti degli attori per esplicare i differenti punti di vista e facendoli collidere tra di loro. I suoi testi sono macchine ad orologeria, si incastrano alla perfezione tutti i meccanismi e gli ingranaggi di battute e dialoghi serrati dove la concitazione monta, così come il pensiero, si architetta, si inalbera, si inquieta, cerca il suo opposto per affrontarlo a viso aperto, in campo aperto, mettendo in risalto, al di là di ogni dogmatismo precostituito, di ogni assioma digerito senza dubbio, le problematicità di un ragionamento, i punti interrogativi, le virgole nelle arton56810.jpgquali sei inciampato. E' un procedimento filosofico che a step porta avanti un grande lungo pensiero distillato e frazionato nei tanti suoi interpreti, spezzettato e sbocconcellato nelle figure che compongono il suo mosaico, il suo quadro dove tutto è calibrato, questa composizione nella quale è bello lasciarsi andare e cullare, portare fino alla riva.

Certamente anche “La scuola delle scimmie” (prod. Filodrammatici, visto al Teatro Elfo Puccini) sprizza d'intelligenza e di acume, come sempre le sue drammaturgie sono molto riconoscibili, hanno uno stile anglosassone, ironia british e grande velocità, ci pone davanti non tanto alla stupidità degli altri quanto alle nostre sacche di conservatorismo, di bigottismo, di reazionarietà che vivono in ognuno di noi. Fornasari non mette mai in ridicolo i personaggi dei quali ha bisogno per mostrare la sua tesi ma gli dona pari dignità di esistenza. Ci sono le fazioni, le squadre, è la tensione scenica che fa scatenare il conflitto dialettico, il fuoco alimenta e sposta la razionalità di una società che non si muove mai linearmente ma a strappi, ad elastico e ha continuamente bisogno, per non inaridirsi come una fonte ormai secca, di qualcuno che rimetta in discussione anche i suoi valori più accettati e condivisi e creduti inalienabili.2213_vanessaporta.jpg

Nella “Scuola delle scimmie” (cast come sempre d'eccezione con un amalgama che se perde il ritmo affievolisce la resa concettuale dello scontro) sono due le dimensioni temporali che vengono ad incastrarsi, senza incagliarsi, a sovrapporsi, a interpolarsi, in un gioco di rimandi tra il 1925 (vicenda reale) e il 2015 come a dire che l'uomo può anche andare su Marte ma rimane sempre lo stesso e ciclicamente (vedi i terrapiattisti o il convegno a Verona sulla famiglia) ritorna prepotente sugli stessi nodi. Da una parte, nella scena novecentesca, un professore in un piccolo paese di uno Stato contadino e rurale statunitense che ha cercato di insegnare ai suoi studenti che discendiamo, secondo la lezione darwinista, dalle scimmie e non siamo il frutto dello sputo di Dio sul fango mentre ci modellava a sua immagine e somiglianza. Dall'altra, nel filone del Duemila, un altro professore al quale, in collisione con la preside, viene chiesto di occuparsi soltanto della sua materia, scienze biologiche, e non fare “politica” né religione quando in realtà ha soltanto immesso dei virus e dei geni di riflessione nei suoi ragazzi.

2414_vanessaporta.jpgLe scene si spostano l'una dentro l'altra con l'ausilio di pareti semoventi che sembrano aprire e chiudere a soffietto i quadri, come si può aprire e chiudere il cervello a qualcosa che non capiamo ma tentando di comprenderlo o trincerandoci dietro veti difensivi e teorie complottiste. Sono milioni tutt'oggi le famiglie negli Stati Uniti che fanno studiare a casa con un precettore (la parola fa pensare a Leopardi...) i propri figli proprio perché alla scuola pubblica insegnano l'evoluzionismo darwiniano al posto del creazionismo. Quasi fossimo dentro un “Ritorno al Passato”. In qualche modo ci sono dei nessi anche con “L'ora di ricevimento” di Stefano Massini. Ma l'intento di Fornasari e soci è cercare punti di contatto e punti di rottura, capire le falle, le crepe, insinuare dubbi e germi di implosione senza aggressività. Infatti, anche i personaggi che sono in antitesi con il pensiero moderno e contemporaneo non vengono mai descritti, né additati né fatti oggetto di epiteti, con pennellate negative o con tratti abietti. Non ci sono buoni e cattivi, ma c'è chi vuole ancora pensare e chi forse è stato ammansito e addomesticato tanto da impigrirsi e adagiarsi sulla soluzione più semplice, più conforme, più conservatrice.

Purtroppo oggi, con la regola dell'uno vale uno (Margherita Hack o un cittadino medio possono parlare parimenti di astrofisica) e i social 2.0 (tutti possono rispondere su qualsiasi argomento, anche senza averne i requisiti e le competenze, a chiunque altro anche ad un esperto del settore in questione) hanno creato enormi danni. A questo aggiungiamoci le fake news e gli algoritmi dei social network che ci fanno sempre vedere e seguire quello nel quale già crediamo, a forza di like e pollici, alimentando e rafforzando giorno dopo giorno la nostra idea ed escludendo il pensiero contrapposto.

In scena vediamo un grande albero della vita (non quello dell'Expo; ci ha ricordato maggiormente “Il diario di Eva” di Mark Twain con una punta della serie tv “13”) mantecato con 1920x560_LA-SCUOLA-DELLE-SCIMMIE.jpgWelcome to the jungle” dei Guns N' Roses a tambureggiare. Tra un velocissimo cambio di scena e l'altro, con non dei bui ma delle penombre quasi a voler sottolineare un continuum e un passaggio osmotico tra le dimensioni, tanti gorilla (alla mente ecco quelli di Antonio Latella in “Veronika Voss” o quella di Francesco Gabbani al Festival di Sanremo del 2017 con “Occidentali's Karma”) spostano oggetti e allestiscono (le scene sono di Erika Carretta). Fede cieca o dubbio, fanatismo o domande, Bibbia o Scienza, Inquisizione o Progressismo, Credere o Capire, trasformare la gente in scimmie ammaestrate o pensare che discendiamo dalle stesse?

Si maxresdefault.jpgride, e molto, di noi, delle nostre fragilità, delle nostre debolezze, della nostra finitezza: Tommaso Amadio, il professore di oggi, mette nelle sue scene sempre carattere e quello sguardo che apre, con la sua recitazione sfrontata, ora alle dinamiche d'intrattenimento sarcastico adesso a quelle più concettuali, sorprendente Giancarlo Previati nel doppio ruolo di zio ruvido e diretto ma franco e tagliente e di padre ora ferreo adesso ambiguo, il giovane Luigi Aquilino, il prof novecentesco capace di pathos e puntiglio, una sicurezza Sara Bertelà dirigente scolastica arcigna e severa, determinato Emanuele Arrigazzi nel doppio ruolo, personaggi agli antipodi, il giornalista dissacrante e assennato e il padre della studentessa bieco e violento, senza dimenticare la brava e sprint Camilla Pistorello, allieva provocante e provocatoria e fidanzata compressa nelle regole sociali e patriarcali, e l'elettrica e accesa Silvia Lorenzo, artista e compagna del professore dei giorni nostri. La frase: “Si può dire il mio Dio, il tuo Dio, ma non si può dire la mia Scienza, la tua Scienza”.

Tommaso Chimenti 05/04/2019

MILANO – “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” (Hannah Arendt).
Il fumo del sigaro produce spesse e compatte volute nebbiose dove perdersi, dove nascondersi. Nel fumo si possono celare le reali intenzioni, il passato non così esplicito e lampante, le convinzioni vacillanti. E' una partita a scacchi quella che si gioca, furiosamente e dialetticamente, all'interno di questo negozio (ricorda quelli descritti da Philip Roth per rimanere in tema ebraico) tra “Il venditore di sigari” (produzione Manifatture Teatrali Milanesi) e un compratore, il cliente abituale e abitudinario. Potrebbero essere le due figure losche tratteggiate da Koltes in “Nella solitudine dei campi di cotone” anche se qui manca la pericolosità e l'erotismo ma vive e pulsa la macchinazione e l'artificio come la menzogna. Siamo nel '47 e se nella prima parte sembra di stare di fronte ad un tedesco e teatro.it-il-venditore-di-sigari.jpgad un ebreo con l'avanzare delle battute, secche e dure quelle dell'ebreo vittima, accondiscendenti quelle del “teutonico” che ha riconosciuto le sue colpe, si capisce di essere davanti a due differenti modi di intendere l'ebraismo, maniere diverse di affrontare e sopportare il peso della propria stirpe e del proprio pesante passato recente. Siamo di fronte, in una battaglia all'ultima battuta, in uno scontro all'ennesima spiegazione, ad un ebreo che durante le deportazioni era fuggito ed aveva riparato negli Stati Uniti e che è pronto l'indomani per lasciare la Germania e trasferirsi definitivamente in Terra Santa, e ad un ebreo tedesco che durante la Seconda Guerra Mondiale era arruolato con l'esercito di Hitler perpetrando atrocità anche sui propri simili.

La miccia del cerino, e l'odore sulfureo mefistofelico che si spande nell'aria, si infiamma come le accuse e le condanne che i due (Gaetano Callegaro e Francesco Paolo Cosenza, attori esperti e di peso, voci profonde radiofoniche e presenze solide) si scambiano in questo ping pong forsennato di lunghi colpi e di quadri ad effetto che ribaltano le nozioni precedentemente acquisite. Come in un duello da Far West fioccano le critiche e le incriminazioni: ognuno dei due non vede nell'altro il miglior modo di essere ebreo. Carnefice e vittima, boia e vessato si interscambiano, a specchio si frappongono, si sfidano nell'eterna lotta tra oppresso e oppressore. Il testo di Amos Kamil (in Italia messo in scena dal 2010 dal capace regista Alberto Oliva, le efficaci alberto-oliva.jpgscene di cassetti e scheletri nell'armadio a scomparsa sono di Francesca Pedrotti) non ci mette tanto davanti alla questione ebraica nel senso classico dell'Olocausto ma pone più che altro l'interrogativo sull'identità e sul chi siamo e se quello che ci accade attorno muti e trasformi la percezione che noi stessi abbiamo, ovvero se l'identità sia un dato immutabile per nascita e crescita o può crescere e modificarsi, essere cangiante e non precostituita e scolpita e tatuata. L'identità è il dna o il percorso che scegliamo o che siamo riusciti, consapevolmente o meno, a portare a termine?

Ognuno ha la sua storia” si ripetono l'un l'altro non tanto a giustificarsi a vicenda quanto a sottolineare che la verità e la ragione non abita da una sola parte e che la Storia con la esse maiuscola altro non è che l'insieme di piccole, infinitesimali, minime storie personali con la minuscola. Si provocano e si stanano, si annusano, si maledicono e si rispettano odiandosi. Forse sono soltanto colpevoli entrambi, l'uno ha fatto finta di niente ed è stato a guardare senza prendere posizione, senza morire per la causa, l'altro ha salvato solo se stesso fuggendo dalle barbarie. Nessuno dei due, in fondo, ha vissuto come un vero ebreo. Oppure, questo il secondo quesito che ci pone sotto la sua lente d'ingrandimento l'autore Kamil, è l'esterno che connota l'interno, ovvero, in questo caso, sono state le leggi razziali prima e i campi fb724689fdf591b9982252b66ec91f1d_L.jpgdi concentramento poi a determinare l'essere ebreo. Certamente il nazismo ha paradossalmente rafforzato l'ebraismo, l'odio crea sempre una compattezza d'intenti e moltiplica le energie e gli sforzi, e sicuramente ha accelerato il processo di creazione dello Stato Ebraico, chiamato Israele. I due, divisi dalla fiammella, che ricorda le vittime, e separati dalla coltre di fumo che ingloba le loro coscienze, sono due facce della stessa medaglia, racchiusi in questo sogno-incubo, in questa gabbia mentale che non li lascia sereni e non li abbandona nemmeno adesso che la Guerra è finita. Ma la guerra, dentro di loro, infuria più forte di prima, perché i sensi di colpa galoppano, perché, a differenza dei loro conoscenti e familiari, si sono salvati.

Tommaso Chimenti 28/01/2019

MILANO – “L'uomo e la donna sono le persone meno adatte a stare insieme” (Massimo Troisi).

Il periodo è buio. Sta tornando il Medioevo e l'Oscurantismo? Soprattutto la Caccia alle Streghe. Il caso Weinstein, sollevato per prima da Asia Argento, quello di Kevin Spacey, quello che ha riguardato, effetto boomerang, la stessa figlia del regista horror, quello che ha toccato Cristiano Ronaldo a Las Vegas, quello che ha investito il regista Fausto Brizzi (proprio suo il film dal titolo “Maschi contro femmine”) poi scagionato, quello che ha toccato Giuseppe Tornatore (accusato da Miriana Trevisan). Negli Stati Uniti già da anni gli uomini non entrano in un'ascensore dove è presente una donna sola per timore di poter essere accusati di comportamenti inappropriati. Al netto del #metoo (nessuno critica il movimento in sé quanto le modalità da pubblica gogna) non sempre e non per forza il lupo cattivo deve essere l'uomo e Cappuccetto Rosso la donna, ed è pur vero che può accadere che le accuse siano prive di fondamento per mettere in difficoltà o alla berlina la persona in questione, per motivi di interesse, di screditamento professionale, per competere nella carriera, per invidia, per farsi pubblicità, per vendetta, per avere puntati addosso i riflettori. Il punto è che i processi la prova© Laila Pozzo-2.jpgdiventano mediatici molto prima che giuridici, sono i media a decretare la sparizione di un personaggio, se conosciuto, il suo accantonamento (per il film “Tutti i soldi del mondo” il regista Ridley Scott ha sostituito Spacey, a riprese ultimate, con Christopher Plummer rifacendogli rigirare tutte le scene dove era presente il protagonista de “I soliti sospetti”; al Premio Oscar è stata anche cancellata la partecipazione nella pellicola “Gore”), l'emarginazione sociale e il marchio a fuoco come appestato, se comune mortale. E' di queste ore la notizia che Lady Gaga abbia autocensurato il suo duetto con il rapper R. Kelly per le accuse nei confronti del cantante da parte di diverse donne.

La la prova© Laila Pozzo-30.jpgcondanna però non può avvenire attraverso la voce del volgo né talk show o interviste televisive. Bisognerebbe che realmente, e non solo sulla carta, esistesse l'innocenza fino a prova contraria. Ecco le parole esemplificative post bufera di Tornatore: “Una mattina ti svegli, apri il giornale o il computer e scopri di essere un mostro, un molestatore, un violentatore. Poi siccome si fa un uso abbastanza sciolto delle parole, diventi uno stupratore. E scopri tutto questo grazie a certi metodi di certi organi di stampa, non tutti fortunatamente, che non seguono delle regole ortodosse. Perché scrivono che sei un assassino senza ricorrere al contraddittorio, poi tu ti difenderai, se vorrai come vorrai, ma intanto il danno è fatto. Questo è un sistema veramente mostruoso ed è inaccettabile”. Alcune accuse infamanti distruggono delle vite e il risarcimento, nei rari casi in cui avviene, non riporta mai indietro il tempo, le energie e la reputazione perdute.
Proprio su queste basi, perché i Filodrammatici milanesi sono sempre sul pezzo dell'attualità e del contemporaneo e non hanno paura a sporcarsi le mani, nasce il nuovo testo di Bruno Fornasari, “La Prova” che tenta di scardinare le modalità, di far emergere e di portare alla luce le crepe e le criticità del nostro mondo che improvvisamente si è risvegliato impaurito delle relazioni umane, bloccato, timoroso, pieno di dubbi e punti interrogativi verso l'altro o altra. Se, come nel caso dello spettacolo in questione, ci sono un uomo e una donna soli in una stanza, può accadere che la parola di lei, che abbia ragione o meno, possa vere più peso di quella dell'uomo. La soluzione non è quella di cercare il colpevole tra le fila degli uomini, in quanto maschi, etero, (se caucasici, meglio) proprio per la loro carica interiore storicizzata di predominio, violenza, sottomissione, colonizzazione, aggressione. E' da combattere la generalizzazione che ci dice che i buoni stanno da una sola parte e i cattivi, necessariamente, dall'altra. E' più facile l'idea dell'orco che una riflessione della nostra società più ampia.la prova© Laila Pozzo-3.jpg

Fornasari ribalta la faccenda, facendo diventare la pièce un thriller, un'indagine psicologica; sulla scena non siamo in presenza di nessun giudice o avvocato ma una donna, una collaboratrice di questa agenzia pubblicitaria, accusa il capo che la sera precedente ha avuto un comportamento non consono, una “microviolenza”, nello specifico una mano su una spalla, nuda per via della scollatura dell'abito da sera. Se da una parte le rimostranze della donna sembrano eccessive, o pretestuose è l'uomo messo alle strette e schiacciato alle corde, dal socio come dalla nuova compagna che vacillano nel credergli, ed è lui a dover mettere sul tavolo la “Prova”, che ovviamente, la sua parola contro quella della donna, non può produrre né fornire. La donna si trincera dietro al velo “che motivo ho io di mentire” accusandolo senza sconti di misoginia e sessismo. Ma è il ricorso, come in una vera e propria inchiesta d'investigazione della quale la platea diventa “persona informata sui fatti”, all'uso del flash back che ci portano ad altre situazioni e quadri precedenti temporalmente dove sono implicati i quattro personaggi a mostrarci non certo la soluzione ma un altro modo di riflettere sull'accaduto. Il filo tra verità e diffamazione è sottile: “Sentirsi offesi non vuol dire aver ragione”, dice l'accusato.

Se la prova© Laila Pozzo-32.jpgne viene fuori, come pubblico, frastornati perché il tema tocca potenzialmente tutti, al netto di bigottismi e moralismi, se ne esce con più domande di quando siamo entrati. Perché il tema è scottante ed è semplicistico accusare l'uomo in quanto portatore sano di generi violenti e muscolari, machisti e virili. In questo caso il genere conta, le pari opportunità si fanno da parte: “Cerchiamo sempre la conferma da quello che vogliamo sentirci dire”. L'ironia e l'intelligenza di Fornasari, alla scrittura e in regia, coadiuvato dai determinati, energici e affiatati, esplosivi e graffianti Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Orsetta Borghero ed Eleonora Giovanardi (artistica, illuminante ed estetizzante la scena dello yogurt; che nessuno si offenda se i nomi degli attori sono stati scritti prima di quelli delle attrici, è soltanto il rigoroso elenco alfabetico) sta proprio nel riuscire a creare un percorso di pensiero che ci conduce a posizioni e convinzioni opposte, lontanissime, per poi farcene pentire e azzerare tutto, sconvolgere tesi appena costruire, mandare al tappeto certezze e opinioni sui diversi personaggi-topos. Fornasari mischia le carte in tavola senza trovare (non li cerca neppure) colpevoli mostrando quanto sia facile cadere in trappola, quanto sia semplice essere non solo accusati ma anche condannati moralmente e socialmente senza possibilità di difendersi.la prova© Laila Pozzo-9.jpg
Purtroppo la violenza sulle donne non si combatte, come auspicava qualcuno qualche tempo fa in Parlamento, cambiando il genere delle parole che si usano; chiamare una donna ingegnera o assessora non farà calare il numero devastante del fenomeno femminicidio. E nemmeno le “quote rosa” hanno azzerato le differenze, e neanche la dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” ci salverà. Sarà che forse il problema non sta lì?

Tommaso Chimenti 15/01/2018

Foto: Laila Pozzo

Mercoledì, 21 Novembre 2018 14:21

Le migliori sette produzioni di Next 2018

MILANO – L'importanza di Next, la vetrina del teatro lombardo, è che puoi gustare e vedere e assaggiare stralci (20 minuti) delle produzioni che verranno. Tutti i teatri lombardi, Milano ovviamente la fa da padrona, mostrano alcune parti delle novità che dovranno debuttare, da bando, entro il maggio dell'anno successivo. Il clima è un bel momento di unificazione, di scambi, di visione del lavoro altrui per una due giorni che fa da collante senza competizioni. Anche se una commissione giudicatrice stabilirà quanto premio di produzione assegnare ad ognuna delle opere scelte, finanziate dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Cariplo. Next è il teatro che verrà, ma il futuro, come sempre, è già qui. In questi momenti di condivisione già si può capire dove sta andando la stagione e cosa ci interesserà maggiormente seguire durante l'anno, insomma un giusto annusare l'aria, un modello che potrebbe essere esportabile ad altre regioni. Sui ventisei progetti scelti, tredici al giorno, una vera e propria maratona visiva, sono sette le pièce sulle quali ci siamo soffermati e che meriteranno certamente uno sguardo più approfondito quando debutteranno. Ed anche allora ci saremo per confermare o meno questo nostro primo giudizio positivo. Quindi segnatevi i titoli e cercateli, i boccioli diverranno fiori, si apriranno in tutta la loro forza e poesia, potenza e profondità.Atir.jpeg

L'Atir di Serena Sinigaglia è una garanzia di quel mix di intrattenimento alto, commozione, riflessione sull'oggi: “Aldilà di tutto” (supervisione di Arturo Cirillo) ci parla di malattia, di morte, di come sopravvivere senza farsi schiacciare dalle brutte notizie, di depressione. E ci mette di fronte, per chi ancora non le conoscesse, a due grandi interpreti, che qui collimano perfettamente, la forza di Chiara Stoppa e la delicatezza, tra lo svampito e l'indecisione all'ennesima potenza, della meravigliosa Valentina Picello (ci ha fatto venire in mente come movenze Angela Finocchiaro), ora nervosa adesso paranoica, spassosa e piacevole quanto paurosa, puntualmente sopra le righe per delineare questo nostro tempo fatto di up and down, di paure straordinarie e di eccezionali eccessi, comica nel dramma, senza mai scivolare né scadere nel ridicolo e nel grottesco.

Sul fronte brillante il Teatro Binario 7 ci porta in un interno durante la notte di Capodanno, una di quelle serate dove tutto può accadere, dove tutto è lecito, anche non sapere che cosa è successo. Un gioco da tavolo dà il titolo a questo “Sognando la Kamchatka” (ndr. foto di copertina), pensando a quella penisoletta inutile e periferica che a Risiko significava la vittoria schiacciante sugli avversari e parafrasando quel “California dreaming” delle Mamas and Papas che evocava altri desideri, altre speranze. Qualche maschio contemporaneo, deluso, frustrato, lasciato dalla fidanzata, bambini cresciuti, bugiardi, irresponsabili, soprattutto soli, traditori, si ritrovano a casa di uno di loro (emerge Marco Ripoldi); la notte è uno sfacelo tanto che la mattina l'appartamento è distrutto e uno di loro giace senza vita. Nessuno si ricorda niente. Ci ha molto ricordato la pellicola “Una notte da leoni”.

Visite.jpgSi stringe il cuore davanti alle “Visite” dei Gordi (prod. Franco Parenti) che abbinano un teatro fatto di piccoli grandi gesti simbolici ad un'immensa delicatezza e commozione miscelando il tempo che fu da giovani con il presente da anziani, rallentati, pieni di acciacchi, dimenticanze, debolezze. I due piani temporali si sommano, si aggrovigliano, si intersecano tra queste facce allegre e frivole e spensierate con tutta la vita davanti e queste maschere (di Ilaria Ariemme) rugose e prossime all'addio. La musica alta ed eccessiva di certi party tra alcool e baci rubati fanno da contraltare ai piccoli passi strusciati, alle cose perdute, ai lunghi silenzi della terza età: la vita è un soffio, ma i respiri continuano a risuonare nelle stanze che li hanno abitati.Sinisi.jpg

Squadra che vince non si cambia, e allora Elsinor si affida al team, capitanato da Michele Sinisi, che negli ultimi anni ha sfornato “Miseria e Nobiltà”, “I Promessi Sposi” e “La masseria delle allodole” e che adesso si getta a capofitto nel “Sei personaggi” pirandelliano. I lavori di Sinisi e Asselta hanno sempre nel caos controllato il loro punto di forza e perno sul quale tutta la struttura di testo e attoriale ruota, s'impenna, si ribalta. Ed è una festa del teatro (sicuramente i 20 minuti più esplosivi di questo Next), una sarabanda di video e musica, arrivi e risse, una diretta facebook, recensioni lette, una banda che suona l'hip hop e David Bowie. In tutto questo teatro nel teatro nel teatro con gli attori che interpretano se stessi ma anche i “personaggi”, in questo carnevale inaspettato e imprevedibile si perde la rotta, ci si trova felicemente naufraghi, dispersi, rapiti. La curiosità sarà quella che ad ogni replica saliranno sul palco attori colleghi che metteranno la maschera di se stessi. Così per complicare ulteriormente, gioiosamente, i vari piani: la realtà è già teatro, il teatro è là fuori.

Queen Lear.jpgDolcemente tempestose sono le Nina's Drag Queen che trasformano il “Re Lear” shakespeariano in “Queen LiaR” (prod. Teatro Carcano) attualizzando la vicenda e portandola, ovviamente al femminile, en travestì, nei loro costumi eccessivi e luccicosi, ad un oggi tutto nostrano. Tre sorelle e una madre anziana (in coppia di fatto con una vicina) il tutto infarcito di frasi delle canzoni pop anni '80 che abbiamo tutti tatuate nel nostro dna, ritornelli strazianti e sdolcinati, rime iperboliche e desideri inaccessibili e sopra ogni cosa questo amore contro tutto e contro tutti. Le due sorelle più grandi che professano, ma soltanto a parole, il loro grande amore per la madre, la terza viene rinnegata perché non riesce ad arrivare alle vette dialettiche delle sorelle esagerate e menzognere. Ed eccoci a far rimbalzare La Cura e cantare “Insieme a te non ci sto più”; con Gloria Gaynor Shakespeare duetta alla perfezione.

Sempre interessanti e intelligenti sono le riflessioni, mai provocazioni, di Bruno Fornasari e Tommaso Amadio ed anche stavolta hannoLa prova - Filodrammatici.png mostrato tutta la loro cifra e carica con il nuovo “La Prova” (prod. Filodrammatici). Proprio nel bel mezzo del #metoo, il movimento femminista sollevato da Asia Argento, il regista e l'attore milanesi sono i primi maschi, etero, a prendere posizione attraverso l'arte e vedere il processo, i suoi estremi, le sue derive, le sue problematiche, invece di fermarsi alle accuse, di puntare il dito ed incolpare che sembra diventato lo sport preferito dai leoni da tastiera che, per invidia e molto spesso per insoddisfazione e frustrazione, vogliono vedere tutti gli altri, giustificando invece sempre se stessi, dietro le sbarre e puniti. Una donna sostiene che il capo le ha messo una mano sulla spalla, una spalla nuda di un vestito da sera scollato. C'è chi dice che non è niente e chi vede il gesto come aggressivo, una vera e propria prevaricazione e violenza sessuale. Perché ormai la diffamazione fa già processo ed è già di per sé condanna. Il bello, il brutto semmai, è che è l'uomo a dover produrre “La prova” della sua innocenza, una prova per sconfessare la calunnia accusatrice, una prova forse impossibile da mostrare: povero maschio etero sei diventato la minaccia di questo mondo che ci vuole asettici, privi di relazioni: castrando l'uomo le donne saranno più contente?

Ufilippo-renda.jpgno dei mali del nostro contorto tempo sono le “Fake” news, quelle notizie false che girano sul web e sui social network che mutano la percezione del reale e che, se diventano virali, cambiano la realtà in maniera indissolubile sostituendo la verità con altre interpretazioni che spesso hanno secondi fini, soprattutto politici. Il discrimine ormai su che cosa è reale e cosa non lo è è nebuloso e alquanto difficile da poter determinare. L'uomo non può non credere a niente, a qualcosa deve affidarsi, di qualcosa deve fidarsi. Ma se la televisione è di parte, i giornali parziali e partigiani, il web è prezzolato e finanziato da editori che hanno i loro interessi, la vita per il cittadino medio diventa impossibile. Il testo di Valeria Cavalli e Filippo Renda (anche in scena e in regia; prod. Manifatture Teatrali Milanesi) mette in scena una storia vera (vera?, non è dato saperlo): un'intervista ad una donna che ha vinto una somma spaventosa al jackpot nazionale e che ha stracciato il suo biglietto perché quella cifra l'ha spaventata e avrebbe cambiato per sempre la sua semplice grama esistenza. La signora, dalla vita grigia, ha anche scritto la sua esperienza sui social venendo aggredita, anche minacciata pesantemente, perché oggi rifiutare 40 milioni di euro con la fame e la povertà, o la voglia di lusso indotta proprio dai social, che c'è in giro è sembrato un affronto incolmabile. Una fredda intervista con questa piccola segretaria dove il pubblico sarà interattivo: che cos'è la verità? Quello a cui crediamo.
Sette come i vizi capitali, sette come le meraviglie, sette come i nani, sette come il teatro che verrà. Voglio vedere come andrà a finire, cantava il Vasco che andava al massimo.

Tommaso Chimenti 21/11/2018

 

Smesso il cappello vintage da cowboy – tributo al bluesman Eric Bibb -  la rivelazione del pop britannico del 2015, James Bay, è di nuovo pronto a scalare le classifiche internazionali, ma con una evidente inversione di stile. "Electric Light", disco uscito a maggio, contiene alcuni brani in grado di rompere drasticamente con "Chaos and the Calm", del 2015. Un trucco commerciale o vera rivoluzione artistica? Bay sembra voler giocare sulla risposta che molti vorranno dare a questa domanda, nonostante scriva nel booklet di "Eletric Light" che questa sperimentazione è sinceramente voluta e fa parte della sua ricerca artistica, “is about accepting yourself through evolution, growth and change”.

IMG 6099 minReduce da un brit award come artista maschile del 2016, Bay è tornato anche a calcare un palco italiano, ospite di Unaltrofestival al Circolo Magnolia di Milano, lo scorso 8 luglio. Dopo qualche ora dall’inizio ufficiale della serata con Adam Nass, Albin Lee Meldau, Andrea Poggio e Typo Clan, ecco che i fan di Bay si appostano sotto il main stage: non c’è massa, ma quel gruppo giusto per godersi il live. Qualche accordo di chitarra dopo che il sottofondo si abbassa e James Bay arriva subito sul palco. Look total black, jeans skinny e camicia anni ’50. Le movenze e anche il ciuffo ingellato (che dura fino a metà del primo brano) ricordano quasi Elvis. E da qui si capisce che Bay vuole giocare (sul serio!) con la sua immagine." Wasted on Each Other", con il suo riff rock è il brano di apertura, così come avviene nell’album; poi arrivano "Pink Lemonade" e "Craving". I primi tre brani scorrono, accendono la curiosità del pubblico, ma stranamente Bay non rivolge alcun saluto, se non il fugace “Ciao Milano”, alla fine del terzo brano. Decisamente freddo il suo rapporto con la folla. Forse a causa dei cambi repentini di chitarra (quasi ad ogni pezzo). Forse per estrema professionalità e concentrazione.  Forse per timidezza o svogliatezza. Fatto è che non interagisce a pieno con i fan, se non quando si meraviglia della prontezza con cui cantano i suoi pezzi, vecchi e nuovi.
D’altro canto, Bay è davvero il cuore pulsante dello show. Pur contando su una band composta da 4 musicisti e due coriste afro, le chitarre che cambia, corrispondono ad altrettanti assoli. E un cantautore che non si trincera dietro la chitarra ritmica, ma padroneggia la lead guitar, va considerato come dettaglio non trascurabile. Eccome! Controllo vocale impeccabile, anche quando si abbandona a piccole variazioni. Il pubblico, cospicuamente formato da coppie e ragazze, si infiamma per "If You Ever Want to Be in Love", "Wild Love" e "Just For Tonight". Abbracciati e muniti di led di cellulare, gli spettatori ascoltano rapiti le ballad "Us e Slides". Ma una delle punte di diamante dell’esibizione è sicuramente "The Best" di Bonnie Tyler (portata alla ribalta da Tina Turner). Bay la sta inserendo da qualche mese nei suoi live e l’ha proposta anche in una session live per BBC Radio. Voce e Telecaster. Eleganza ed energia, per un brano davvero senza tempo che racconta l’amore con passione e graffio. Con quello stesso piglio che Bay ha saputo mutuare dagli anni ’90. Le strofe sussurrate, gli acuti in falsetto.
Poco più di 90 minuti di concerto fluiscono con leggerezza e si arriva al bis con "Hold Back The River", con la speranza che non sia l’ultimo pezzo. Qui Bay recupera il rapporto con il pubblico, creando una bella alchimia. Chiede ai fan di cominciare ad intonare la parte finale del brano, che recita “Lonely Water…Lonely Water”. Il pubblico lo segue. Dopo la lunga intro comincia la canzone. La hit che ha scalato le classifiche di mezzo mando parla di un fiume che non si vuole lasciare scorrere, di vivere ogni attimo con intensità, cogliendone dettagli e sfumature. Con la voglia di fermarsi a comprendere l’Altro, e la vera personalità che nasconde. Non c’è messaggio migliore per concludere un concerto fatto di voglia di vivere, amare ed emozionarsi. Con un inchino assieme alla band Bay si congeda dal suo pubblico, rapido così come era arrivato.
Le sonorità elettriche che hanno avvolto e pervaso parte dei 14 brani eseguiti, non tradiscono le melodie folk a cui Bay ha abituato il suo pubblico. E allora questo disco e il cambio di outfit non sembrano altro se non un cambio di “muta”, mentre il cuore del songwriter rimane immutato. In una continua ricerca di sonorità che intrattengano e divertano il pubblico.

SCALETTA

Wasted on Each Other

Pink Lemonade

Craving

 If You Ever Want to Be in Love

Wanderlust

Sugar

Drunk High

Wild Love

Scars

When We Were on Fire

Us

Let It Go

Just for Tonight

Best Fake Smile

The Best (Bonnie Tyler cover)

Hold Back the River

 

Ilaria Vanni 16/07/2018

 

Venerdì, 25 Maggio 2018 11:21

Il fanatismo miete sempre nuovi "Martiri"

MILANO – Siamo sempre a rimproverare i giovani che non hanno ideali, che non hanno sogni né desideri, che non si impegnano nel civile, che non hanno idee politiche, che pensano soltanto ai testi fumosi della musica trap e allo smartphone. E poi, appena ne troviamo uno che si imbatte, si butta e si infervora su un tema, abbracciando completamente un argomento e una causa, allora il nostro paternalismo e protezionismo ci fa saltare sulla sedia se quest'ideale non si confà a ciò che avremmo pensato che un adolescente potesse seguire. Mi spiego. Grazie al testo “Martiri”, che è tedesco si sente per formazione, durezza, piglio, di Marius von Mayenburg, il regista Bruno Fornasari, grande conoscitore della drammaturgia europea e scopritore di nuove riflessioni e scritture in giro per il martiri1Vecchio Continente, ci porta dentro un terreno a lui caro, quello dell'ambiguità religiosa, del dogma, della dittatura culturale, dell'autoritarismo delle istituzioni che limitano, ingabbiano, schedano le libertà. La sua è una battaglia, anche politica e politicamente scorretta, fatta per aprire e ampliare il pensiero, scatenare il dibattito non soltanto in una forma sterile di provocazione (a Fornasari non interessa) ma instillando a piccole dosi, a gocce di veleno, quei germi per generare pensiero ora vedendoci da una parte adesso dall'altra, ora salvando e perdonando l'uno, adesso condannandoci. E' un processo difficile il rimettere in discussione le nostre certezze statuarie della nostra società occidentale.

Qui, in “Martiri” (che è un perfetto continuum della “Scuola delle scimmie”, scritto da Fornasari, che ha debuttato a gennaio scorso), il “nemico” è tutto interiore; nessun scontro di culture e nessuna guerra di religione, anche se è proprio di religione (in senso stretto ma anche in senso lato) che si parla. Un adolescente, appena passato dal mondo dell'infanzia alla scuola superiore, uno che secondo gli adulti dovrebbe fare come i suoi compagni, un po' instupiditi un po' vuoti perdendosi in giochi e trastulli, comincia a leggere l'Antico Testamento e a trovarci dentro risposte chiare e soluzioni lampanti, inizia a spulciare versetti e a riconoscere tra quelle righe regole certe e ferree, la giustizia e la giustezza per incasellare questo mondo che sta andando alla deriva, che si sta liquefacendo nella lascivia, nella dissoluzione, nel peccato. E' qui messo in discussione il martirifornasarimondo degli adulti che non sanno reagire dando un'alternativa alla radicalizzazione cristiana, aggressiva e violenta, del ragazzo ma scendono sullo stesso piano di accuse e veti autoritari. Lo sfondo rosso è sempre presente e pulsante perché i cambiamenti e le rivoluzioni hanno sempre bisogno di sangue fresco e le idee si cibano e si abbeverano come Dracula ad un cocktail.

Da questo testo nel 2016 è stata tratta una pellicola russa, presentata anche a Cannes, con il titolo “Parola di Dio”. Ma se i russi ammantano e dispensano tutto di dramma insolubile, Fornasari applica la sua ricetta (con un manipolo di ottimi attori diplomati alla scuola dei Filodrammatici, veramente pronti) che in questi anni ha ben funzionato nel loro teatro vicino alla Scala: un testo solido ha bisogno, per entrare più in profondità nel midollo, di quell'ironia scanzonata e di quegli incastri e incroci di senso tra il leggero sorriso e il punto di domanda che dentro nasce come fungo dopo una pioggia battente. In questo i balletti e le coreografie, le canzoni pop (non poteva mancare Jesus Christ Superstar o la hit sanremese di Gabbani con le teste di scimmie), danno il giusto (di)stacco e risalto alle scene, fermando e confermando, esaltando e imprimendo in uno scorrimento drammaturgico che suggestiona e spiazza, sorprende e incuriosisce senza mai perdersi nella ripetizione né nella scontatezza.

Gli adulti vogliono realmente che i ragazzi siano liberi ed abbiano un pensiero proprio e originale e non omologato? Dall'intelligente “Martiri” non sembra proprio, anzimartiri2 appare come un'inquietudine continua e sferzante doversi rapportare ad un ragazzo che ha preso la sua vita nelle proprie mani e la sta direzionando, con forza e nettezza certo, verso la strada che vuole seguire, anche contravvenendo alle regole sociali imposte, alle leggi stabilite e in maniera consuetudinaria accettate. Già perché anche la democrazia è la dittatura del 51% e lo Stato non sempre è dalla parte del cittadino. Le parti della Bibbia più cruente e sanguinolente, più splatter e truci e violente, innescano in Benjamin un sentimento di pulizia e chiarezza con regole certe e pene e punizioni ancora più limpide in una semplicistica limitazione della libertà personale. Ma se gli adulti si fermano con il dito puntato a urlare l'errore, tacciando l'alunno di aver passato il segno e contravvenuto alle verità imposte, il giovane si schiera con ancora più forza e convinzione chiudendosi a riccio nel suo sistema rassicurante di dogmi.

Ma il fanatismo religioso e intollerante del ragazzo (Luigi Aquilino, una marcia in più, energico e suadente) innesca tutta un'altra serie di dinamiche tra gli adulti: il preside (Eugenio Fea efficace) che per non avere problemi giustifica il ragazzo e mette all'angolo la professoressa sparring partner, la madre, serenamente isterica (Denise Brambillasca, sveglia), dell'allievo che scarica sull'istituzione-Scuola il compito della formazione del figlio, il professore di ginnastica che vorrebbe risolvere la questione in modi spicci, il parroco (puntuale Daniele Vagnozzi) che vorrebbe utilizzare questa foga per cercare nuovi adepti ad una Chiesa morente, la professoressa di biologia (Gaia Carmagnani, decisa, attenta), l'unica veramente ad avere a cuore l'allievo e che, per questo, tenta, finendo per perdersi, di martirifornasari2comprenderlo ma senza buonismi. Da una parte c'è un giovane che prende alla lettera le Sacre Scritture (come i Testimoni di Geova o gli islamici radicali) su temi come il sesso, la questione femminile, la giustizia, il pudore, la vergogna. Il ragazzo diventa la pietra scagliata nel vetro, l'ago che fa scoppiare il palloncino, il crack inaspettato nel tranquillo tran tran delle generazioni scardinando l'assioma che gli anziani indichino la via e i giovani la seguano, ribellandosi un po' certo, ma sempre incasellati e rimessi in riga da punizioni e ricompense, bastone e carota.

Questo ragazzo ci mette davanti allo specchio quello che siamo diventati, “Il vostro Dio è un hippie” (Simone Previdi, un Dio figo in bianco, guru californiano, carismatico), adulti che si condonano ogni pena, che si abbuonano e perdonano peccati più o meno veniali, che cercano la salvezza nella carne e in un presente fatto di cose materiali. Sarebbe troppo facile vedere, soltanto, nel ragazzo l'ingranaggio che ha deragliato, il mattone uscito male dalla fornace, il folle con idee strampalate da far rigare dritto con le buone o con le cattive. Forse i Martiri siamo tutti noi, consacrati sull'altare di credo finti e squallidi pronti ad interpretare quando ci torna comodo, sempre benevoli e accoglienti verso i nostri errori. La nostra croce sono gli altri con i quali, volenti o nolenti, dobbiamo farci i conti. Chi è davvero fanatico in un mondo dove i matti pensano che i veri pazzi siano sempre gli altri?

Tommaso Chimenti 25/05/2018

MILANO – “Il padre di oggi non sa dire qual è il senso ultimo della vita ma è capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso”. (Massimo Recalcati)

La famiglia è allo sfascio, le derive del femminismo hanno creato danni irreparabili ad un'istituzione già agonizzante ma della quale adesso se ne sente la mancanza, battuta fin dalle fondamenta e adesso colata a picco come un colosso dai piedi d'argilla. Ad essere messo in discussione è tutto l'impianto sul quale si basa la nostra società occidentale. Se mater certa est, non si può dire per il padre, l'uomo. Anzi adesso per venire al mondo, o per creare un nucleo familiare, la figura maschile non serve neanche. Prendiamo la maternità surrogata. Il padre diventa così, sempre più, mero strumento00xy sorpassato però dalla tecnologia e dagli studi scientifici. Il padre è stato retrocesso a spermatozoo prima, a fornitore di alimenti poi. Il padre si sente così, dopo la nascita del figlio, di troppo, di peso a questa nuova coppia formatasi, madre-figlio, in un triangolo pericoloso dove lui raffigura il lato debole, l'angolo minoritario. Si va a perdere la carica e la spinta paternalista, quella cioè del rifiuto, dei no (da contravvenire), dell'autorità con la quale confrontarsi e scontrarsi. Il padre diventa così un soprammobile, da sostituire, con poca voce in capitolo, estromissibile, emarginabile, fa arredamento finché può. Se però il padre non dà regole ai figli per non contraddirli (i genitori danno ragione ai figli anche nei casi di scontro con altri tipi di autorità, vedi i professori) quando sono in famiglia, e successivamente, se la coppia si sfascia, vengono rimpiazzati da un altro uomo che non potrà dare regole ferme e salde a figli non suoi.

Il tema è complesso perché negli ultimi anni si è sempre e solo guardato l'argomento dal punto di vista delle madri-mogli con il padre che, visto che “non partorisce con dolore”, ha meno appigli sui quali dibattere, meno punti a suo favore. Sembra che essere uomo e padre sia più una condanna, una condizione di serie b, rispetto alla madre che ti ha messo al mondo, nel sangue, che ti ha passato il cibo attraverso il cordone ombelicale, che ti ha fatto sentire, e per nove mesi, il respiro, la sua voce e il battito del cuore. L'uomo resterà sempre indietro di quei nove 000xymesi e la forbice si allargherà con il tempo, dall'allattamento in avanti, soprattutto nell'età infantile. Però non gli si può fare una colpa a questo pover'uomo, dimesso e dimenticato, di non poter procreare con il proprio utero mancante. Dopo Dio, è morto anche il Padre.

Detto questo, formulate le nostre ipotesi e ragionamenti ci viene in soccorso una bella e intensa operazione, meglio progetto, coordinato dal regista e attore monologante in scena Emiliano Brioschi, che ha ideato questo “XY” commissionando a tre talenti della nostra scrittura drammaturgica tre brevi testi, componendoli sul palco con potenza, sulla figura del padre e sulla paternità. XY sono appunto i cromosomi del maschio, mentre XX quelli della madre. I tre nomi sono Renata Ciaravino (milanese, della Bovisa ci tiene a specificare, abbiamo assistito qualche anno fa al suo edificante “Potevo essere io” con Arianna Scommegna), Giuseppe Massa (palermitano, corroboranti “Sutta scupa”, “Chi ha paura delle badanti?”) e Cristian Ceresoli (autore del noto “La Merda” che spopola da anni). Tre scritture differenti, tre pigli, tre affondi, tre angolature, tre visioni per un mosaico disperato e poco speranzoso, drammatico e ironico a tratti, dove si tocca con mano il terreno scivoloso e lo sconsolato tentativo di questi uomini di un riconoscimento sociale, di un ruolo, schiacciati all'ombra delle madri, in un angolo, quasi in castigo, come se dovessero scontare secoli o millenni di patriarcato. Brioschi dà voce e corpo alle tre istanze, è trasformista e densamente rock, un vero e proprio leader, front man viscerale e profondo, un uomo sdrucito messo alle strette, spalle al muro senza tanto orizzonte davanti da poter osservare. Tre testi autonomi ma cuciti osmoticamente tra ombrelli da set fotografico e manichini (e con uno straordinario uso delle luci a cementare, di Claudine Castay) con abilità ed empatia in un affresco che dipinge l'uomo, il maschio alfa, il padre come naufrago in un sistema che cambia troppo velocemente e con il quale, contro il quale non sa prendere le giuste contromisure lasciandosi travolgere. Ulisse non esiste più ma in giro ci sono tanti Telemaco alla ricerca disperata di questa figura che si è voluto, scientificamente e politicamente, abbattere, eliminare, mettere in cantina e data per superata, obsoleta.002

In “Buddy Love” della Ciaravino, il figlio è visto come la zavorra ai sogni di quest'uomo, stanco, disilluso, sfibrato, insoddisfatto, il figlio come scudo e alibi da una parte, come problema, incaglio alla felicità dall'altro, limite invalicabile, muro che non permette di raggiungere i propri desideri, la propria affermazione. Buddy è un tastierista e il bambino (in tutti e tre il bimbo-figlio non ha voce, è silente ma è come se ogni suo respiro s'amplificasse assordante, despota nelle scelte di questi due adulti che “tiene in ostaggio” nella sua dittatura naturale che tutto vuole e tutto prosciuga) dorme dietro in macchina che, come in un road movie, nella grande avventura della vita, accompagna il padre, evidentemente contro la sua volontà, come bagaglio pesante che rallenta e fa inciampare. Non è colpa del figlio, non è colpa del padre. Si sentono, quasi si potrebbe mordere da quanto è spessa questa coltre, devastazione e abbattimento, depressione e sconforto, dell'essere triturati in un sistema senza più vie di fuga, senza più scappatoie o uscite: cane alla catena. Una volta che si è padri lo si è per sempre. E molti non sono pronti, e non è un fatto di essere responsabili o essere adolescenziali o essere afflitti dalla Sindrome di Peter Pan, e non lo saranno mai. Forse anche poco aiutati dalle donne al loro fianco o dalle avversità sociali, in primis la carenza di lavoro e il precariato, che certamente non aiutano la serenità. La Ciaravino ha il grande dono di un'ironia secca che ti culla fino al cambio di registro che ti coglie sempre impreparato e intontito, perché ridi e dopo averlo fatto ti trovi a vergognarti dell'aver sorriso in una sorta di continuo senso di colpa. Questo padre è, come tutti noi, un uomo medio, un gregario, uno sparring partner, certamente non un supereroe e come tale si muove tra mille difficoltà, sentendosi sempre in difetto, sempre in deficit e per questo si lacera dentro e muore sempre un po' di più perdendo autostima e quella del figlio che in lui non riesce a vedere un esempio da seguire ma solo un uomo che non ha avuto il coraggio di prendere la vita per le corna, un rammollito pieno di rimpianti che ha messo i sogni in una discarica, morendo ogni giorno di più tra la periferia frustrata dell'anima e il provincialismo del cuore.

003Nell'avvolgente “Valentina” di Massa è il gran snocciolamento di nomi (per il futuro nascituro) a farci cadere nella cantilena, in quella patina di allegria e spensieratezza pre-parto che coglie tutte le coppie in attesa. Man mano che si scivola nel testo ci si rende conto che c'è un'unica voce a dichiarare, a sentenziare nella sua finta felicità, a spiegare e articolare. E' la voce della madre; il padre, trattato alla stregua di un inseminatore, è un qualcosa che deve solo asserire e acconsentire, il suo silenzio è preso per assenso e non per perplessità o dubbio. A lui viene chiesto di fare la sua parte primordiale, quella primitiva e di essere, anche, contento e felice. Ma nessuno chiede mai ai padri se sia arrivato il loro momento biologico, se sia scattato il loro tic tac interiore. Quando questo padre mangia, divora letteralmente avidamente quasi fagocitandola animalescamente, un'arancia, con il succo che esplode e si spande, sembra di vedere una bocca di bestia che dilania una pancia di mamma, estinguendola. Ci sono donne che arrivano alla gravidanza per riempire dei vuoti esistenziali mentre l'uomo pare implodere come schiacciato da questa nuova vita che lo annienta, lo soffoca.

Altamente angosciante è il terzo (ma non ci sono stacchi violenti, è un continuum che scivola senza fratture), “La pratica del dolore” di Ceresoli, che vira (troppo) allo splatter e al crime, con un medico che ha perso il figlio e che, per rivalsa e vendetta, pratica e induce aborti non richiesti a pazienti in visita di controllo provocando lo stesso dolore da lui provato. “Se un figlio senza padre si chiama orfano, come si chiama un padre che non ha più il figlio”?004

Una donna non potrà mai assorbire in sé la figura femminile e quella maschile, la femmina e il maschio, la madre e il padre. La biologia e millenni di evoluzione stanno lì a certificarlo. Il padre è utile e fondamentale prima nel concepimento e durante tutta la crescita del nuovo individuo. Brioschi è un fuoco adrenalinico in un corpo a corpo con il pubblico, è completo, convinto e convincente nel tratteggiare quest'umanità colma di debolezze, incerta, indecisa, frammentata, senza aiuti, nel disegnare questi padri abbandonati a se stessi, alle loro miserie quotidiane. Una bella intenzione originale, tre penne attente, un attore solido per un tema tutto da scartavetrare. Senza paure, senza buonismi.

“La funzione simbolica del padre è appunto nell’unire il desiderio alla Legge attraverso un processo di conciliazione. Questa unione avviene non solamente attraverso la coercizione autoritaria, ma soprattutto offrendo una sponda al desiderio debordante. Il compito del padre è trasmettere il desiderio da una generazione all'altra, è permettere l'eredità”. (Massimo Recalcati)

MILANO – Per fortuna che è rimasto ancora qualcuno che certe cose le scrive e successivamente le fa anche dire ai propri attori. Scrivere senza tesi preconcette e preconfezionate da difendere, senza farsi paladino di un'idea. Senza paura, senza dover cedere, senza il timore di uscire allo scoperto, in solitudine, senza l'ansia di essere messo all'indice, nell'angolo, additato come controcorrente solo perché pensante. “Reproduction” (visto in forma di studio al Teatro della Contraddizione, garage artistico, fucina dove campeggia la scritta: “L'arte è una puttana, costa”) è un testo complesso e composito che ha in sé molte anime e un solo comune denominatore: un'intelligenza lontana dai cliché. Si parla di riproducibilità dell'arte ma anche di procreazione, il riprodursi della specie umana. La critica, in forma di protesta pop e sopra le righe, non è velata ma palese e diretta e tutta giocata con stile, estetica, leggerezza, tocchi ironici, spunti salutari,reproduction1 senza prurigine fino all'origine del dibattito che troppo spesso ormai la maggioranza abortisce e aborrisce per l'ansia di scontrarsi con un nuovo dispotismo dilagante, rassegnandosi, dubbiosi ma quieti e muti, di fronte a violente ondate di minoranze fatte percepire (grazie anche a media complici e conniventi, tra questi proprio il teatro che spesso si fa pulpito e comizio per supportare tesi politiche) alla società silente come necessità primaria. La compagnia è quella Phoebe Zeitgeist (pzteatro.org) con Giuseppe Isgrò regia e mente, Francesca Marianna Consonni alla scrittura. Brecht, Pasolini e Fassbinder i punti di riferimento nella loro personale stella dei venti.
In un Eden sintetico con un retrogusto che sa di “Giardino delle vergini suicide”, il prato è di un verde psichedelico (tutto il falso è vero) lo scontro è tra due damigelle e due concezioni di vita: la Signora in rosso, (Francesca Frigoli vagamente Amy Winehouse) che ha sentito l'orologio biologico, il tic tac della gravidanza, e la Dark Lady di ferro algida, autonoma e vamp dura (arriva montando una scopa reproduction2come strega moderna; Chiara Verzola richiama Milva o Ute Lemper, tendente a Oriana Fallaci, cattiva e acida Crudelia Demon) dedita e votata a fare della propria esistenza un'opera d'arte (“Quando stendo i panni allestisco”) senza bisogno di liquefarsi nelle pochezze animalesche, perdersi tra le onde dell'istinto sperperando la ragione: “Avere un figlio è avere qualcuno da rendere infelice”. Un'ora e mezza abbondante nella quale si ha sempre l'impressione del guizzo in un contesto ricercato, luccicante e kitsch, elegante nel suo essere esagerato, ipertrofico ma sensibile.
A gravitare come piccoli pianeti attorno a questi due Soli, come ioni attorno al corpo dell'atomo, tre figure maschili fortemente effeminate (Leprotto, Zebrotto, Conigliotto, harem omosessuale d'immaginario disneyano in magliette a righe come ireproduction3 marinaretti-gondolieri di Jean Paul Gaultier) che, tra lazzi e frizzi, giochi, vocine e schiamazzi, fanno da corollario e coro antico, spalti e fazioni, servi di scena, animali d'accompagnamento, contorno a queste due forze in campo che si scontrano in una battaglia epica, mitologica, fumettistica. Ogni frase è una ferita, ogni passaggio un crampo, ogni perifrasi taglia supportata da una colonna sonora ballabile che va dagli Smiths a Prince, da Marc Almond a Gianna Nannini, da Annie Lennox a David Bowie passando per i Cure.
Certo la veste sartoriale con la quale hanno addobbato la disputa è quella di una parodia favolistica ma le radici di queste parole appuntite sfondano la terra umida di questi tempi dove avere un'opinione propria e non allineata significa essere fastidiosi e scomodi. I tre spalleggiano perfettamente le due Regine agli antipodi nelle loro calzamaglie da Nurejev e stivali da Far West, in bilico tra uno Stregatto molto british e un Bianconiglio cinico e ingenuo. Il bambino che nasce ha le fattezze plasticose di Cicciobello (ci ha ricordato il finale del non riuscito “Darling” dei Ricci/Forte) prima di trasformarsi, con cambio anche di genere (tanto caro al dibattito attuale il gender), in una Barbie (e qui sovvengono i Tony Clifton Circus nel loro distruttivo “Hula Doll”). La marmellata è dannunziana, imburrata con velluti damienhirstiani, con una patina andywarholiana su un letto jeffkoonsiano. Poi lo snodo si focalizza, dopo la disfida tra le due possibilità e scelte femminili, sui nuovi nuclei che vogliono riprodurre un sistema perbenistico che hanno rifiutato e dal quale sono stati rifiutati: la famiglia tradizionale, i figli. Come nell'impastare un hamburger vegan si cerca lo stesso nome, la stessa forma, prendendola in prestito da esempi che si vuol combattere e sconfiggere, di ciò al quale ci opponiamo con forza. “Imitation of life” la chiamavano i R.E.M. I nostri son tempi vuoti e meschini che vanno riempiti con una burocratizzazione del linguaggio, panacea d'ogni male. Da far vedere sia ad Adinolfi che a Vendola. Mettendoli vicini di poltrona. Mano nella mano.

Tommaso Chimenti 14/06/2017

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