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La sala da concerti Parioli Theatre Club ha ospitato lo scorso 16 febbraio il David Bowie Show, un colorato omaggio alla musica del Duca Bianco e che ha visto impegnati sul palco i White Dukes, capitanati da Andy, al secolo Andrea Fumagalli, co-fondatore con Morgan dei Bluvertigo. Uno spettacolo che è un doveroso tributo alla memoria di uno dei pilastri della musica rock contemporanea, ma anche un artista a 360 gradi, mimo, attore, icona pop. Andy e i White Dukes, cover band nata per riproporre i brani del compianto Duca, riportano in vita Bowie con uno show variopinto, intenso, multidisciplinare. Vestiti interamente di bianco, i musicisti creano un tappeto sonoro compatto, variegato, che va dalla classica formazione a quartetto rock a quella più ricercata che integra sassofono (suonato a Andy), basi elettroniche e campionature eseguite live.

Alle spalle dei musicisti vengono eseguite videoproiezioni di immagini di repertorio di David Bowie, alternate a surreali opere ispirate alla sua musica, e a una delle chicche che rende il David Bowie Show un esperimento davvero originale: le illustrazioni di Tarocchi di Davide de Angelis, dal gusto fortemente orientaleggiante, colorato, esoterico. Un tocco di particolarità che si aggiunge a uno show che fa della varietà di suoni e colori il suo punto forte. Andy è impegnato in numerosi cambi d’abito, nonché come voce solista, sassofonista e campionatore. Una personalità artistica, quella dell’ex Bluvertigo, che non si poteva immaginare più perfetta per riportare in vita le movenze, le attitudini e le sonorità di David Bowie. Andy è un vero vulcano: il suo fisico alto e dinoccolato si muove con leggiadria per il palcoscenico, ballando, atteggiandosi, e anche eseguendo mosse al limite dello sbalorditivo. Come avrà fatto a piegare un solo ginocchio fin quasi a terra, reggendo solo con esso il peso, seppur esile, di tutto il suo corpo?

I musicisti non sono da meno, d’altronde, anche se in alcuni momenti la base ritmica creata da chitarra, basso e batteria tende a coprire molto la voce di Andy e quella di Nicole Pellicani dei White Dukes. Voce che, inoltre, non convince fino in fondo per la scarsa fantasia nelle armonizzazioni e nelle seconde voci; forse è un limite dovuto alla difficoltà di ricezione, o forse è una scelta voluta dalla band per non mettere in secondo piano l’esecuzione di Andy. Il resto dei White Dukes, ovvero il tastierista Alberto Linari, il chitarrista Alessandro De Crescenzo, il bassista Max Pasut, il batterista Marco Vattovani, fanno un ottimo lavoro nel tenere sempre alto l’intrattenimento e danno prova di un ottimo affiatamento sul palco. Lo show coinvolge il pubblico, accontentato dalla band con ben quattro bis. Andy si conferma un interprete sensibile della musica del Duca Bianco, un attento conoscitore del meccanismo spettacolare (le videoproiezioni sono curate da lui), oltre che un polistrumentista eccellente.

La scaletta è estremamente variegata, e abbraccia un’ampia fetta della produzione di David Bowie, non lesinando sui classici, magari proposti in chiave rivisitata (come nel caso della destrutturata Let’s Dance o dell’acustica Life on Mars), o sapientemente piazzati in fondo alla scaletta per invogliare il pubblico a chiedere di più, come nel caso della leggendaria Heroes. Non poteva mancare Lazarus, primo dei bis, dolente testamento artistico di David Bowie; ma lo show non vuole chiudere in tristezza e lancia le sue ultime carte con la surreale Ashes to Ashes e l’immaginifica Ziggy Stardust.

Uno show di intrattenimento con una punta di vocazione educativa e rievocativa della figura di uno dei protagonisti del Novecento musicale. Non un semplice tributo ma una vera e propria festa musicale dall’impronta psichedelica.

Giulia Zennaro – 16/2/2019

Un solo attore in giacca e cravatta a rappresentare più personalità. “Santa Rita and the Spiders from Mars” è un reading camaleontico: Marco Cavalcoli mostra sé stesso come David Bowie e Paolo Poli ma anche, con ormai acquisita perizia tecnica, quanto sia complesso il mestiere del performer e quanto certe doti, senza prescindere dallo studio, siano innate. Con il minimo movimento, il piccolo palco è gestito in modo vivace tramite l’ausilio del canto, della dizione, della pronuncia inglese, della voce e della mimica facciale. È il 23 maggio 2018, data in cui Paolo Poli avrebbe compiuto ottantanove anni; siamo nel Saloncino del Teatro della Pergola di Firenze, a lui dedicato e, a festeggiare con lui, il fantasma di David Bowie. Si tratta di una doppia intervista resa come un dialogo tra due personalità che, in fondo, hanno molto in comune.

Scritto e diretto dallo stesso Cavalcoli, “Santa Rita and the Spiders from Mars” è emblema di un teatro che si pone il problema di comporre e mettere in scena una nuova drammaturgia, uscendo dal sistema alto ma immobile dei titoli appartenenti al teatro classico. Una nuova drammaturgia che si pone l’obiettivo di costruire qualcosa rievocando due miti della storia recente dello spettacolo. Una nuova drammaturgia che, infine, vuole raccontare temi delicati come il transgender, la bisessualità, la a-normalità di persone amate e accettate nella loro notorietà ma anche criticate negli atteggiamenti quotidiani. Sono argomenti sensibili trattati con tatto grazie a due exempla. L’autore-attore si appropria intelligentemente di spazi non tradizionali e agisce su una pedana, tra un microfono e un leggio, scegliendo come sfondo uno schermo su cui sono proiettate immagini d’archivio. D’altra parte è consapevole e rispettoso della sacralità del luogo teatrale e fa in modo che il suo microcosmo dialoghi con il cosmo del Saloncino, con il suo sipario rosso, con le sue alti pareti, con le sue porte.

Un’ora dinamica in cui la semplicità della messinscena si pone in contrasto con l’esplosione di energia: la potenzialità dell’idea generatrice si sprigiona senza esagerazione, optando per una forma estetica pulita, piacevole, delicata alla vista. La voce, punto forte di Marco Cavalcoli, permette all’attore di esserci, non tanto fisicamente ma soprattutto mentalmente, così come lui stesso precisa e mette in pratica, concretizzando il suo pensiero poetico e filosofico in scena.

Benedetta Colasanti 25/05/2018

 

Emozionato per la sua prossima messa in scena al Teatro della Pergola di Firenze, in quel Saloncino dedicato all’attore Paolo Poli, Marco Cavalcoli, seduto tra i libri della RED Feltrinelli di Roma, è cordiale e sorridente. Racconta di sé in modo consapevole e con un pizzico di timidezza, quell’ingrediente che, si dice, sia ricorrente e fondamentale in molti bravi attori.

“Santa Rita and the Spiders from Mars” è il nome dello spettacolo che presto andrà in scena al Teatro della Pergola di Firenze. Cosa significa per te?

"È il primo che ho creato; Rodolfo di Giammarco mi ha proposto di mettere insieme un reading tra David Bowie e Paolo Poli e ho risposto subito di sì: ho trovato interessante lavorare su queste due figure. Da una parte è difficile perché non si tratta di scrittori ma di performers, artisti. Dall’altra è bellissimo perché senza esserne del tutto consapevole mi sono ritrovato a scrivere e dirigere uno spettacolo teatrale".

Quando ti sei reso conto di aver creato uno spettacolo?

"Il giorno del debutto! Adesso so di aver fatto un passo in avanti come artista e autore".

Ti trovi mai faccia a faccia con la scrittura?

"Scrivo poco e se scrivo mi trovo meglio a commentare politicamente e filosoficamente. Non mi occupo di scrittura poetica. Da ragazzo disegnavo molto ma ho smesso definitivamente intorno ai vent’anni. Concepisco me stesso in scena come un corpo scrivente: scrivo lavorando sulla mia presenza".cavalcoli7

Come definiresti la presenza scenica?

"Ci sono tante modalità diverse di presenza perché un attore è prima di tutto un essere umano dotato di proprie peculiarità. Un attore è presente quando mi sorprende. In generale si tratta della capacità di far vibrare l’aria, modificare lo scorrere del tempo, le dimensioni dello spazio, la velocità della luce. Andare oltre il limite del quotidiano e aprire una porta sul mondo immaginale, quello dell’anima, della psiche. Accogliere quelle forze che ci caratterizzano ma che dimentichiamo perché incontrollabili".

«Non ho mai voluto apparire come me stesso in scena, mai fino a poco tempo fa». È una tua affermazione…

"In realtà l’ho rubata a David Bowie e a Paolo Poli. Loro praticavano un gioco di sovrapposizioni di identità e io, portandolo in scena, l’ho fatto mio. Questa affermazione mi descrive fin dagli inizi; ricordo che Pietro Babina ci chiese di svolgere un percorso personale e io portai avanti un lavoro in cui scomparivo: ero solo voce. Da lì in poi la mia ambizione è stata quella di scomparire e ancora oggi preferisco lavorare in radio. C’è una vertigine nell’esserci mentre si scompare in scena che io amo molto. Ultimamente sto scegliendo di scomparire in modo più presente, di posizionarmi anche fuori scena ma esserci con la mente, come mente".

Vuoi raccontarci il tuo percorso da attore?

"In una parola? Durissimo. Recitare era una delle mie passioni; ho cominciato con qualche laboratorio a Ravenna e ho continuato con una compagnia di amici, sempre a Ravenna. È iniziato come un gioco ma è diventato qualcosa di molto serio. Ancora studiavo ma a ventisette anni mi sono trovato a dover scegliere se vivere di questo o no. Ho scelto il teatro e sono stato povero per circa vent’anni. Il risvolto positivo è che ho vissuto con estrema felicità i primi successi e ho condiviso momenti unici, di grande densità artistica e psicologica. All’inizio di una carriera la condivisione è tutto; poi il successo pubblico ha dato respiro a sensazioni che già conoscevo".

Cosa credi che ti abbia portato al successo?

"Lo studio. Ho studiato molto anche se in maniera a-sistematica. Questo adesso mi fa sentire all’altezza di prendermi cura dei giovani, di guidarli. Oltre allo studio, le esperienze personali che si intrecciano al mestiere e lo nutrono, gli danno spessore. I veri scatti sono legati alla vita, non allo studio".

Torniamo ai protagonisti di “Santa Rita and the Spiders from Mars”. Pensi che personaggi come Bowie e Poli continuino a vivere dopo la morte?

"Non credo all’esistenza dopo la morte ma soltanto perché penso che gli uomini vivano tra vivi e morte. Questa compresenza non ha bisogno della riproducibilità tecnica dell’opera per realizzarsi. D’altra parte, da quando le opere sono registrabili, l’eredità per i posteri è scottante. Non si può cantare l’opera senza conoscere la Callas, Domingo e Caruso. Bowie e Poli hanno lasciato molto materiale e sono tra quegli artisti da cui non si può prescindere".

Che rapporto c’è tra teatro e musica?

"Da diversi anni lavoro sulla pariteticità dei vari elementi che compongono lo spettacolo. Considero un suono, una luce o uno spazio come compagni di scena, non come commenti a ciò che accade ma come elementi che si pongono sullo stesso piano dell’attore, del testo e della regia. Il teatro è una scatola magica in cui è possibile far convergere con libertà le arti. Questo prima era un esperimento, un’azione avanguardistica, adesso è realtà".

Hai già avuto a che fare con lo spazio del Saloncino della Pergola?

"È la prima volta e ne sono molto felice sia perché è un luogo bello e prezioso sia perché la Pergola è un teatro molto caro a Paolo Poli e il Saloncino è dedicato alla sua memoria. Lo spettacolo va in scena il 23 maggio, giorno del suo compleanno".

Infine, cosa pensi della critica oggi? Trovi che sia autorevole? E se sì, quando?

"La critica ha sofferto molto della perdita di spazio nei giornali. Adesso è relegata in piccoli trafiletti che finiscono con una faccina sorridente o triste. Lo scopo della critica non è invitare gli spettatori a teatro ma stimolare il dibattito e la formazione di un pensiero, di un’opinione sull’arte teatrale. Oggi il web ha aperto spazi di riflessione importanti ma in un contesto ancora molto confuso. Io invece soffro la fine dell’epoca borghese: il suo senso critico si sta sgretolando e in questo vuoto è importante il giudizio del pubblico. Riguardo all’autorevolezza, per la carta dipende dalla testata, nel calderone del web è più difficile distinguerla e trovarla perché la pubblicazione è istantanea. Un po’ come Ennio Flaiano ricorda a sé stesso, bisognerebbe aspettare un paio di giorni prima di inviare il proprio pezzo. La fretta fa soffrire il pensiero… e la grammatica".

Benedetta Colasanti 24/05/2018

FIRENZE – “Extraterrestre portami via voglio una stella che sia tutta mia, extraterrestre vienimi a cercare voglio un pianeta su cui ricominciare” (Eugenio Finardi, “Extraterrestre”).

Una cosa è certa: non arriverà nessuno a salvarci dalle nostre piccole miserie quotidiane. Ed anche che “marziani”, strani, curiosi, diversi, lo siamo o ci sentiamo tutti, nel nostro intimo soli e incompresi, nei confronti degli altri, del mondo che ci ruota attorno troppo veloce e che non sappiamo fermare, regolare, controllare. Tutto sembra sfuggirci di mano, come la sabbia di Vada, da lontano tutto ci sembra bello e lucente per poi accorgersi che da vicino la spiaggia cristallina altro non è che scarti di produzione di scaglie di sapone. Ci si palleggia da una parte l'insoddisfazione dall'altra quella rassegnazione cinica che ha come faccia della medaglia ora una lucidità menefreghista e adesso una depressione cosmica. Che da “alieno” comunque deriva anche il verbo, con accezione negativa, “alienarsi”.00marziani
Se dieci anni fa “I marziani” di Alberto Severi (ecco la recensione dell'epoca: http://www.scanner.it/live/marziani3184.php), penna sottostimata dal sistema teatrale nostrano, prendevano il la dall'avvistamento collettivo di dischi volanti sopra lo stadio Artemio Franchi, durante una partita di campionato della Fiorentina, oggi i due coniugi agée se ne vanno in vacanza con quel “Life on Mars” di Bowie nelle orecchie che arriva, in cassetta, direttamente da Londra. Ma non sono le ferie di agosto che esploderanno con il boom fittizio e speculativo degli anni '80. “I marziani al mare” (la produzione è un bel connubio tutto fiorentino tra Teatri d'Imbarco del Teatro delle Spiagge e Pupi e Fresedde del Teatro di Rifredi) possono permettersi soltanto il litorale distante un centinaio di chilometri da casa, da quella Firenze che è tanto acida quanto culla accogliente, in un periodo, settembre, che potrebbe essere declinato come “partenza intelligente” o “scarsa liquidità”. Sono “beckettiani” nel senso che attendono qualcuno che non arriverà, la figlia, un nuovo amore, le notizie dal Sudamerica, un segretario di partito che conduca il PCI al governo, e al contempo sono “anti-beckettiani” perché qui non c'è niente di sospeso, di assurdo, ma tutto è, a tratti purtroppo, estremamente palese, terreno, reale, materiale.
001marzianiSiamo nel '73, precisamente l'11 settembre, data che ai più fa venire in mente quello newyorkese del 2001, più mediatico e culturalmente vicino, mentre quello degli anni settanta ci conduce al colpo di Stato cileno di Pinochet. I nostri due antieroi dell'epoca (c'è un'affinità alta e calzante, un'alchimia pizzicante, una chimica intrecciata tra la colorita Beatrice Visibelli e il carnale Marco Natalucci) sono ancora lì, con le loro convinzioni sempre meno certe in un mondo sempre più grande e globale, che ha appena passato il '68 e che respira un'aria di guerra, il Vietnam, come mode, trasgressioni, personaggi, atmosfere che provengono da ogni parte del globo e fanno immaginare e stuzzicano la voglia di andare, partire, anche solo con la fantasia sognando ad occhi aperti angoli felici e spensierati.
Invece, anche in vacanza, Alvaro, comunista convinto in pensione, e Mara, casalinga pia, nella solitudine di una spiaggia-limbo-Purgatorio, rimangono sempre loro stessi con gli odi, i rancori, le certezze conservative, consolatorie e traballanti sul Partito, la Chiesa, la società, le confessioni inconfessabili. Unico appiglio-gancio verso quell'esterno incomprensibile che viaggia troppo spedito per essere capito, è la figlia che abita nella terra di David Gilmour e si è fidanzata, addirittura, con un ragazzo di colore.0marziani
Alle loro spalle si muovono, ed è un fondale più che altro emotivo e dell'anima (la regia curata di Nicola Zavagli li mette su un bagnasciuga dove la linea del mare evocativa è rappresentata da scatoloni trasparenti), di colori accecanti e abbaglianti, arancione psichedelico, verde lisergico o filtri fucsia allucinogeni, la moglie che vuole fare citazioni colte ma sbaglia parole o lettere (“I Beatles si sono disciolti” o “Questo è un romanzo d'appendicite”; qui Severi tira fuori tutto il suo bagaglio e armamentario sarcastico, satirico, pungente, irriverente, alla faccia del cognome che porta), il marito retrogrado su questioni razziali e sessuali.
La scrittura di Severi è una poesia contadina e concreta, fresca e ingenua che ci porta non a un piccolo mondo antico e arcaico, sano e bucolico, ma in una sfera bonaria e perdonabile, un angolo carezzevole in bianco e nero, scusabile, e per questo amabile, leggero non perché stupido ma perché ignorante, non analfabetizzato, non studiato né colto, un piccolo antro da guardare con simpatia e nostalgia, un “com'eravamo” che non tornerà più, dove tutto era più semplice, lineare, con quella patina provinciale spaurita, incerta, minima, chiusa al borgo ma al tempo stesso croccante, tangibile, fatta di persone, di mani, di vicinato.
E poi c'è il grande gioco sintattico e bartezzaghiano che da “marziani” ci porta ai “mariani” (i devoti di Maria) dalla parte della pia moglie, e dall'altra ci instrada verso i “marxiani” (i seguaci di Marx) sulla sponda del “compagno”. Un viaggio interstellare che a Bowie affianca “The dark side of the moon” dei Pink Floyd perché la solitudine della coppia è amplificata dalla consapevolezza che “un altro mondo sia possibile” rispetto al loro piccolo guscio, “Gli anni sono volati via come dischi volanti”, e tutto sta scivolando verso una end che non sarà happy. Nessun buonismo, Severi non lo è mai stato.

Io vivo nei panni di un alieno che non vola, che non mi assomiglia ma io vivo ai margini di una vita vera e non mi riconosco” (“L'alieno”, Luca Madonia- Franco Battiato).

Tommaso Chimenti 06/01/2017

EMPOLI - “Qualsiasi pazzo con delle mani veloci può prendere una tigre per le palle, ma ci vuole un eroe per continuare a strizzarle” (Stephen King).
Gli eroi sono quello che non siamo riusciti ad essere noi comuni mortali, sopra le righe, irriverenti al potere, al destino, non si sono piegati, non hanno chinato la testa, non hanno cercato compromessi, non si sono scusati, non hanno fatto un passo indietro. L'eroe è chi ci ha messo la faccia, quello che non ha pensato alle conseguenze, quello che non ha avuto paura di mettere la propria vita a repentaglio per un'idea, per un principio.
Quello che la gente ama più dell’eroe è vederlo cadere(film Spiderman).
Proprio per questo gli “Heroes” che Ippolito Chiarello porta in scena con calore e decisione, qui in forma di primissimo studio e work in progress, con la faccia bianca metà cerone attoriale e metà incarnato da defunto, tradiscono fin dal principio, nella sintassi e nella parola, i personaggi ai quali l'epiteto etichettante positivo è affibbiato. Nessuno dei personaggi ritratti dalla penna di Francesco Niccolini (qui messi in scena otto sui dieci, mancano all'appello Andy Warhol e Mia Zapata) era un eroe, voleva essere un eroe, o era visto come tale.Ippolito1
Per fortuna gli eroi muoiono di morte violenta(Gesualdo Bufalino).
L'eroe è puro, integerrimo, pulito, sopra ogni sospetto, limpido, senza macchia. Robert Leroy Johnson, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Jeff Buckley, Kurt Cobain o Amy Winehouse (quasi tutti appartenenti al Club 27, ovvero “suicidatisi” alla soglia dei trent'anni) erano corrosi dal veleno di vivere, mangiati dal verme della depressione, distrutti giorno dopo giorno dalla loro voglia di annientarsi, sparire. Erano miti, per gli altri, per i fan accaniti, ma mai eroi.
Non ci sono mai stati dei grand’uomini vivi. È la posterità che li crea(Gustave Flaubert).
Ippolito Chiarello (in residenza al Giallo Minimal Teatro di Empoli dopo aver partecipato a “Verso Terra” di Mario Perrotta e che si appresta a volare a Vancouver per portare in Canada il suo “Barbonaggio Teatrale”) è un Lucifero (che nel finale si trasforma inspiegabilmente in un Dexter che brandisce una sega elettrica) deejay dietro il suo microfono, che ci ricorda “Jack Folla” o “I cento passi” e “Radio Freccia”, la bocca rossa carnosa ne “I guerrieri della notte” o “Radio days”, ci presenta la carrellata di artisti, musicisti più che maledetti, fragili.
Chi c’è di più solo di un eroe?(Boris Vian).
Proprio per questo non ci è chiaro l'appiglio ai “supereroi”, che hanno poteri oltre il consueto e la natura umana e lo mettono a disposizione del Bene e a favore della comunità, mai li usano in termini egoistici, né l'escamotage registico della sedia sul palco, tirando dentro dalla platea uno spettatore al quale viene chiesta la vita per poter diventare un “semidio”; il fatto che ognuno di noi possa, nella sua piccola esistenza, essere o diventare un eroe è un altro grosso filone da approfondire oppure accantonare visto che porterebbe in tutt'altra direzione il lavoro. Niente di più lontano dai personaggi dilaniati dal mostro interiore dell'incomprensione, dalla tenia dell'infelicità, dal baco strisciante della non accettazione. L'eroe non cerca la morte, tanto meno il supereroe, che per definizione non può morire.
Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi(Bertold Brecht, “Vita di Galileo”).
ippolitoQuesti erano soltanto uomini e donne bisognosi d'affetto, con un talento innegabile, che hanno messo in musica il loro travaglio. Il nostro Caronte ci porta nelle pieghe delle patologie, psichiche più che fisiche, di questi corpi malati che cercavano disperatamente il silenzio e l'oblio, la negazione di sé e che, invece, erano stati catapultati nell'occhio di bue della popolarità, nella luce della responsabilità.
Non v'è eroe vivo che valga un eroe morto(Oriana Fallaci).
Il peso che li schiaccia e li trita è enorme: se prima non si sentivano accettati, non erano stati amati, adesso sentono che l’affetto smisurato che proviene dall'esterno è fuori controllo, è basato soltanto sulla copertina, sulla superficialità, sulla morbosità, sulla curiosità.
Gli eroi son tutti giovani e belli(Francesco Guccini, “La Locomotiva”).
Che poi tutti alla fine si aspettano la canzone-citazione di David Bowie, omonima del titolo della pièce, che invece viene estromessa dalla sentita e lancinante ed emozionante playlist, e viene sostituita, incomprensibilmente, nell'ouverture come nella chiusa, da “Space Oddity”, sempre del Duca Bianco: “Sebbene nulla, nulla ci terrà uniti, possiamo batterli, ancora e per sempre. Oh possiamo essere Eroi, anche solo per un giorno(David Bowie, “Heroes”).
Ancora di più, rimaniamo convinti che i veri eroi siano altri: “Sono un eroe, perché lotto tutte le ore. Sono un eroe perché combatto per la pensione. Sono un eroe perché proteggo i miei cari dalle mani dei sicari dei cravattari. Sono un eroe perché sopravvivo al mestiere(Caparezza, “Eroe”).

Tommaso Chimenti 19/10/2016

Domenica, 10 Gennaio 2016 21:18

La leggenda negli occhi: goodbye Major Tom

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità. (Fabrizio De André, "Smisurata Preghiera")

"Look up here, I'm in heaven". Ce l'aveva detto. Lo sapeva e ce l'aveva detto, con l'incipit oscuro, ipnotico e quanto mai profetico di "Lazarus", traccia tre del suo testamento musicale "★", uscito l'8 gennaio. La morte di David Bowie lascia un vuoto incolmabile nella musica che verrà. È andato via serenamente dopo 18 mesi di lotta, quasi raggiungendo, come se ci fosse un ideale anche nel momento dell’addio, dello strappo definitivo, Fabrizio De André, scomparso l’11 gennaio di 17 anni fa. Fulgidi geni che sapevano andare in direzione ostinata e contraria; numeri primi morti nel primo mese che sta diventando maledetto per la musica.
Un lavoro sull'immagine senza precedenti – sviluppato sulle orme del mimo Lindsay Kemp – la capacità di fare arte partendo da se stessi e difendendo un'estetica musicale precisa. Teatralità, mimica ed eleganza. David Bowie era, è, e rimarrà un'icona eterna della musica, del glam, dell'arte. Una leggenda così semplice da leggersi negli occhi. Una leggenda così incredibile da esser nata con un pugno nell'occhio: una scazzottata adolescenziale che pare gli abbia causato quell'a-simmetria nello sguardo che lo ha reso celebre. Tecnicamente dovrebbe chiamarsi midriasi permanente, paralisi del nervo costrittore della pupilla che non riesce a dosare la quantità di luce che può entrare nell'occhio. A pochi interessa, questo è certo. Conta solo che quello sguardo lo ha usato per stregare generazioni intere e per creare le sue trasgressive maschere sceniche.
David Robert Jones, nato a Brixton, Londra, l'8 gennaio 1947, è tante cose. È Ziggy Stardust, è Il Saggio Aladino, è l'alieno Newton, è il Duca Bianco e Lazzaro. È una star diversa piombata sulla terra nel 1969 con la psichedelia e il prog di "Space Oddity", da cui comincia l'Odissea della strana creatura protagonista, nel 1972, di "The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars", extraterrestre bisex-androgino-rockstar che lo pone anche sulla cresta di un'onda alta e pericolosa, la libertà sessuale. Nel 1976 "Station to Station" lo consacra come Duca Bianco, contrappunto di quel Newton protagonista del film "L'uomo che cadde sulla terra". Si trasferisce a Berlino dove assieme a Brian Eno registra la Trilogia: "Low" (1977), "Heroes" (1977) e "Lodger" (1979). Siamo alla fine dei Settanta e il Duca immagina tutti come eroi in grado di 'ballare' sul muro "senza che niente potesse accadere". Bowie non si fa mai trovare dove lo si aspetta – è una sua peculiarità – e negli anni Ottanta decide di ritoccare la propria maschera mettendogli una corona commerciale, "Let's Dance", colonna sonora del decennio a metà tra rock e dance. Perché il Duca è tremendamente capace di fare arte e di essere trasgressivo e pop al tempo stesso, con eleganza invidiabile e inimitabile. Ma non sono solo questo, gli anni Ottanta di Bowie: nel 1981 duetta con Freddie Mercury nella creazione di "Under Pressure", successo indiscusso dei Queen, e nel 1985 gioca con Mick Jagger per incidere "Dancing in the street" per il Live Aid di Bob Geldof, replicata dal vivo l'anno dopo con Paul McCartney al basso.
L'Italia lo ha conosciuto e amato da lontano, ma l'ha visto da vicino nel 1997 a Sanremo, quando cantava "Little wonder", inserito nell'album "Earthling". Nel 2003 con "Reality" sembrava aver chiuso baracca e burattini, ma aveva riaperto bottega tre anni fa con "The Next Day". Del 2006 l'ultima esibizione dal vivo, stesso anno in cui gli viene assegnato il Grammy alla carriera. Poi la lotta contro il cancro, che se lo è portato via maledettamente. Dal fulmine rosso e blu di "Aladdin Sane", la stella nera. Riascoltare "Lazarus", "Blackstar" e tutta l'opera ultima di Bowie è dilaniante, perché nell'oscurità di testi e atmosfere disegnati dal Duca si trova tutto. "Blackstar" è un atto creativo incredibile, tutto quello che lui sapeva e ci stava dicendo, ma forse non abbiamo fatto in tempo ad ascoltarlo, a digerirlo, a comprenderlo. Look up there, he's in heaven.

Daniele Sidonio 11/01/2016

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