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Cinque anni. 1826 giorni. Se l’ansia e l’attesa non si possono toccare, quel che è certo è che si possono quantificare. Non ci speravano più i fan degli Arctic Monkeys, eppure quello che hanno tra le mani non è frutto della loro immaginazione; quella che sentono è veramente la voce di Alex Turner. Cinque anni sono trascorsi, ma alla fine eccolo lì, comparire come un tesoro alla fine dell’arcobaleno: è “Tranquility Base Hotel & Casino”, sesto album in studio della band di Sheffield.
Gli Arctic Monkeys sono veramente tornati, ma per alcuni l’idillio dura poco. Già, perché “Tranquility Hotel Base & Casino” è un mondo diverso, lontano anni luce da quello di “A.M”, tutto riff e assoli di chitarra. L’incipit dell’album (“Star Treament”) è un’apertura di porte su un ambiente elegante, da lounge bar, fatto di note e accordi dalle sonorità anni ’70 e un uso massiccio di pianoforte e tastiere. Un sentimento di delusione aleggia silenzioso tra non pochi fan. “Questi non sono gli Arctic Monkeys” verrebbe da dire al primo ascolto. Ed è vero: le tredici di “AM” stonano completamente con quelle di Tranquility Base Hotel & Casino”. I due album sono il giorno e la notte, eppure basta un secondo ascolto perché anche quest’ultima fatica musicale si presenti per quel che è: un album che ti prende, ti ammanta con il suo abito elegante e ben stirato, per condurti verso uno spazio lontano, lunare, frequentato in passato da altri artisti del calibro di Nick Cave, o Pink Floyd. Lo switch musicale - continuo ideale della colonna sonora del film "Submarine", firmata sempre da Alex Turner - è una sfaccettatura intimista e concettuale di un prisma che riverbera le diverse anime della band. Senza voler cadere nello sterile paragone, o nell’azzardato parallelismo, gli Arctic Monkeys2Arctic Monkeys non hanno fatto altro che emulare quanto già compiuto anni prima da band come i Beatles. Cosa sarebbero stati dopotutto i quattro di Liverpool senza la loro continua evoluzione, il loro fare e disfare il proprio stile in un work in progess infinito? Probabilmente nulla. “Tranquility Base Hotel & Casino è il Revolver degli Arctic Monkeys, il cambio di rotta netto e quanto mai necessario per continuare a creare, per perseguire nel suonare. Viene pertanto da chiedersi se non risieda qui, in questa volontà di prendere una tradizione e romperla, la loro vera anima rock.
Il batterista Matt Helders, il bassista James Cook e il chitarrista Nick O’Malley non sono scomparsi, si sono solamente nascosti dietro i tasti del piano di Alex Turner. Trovatisi dinnanzi a una mole di creazioni nate da sessioni di scrittura compulsiva ad opera dello stesso Turner, il gruppo ha adattato il proprio sound alla nuova linfa compositiva del suo frontman, levigando la potenza degli strumenti e toccando con leggerezza - e non più con ribellione giovanile - le proprie corde e le proprie bacchette. L’unico brano che sembra davvero distaccarsi da questo schema matematico, vantando una diretta discendenza con quanto realizzato cinque anni prima, è “Four out Five” (numerose, infatti, le rassomiglianze con “One For The Road”, loneliness ballad sinuosa e dal riff arpeggiato e raddoppiato dal synth). Il resto rientra perfettamente in una continuità discorsiva lunga undici brani. A tirare le fila di questa dichiarazione d’intenti sono pensieri estemporanei, pagine di un diario riempito di ricordi, ansie, paure, e lanciato in un flusso di coscienza che scorre inesorabile a un ritmo ondulatorio. Alex Turner gioca con la propria modulazione vocale, prediligendo un timbro basso e sensuale. È un canto, il suo, che parte dal profondo, dalle pareti di un hotel abbandonato chissà dove, chissà quando, all’interno della sua mente; un ambiente, questo, non dissimile da quello decantato dagli Eagles in “Hotel California”. «I just wanna be one of the Strokes, now look all the mess you made me make» canta nella strofa che apre “Star Treatment”. Ma qui non ci sono le sonorità roboanti degli Strokes, e nemmeno il disordine generato da una notte di passione. Nel “Tranquility Hotel” tutto è stato messo in tiro, lucidato. Conglomerato di influenze musicali e progetti passati dei singoli membri (molte le analogie che legano l’album a “Everything You've Come to Expect” dei The Last Shadow Puppets, duo musicale formato da Alex Turner e Miles Kane) “Tranqulity Base Hotel & Casino” non poteva che concludersi con un brano come “The Ultracheese”, il cui assolo così pizzicato di Nick O’ Malley tanto ricorda il George Harrison del beatlesiano “Something”. Sedici anni fa ci si chiedeva «what the f.... are the Arctic Monkeys?» e ancora oggi, sfumata l’ultima nota di The Ultracheese, continuiamo a chiedercelo. E forse è per questo, per quella continua portata rivoluzionaria nascosta dietro ogni loro ritorno sulla scena, che gli Arctic Monkeys piacciono così tanto.

Elisa Torsiello, 21/06/2018

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