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“Shift”: la follia che scorre nelle vene di Logan Richardson

Apr 16

A volte, nel mondo, succedono cose folli. E spesso l'ombelico di questo mondo è Roma, precisamente Il Cantiere. Al quale avevamo intuito mancasse qualche venerdì, ma che proprio li avesse persi tutti, non c'era da aspettarselo.
Novantacinque. Novantacinque minuti ininterrotti di qualcosa che non era jazz e nemmeno rock, tantomeno soul o elettronica dagli echi berlinesi. Forse, a pensarci bene, non era nemmeno musica. Era Richardson, quel pazzo di Logan, accompagnato, oltre che dal suo fedele sax tenore, da un quartetto d’eccezione per la presentazione del suo nuovo album “Shift”. E non si capisce se sono più strambi loro a seguirlo in tour, in giro per il mondo o Il Cantiere ad averli ospitati tutti nella loro unica tappa italiana, giovedì 14 aprile.
Sta di fatto che, nonostante spiegare (e ancora di più capire) sia impossibile, nel loro scomporre e ricomporre, nelle scale vertiginose e nei fraseggi indiavolati qualcosa di indefinibile ha colpito dritto allo stomaco. Perché il piano infuocato di John Escreet, le braccia instancabili di Max Mucha su quel povero contrabasso o le percussioni di Tomy Crane, che mischiavano in un calderone tamburi dell’ R’n’B, piatti da jazz e combinazioni da elettronica, non era solo tecnica o abilità. Così come il continuo provocarsi, cercarsi e rispondersi di Nir Felder e Richardson, ha trasformato una chitarra elettrica e un sax tenore in due strumenti che non avremmo mai pensato potessero sintonizzarsi così agevolmente per timbriche e armonia.
Non è stato facile seguire ogni linea strumentale in quegli scambi corali che improvvisamente riempivano di note ed energia la sala, ma uno strano profumo d’Africa è arrivato spinto da attraenti riverberi tribali e pelli battute in un tempo da riscossa. Un’evoluzione tanto imprevedibile quanto naturale ha affiancato melodie lounge a intervalli da rap, trascinandoci improvvisamente in uno sperduto quartiere periferico di Kansas City, dove tra l’altro, Richardson è nato.
E se, per una sera, Il Cantiere si è trasformato in un paese delle meraviglie nel quale ogni regola logica di armonia e sincronia è andata a farsi benedire, sarebbe bello continuare ad immergersi in quest’acqua Santa, sottraendoci dal risveglio traumatico che ci aspetta ogni mattina nella sua spirale di musica ordinaria.
Il nostro mondo ideale è questo: un luogo in cui non è obbligatorio capire quello che si ascolta, ma dove è sempre possibile sognare con qualcosa di nuovo. Tanto ormai è chiaro: se non sono matti non li vogliamo, anzi, non li amiamo.

Elena Pelloni 15/04/2016

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