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Sanremo 2018: la prima serata

Feb 07

Claudio Baglioni batte Carlo Conti, almeno all’Auditel. Questa è la prima notizia di Sanremo 2018. La prima serata dell‘edizione firmata dal cantautore romano ha totalizzato uno share medio superiore a tutte e tre le prime del conduttore toscano: se la terza annata di Conti aveva abbatutto dopo 12 anni il muro del 50% di share, la serata del 6 febbraio arriva al 52,1%, con 11,6 milioni di spettatori incollati alla televisione.
Se Conti per raggiungere il record si era affidato a Maria De Filippi, Baglioni si aggrappa a Fiorello e alla sua enorme capacità di coinvolgere con dei monologhi fulminei e votati all’improvvisazione. Al netto di qualche gag non riuscita (la spalla è un Baglioni ancora intorpidito) e della vaghezza con cui non coglie la citazione dell’Amica risanata di Foscolo da parte del cantautore-conduttore, lo show-man siciliano si esalta soprattutto quando è chiamato a coprire il vuoto lasciato da Laura Pausini, in collegamento telefonico dall’oltre-spazio con la sua laringite. Baglioni ha il merito di snellire la caratura sentimentale del Festival conduttori sanremo18(salvo il suo monologo iniziale sull’importanza della canzone, a metà tra l’epico e il retorico), eliminando i fronzoli da programma pomeridiano e lasciando spazio quasi solamente alla musica (nonostante i tempi siano molto, troppo dilatati). Nel confronto scenico con Fiorello prima, e Pierfrancesco Favino poi, dimostra quanto quello di conduttore non sia affatto il suo mestiere, eppure lo fa con stile ed eleganza, e il suo gesso si rompe a poco a poco.
A Michelle Hunziker viene lasciata la parte più rognosa, quella delle cose tecniche (il regolamento, il televoto, i tempi di conduzione). È una cosa che sa fare, mentre sa fare meno l’intrattenitrice o la performer. Sul piatto vanno messi anche momenti patetici (la dichiarazione d’amore al marito Tommaso Trussardi) e una dislessia da far invidia al Gabriel Garko del 2016. Favino invece è il mattatore assoluto della serata (e probabilmente del Festival): simpatico, preciso, tempi comici chirurgici, riesce a tirare fuori il meglio dagli altri due conduttori (Baglioni soprattutto) e si cimenta in un mash-up a effetto delle canzoni vincitrici del Festival.
Così l’ospite più atteso, Gianni Morandi, passa quasi inosservato. Quasi. Perché comunque il ricordo di Luis Bacalov (Se non avessi più te in duetto con Baglioni) è da brividi, e perché l’altro ospite che lo accompagna, Tommaso Paradiso, non regge il confronto neanche per un secondo, e mai lo reggerà, anche perché ha chiamato il nuovo tour dei Thegiornalisti “Love tour” (ma per tanti altri motivi che è fuorivante elencare qui). 
Detto dell’aspetto televisivo, passiamo alle canzoni in gara.
ANNALISA “Il mondo prima di te”. Scritta a sei mani con Alessandro Raina e Davide Simonetta, due degli autori più richiesti in zona pop. Se nelle strofe la tonalità è discutibile, la canzone decolla subito con quel “siamo montagne a picco sul mare” e con un ritornello che esalta le qualità vocali della Scarrone, praticamente perfetta. È il pezzo migliore che ha portato al Festival.
RON “Almeno pensami”. Rosalino ci mette tutta la classe che ha (e ne ha parecchia), per mettere sul piatto una splendida manifestazione di canzone d'autore. Forse non è un brano che Dalla avrebbe cantato dal vivo, ma i versi “avessi il mare in una mano/ce ne andremmo via fino al punto più lontano” racchiudono buona parte del suo immaginario, e Ron ne è l'elegante testimone sul palco. Per Sanremo, nel 2018, forse è anche troppo.
THE KOLORS “Frida (mai mai mai)”. Tutto tamburo e niente arrosto. Non che ce lo si aspettasse, l’arrosto, da Stash e compagni, che cercano il tormentone in italiano ma non trovano l'italiano. “Mai mai mai mai/per sempre mai” ha meno senso di “Asereje”, e quindi farà cantare i palazzetti. Una copia mal fatta dei peggiori Coldplay (compresa la giacca di Stash).
MAX GAZZÈ “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”. I fratelli Gazzè portano il mito popolare a Sanremo e forse nessuno lo capirà. La ballata sinfonica racconta la storia struggente di Cristalda e Pizzomunno da Vieste, il cui amore viene interrotto dalla vendetta delle sirene. La leggenda vuole che oggiclassifica sanremo prima serata Pizzomunno sia un faraglione bianco sulla spiaggia viestina, e Cristalda sia l'onda che lo va a bagnare, risalendo dagli abissi dove è stata legata. Pezzo ben arrangiato con una forza narrativa e letteraria imponente. Andrà a podio, per forza.
VANONI, BUNGARO E PACIFICO “Imparare ad amarsi”. Ornella Vanoni a 83 anni dà a tutte le concorrenti una lezione di stile e interpretazione. La canzone è giusta per lei, non ha picchi né si abissa in passaggi piatti, è semplice e ben calibrata. Se poi alla distanza cresceranno anche Bungaro (sempre magnetico) e Pacifico, allora quella semplicità diventerà forza. Diva d’altri tempi.
ERMAL META E FABRIZIO MORO “Non mi avete fatto niente”. Moro canta meglio del solito e quasi oscura Meta, ma l'operazione è costruita, pretestuosa, e la canzone è in pratica una versione aggiornata di “Il mio nome è mai più” (manca solo Pelù a gridare “bombe!”). I due cantautori per ora hanno schivato il rischio squalifica (il loro brano cita il ritornello di “Silenzio”, canzone presentata a Sanremo giovani 2016 da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali) e vanno dritti dritti verso la vittoria finale.
MARIO BIONDI “Rivederti”. Biondi affronta la sfida dell'italiano con una canzone fin troppo complicata persino per il suo repertorio. Il dialogo jazz di americana memoria, seppur estremamente raffinato, rende manifesto il motivo per cui questo era il suo esordio a Sanremo: fa un altro mestiere, vive in un altro mondo musicale. Che ci resti, soprattutto per il bene suo.
FACCHINETTI E FOGLI “Il segreto del tempo”. Il segreto del tempo è tenerselo stretto, ed evitare di diventare la caricatura di se stessi. Cosa che, evidentemente, non tiene bene a mente Roby Facchinetti, che dopo cinquant'anni di carriera più che onorata decide di sbracare assieme a Riccardo Fogli. I Pooh ce li ricordiamo tutti, e forse erano un’altra cosa. Oltre alla dimenticabilità del pezzo, ciò che sconvolge (neanche tanto) è lo strano sistema vocalico di Facchinetti, perennemente a rischio angina pectoris. Niente di nuovo, praticamente.
LO STATO SOCIALE “Una vita in vacanza”. Questi giovani in gita premio dell'indie hanno solo le tastierine e la cassa dritta. Per il resto mettono in piedi un mini-show che più televisivo e acchiappavoti non si può, con tanto di “vecchia che balla”, fisicamente, sul palco. Un brano che, con una strizzata d'occhio a qualche canzone di Rino Gaetano, per temi e toni al repertorio di Lodo Guenzi and friends non aggiunge né toglie nulla. Andranno tranquillamente a podio. Resta solo da decidere l'altezza del gradino. E la decideranno loro.
NOEMI “Non smettere mai di cercarmi”. A forza di avere la nomea per il grattato, Noemi finirà per grattarla via del tutto, la voce. Con questa canzone priva di forza, la cantante rischia anche la stonatura per non mancare l’appuntamento col suo marchio, perdendo spesso il controllo del brano. Se sta cercando di diventare la versione femminile di Vasco Rossi forse questa è la strada giusta. Non sappiamo quanto le convenga. O forse neanche ci interessa.
DECIBEL “Lettera dal Duca”. Il riferimento a David Bowie è fin troppo evidente, sia nel testo che nella musica, e nella parte finale si citano anche i The Woo. Però Enrico Ruggeri non sbaglia quasi mai, e porta al Festival il suo classico tocco rock, elegante e intenso. I Decibel suonano da par loro e finiscono nella parte bassa della classifica, da dove difficilmente riemergeranno. Ma il loro pezzo è comunque un toccasana per chi apprezza la musica fatta bene.
ELIO E LE STORIE TESE “Arrivedorci”. Una brutta didascalia. La musica coltissima di Elio e soci accompagna a un testo inutile e scontato. L'operazione di marketing dell'ultimo anno è stata degna di lezioni all'Università, ma ci si aspettava un ulteriore colpo di genio da chi ai colpi di genio ha abituato tutti per oltre trent'anni. Un film perfetto fino al finale, da cui si rimane molto delusi.
GIOVANNI CACCAMO “Eterno”. A questo giovane cantante siciliano hanno messo addosso una giacca infeltrita, che dovrà togliersi al più presto. La canzone è stata scritta a quattro mani con Cheope (figlio di Mogol), da cui forse ci si poteva aspettare qualcosa in più di “io e te insieme per sempre”. L'interpretazione, poi, è piattissima, polverosa.
RED CANZIAN “Ognuno ha il suo racconto”. La gara a chi ha il passato più tormentato con gli altri due Pooh viene vinta sicuramente dal bassista Canzian, non foss’altro perché lui, a differenza di Facchinetti, non rischia l'angina a ogni acuto e anzi, dimostra di avere ancora una buona estensione. Chi grida al grande rock meriterebbe la fustigazione, ma comunque Canzian si destreggia in un pezzo aggiornato (nel ritmo e, forse, nei suoni) dei Pooh.
LUCA BARBAROSSA “Passame er sale”. Talmente mannariniana da non credere che l'abbia scritta Barbarossa. E invece l'ha scritta proprio lui, togliendole furbescamente l'aria da stornello e dandole, con composta interpretazione, un colore quasi inaspettato. Si piazzerà degnamente a metà classifica, e non crediamo ambisca a qualcosa in più.
DIODATO E ROY PACI “Adesso”. Dall'ugola di Antonio Diodato ci si aspetta qualcosa in più, così come dalla tromba di Roy Paci. La sensazione è che i due abbiano cercato un equilibrio che penalizza entrambi, mentre il pezzo (di impatto e ben scritto)sarcina andrebbe un po' sporcato. Potrà crescere alla distanza, perché ha un ritornello aperto e sontuoso. C'è fiducia.
NINA ZILLI “Senza appartenere”. Senza appartenere alla propria canzone, per esempio. Nina Zilli prova a dare una scossa alle sue presenze sanremesi con un brano che non premia assolutamente i suoi colori e anzi, nonostante il tema lodevole e delicato, sembra scritto per Bianca Atzei.
RENZO RUBINO “Custodire”. Inaspettatamente il peggiore. Canzone debole e lui, che invece ha talento, è sfibrato, usa male il suo carisma e sprofonda. Dovrà cantare meglio e crederci più di quanto la canzone creda in lui, per non dichiarare fallimento già a metà settimana.
ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO “Il coraggio di ogni giorno”. Le storie di terra del cantore Avitabile e l'istrionismo raffinato di Peppe Servillo sono una vera perla. La canzone ha lo zampino di Pacifico e il testo si barcamena con diletto tra inarcazioni e immagini liriche come quelle “trapunte di sogni”. Un tocco di world music partenope (una parte è cantata in dialetto, con risultati esaltanti), troppo raffinata per essere compresa dalla demoscopica.
LE VIBRAZIONI “Così sbagliato”. Sarcina nella versione adulta di Macaulay Culkin (il Kevin McCallister di Mamma ho perso l’aereo) non convince, e la stanchezza delle sue corde vocali emerge nelle parti in falsetto. Certo è che musicalmente Le Vibrazioni sono sicuramente più solide di tanti altri in gara. Applausi al bassista in gonnella.
Così è (se vi pare).

Daniele Sidonio 07/02/2018

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