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#Rubik: lo Stile non molto Ostile dei Marta sui Tubi

Apr 11

Nei 45 minuti in cui, giovedì 7 aprile, abbiamo atteso trepidanti che Giovanni Gulino, Carmelo Pipiton e Ivan Paolini facessero il loro ingresso sul palco del Quirinetta, ci siamo domandati come mai quella povera Marta debba stare per forza sui tubi. A noi, il gruppo di Marsala, non stava affatto sui tubi con “Muscoli e Dei” e “Cinque, la luna e le spine”, anzi, eravamo in totale accordo con Lucio Dalla quando, dopo un’esibizione spalla a spalla nel 2012, li definì «la migliore live band italiana».
Così, con l’uscita del video-clip di “Amico pazzo”, primo estratto dal loro ultimo album “Lostileostile”, eravamo curiosi e desiderosi di sentire nuovamente quella grinta un po’ scanzonata che avevamo tanto apprezzato sul palco di Sanremo 2013. “Dispari” fu infatti uno dei migliori testi che sancì ufficialmente il successo dei Marta sui tubi. Dopo dieci anni di unione avevano dimostrato di possedere l’X factor comprovato da cinque album pubblicati e centinaia di date live in tutta Italia: il loro rock alternativo piaceva.
Eppure dopo il baccanale sanremese qualcosa, senza alternative, dev’essere accaduto. Perché dal 2015 lo storico trio che aveva inserito nel proprio organico tastiere - Paolo Pischedda - e violoncello - Mattia Boschi - torna alla formazione originale con voce, batteria e chitarra. Scelta di stile, si potrebbe pensare, confermata, effettivamente, dal titolo del loro successivo e ultimo lavoro. “Lostileostile” dichiara da subito, con fermezza, una presa di posizione, l’ideale espressione di un pensiero che, in mezzo al commerciale panorama di musica da camera, si prefigge il compito di portare avanti un risoluto modo di intendere la divina arte del suono.
E mentre giovedì sera facciamo di tutto per riuscire a captare qualche parola dalle confuse casse del Quirinetta, siamo pronti e ricettivi nei confronti di quello che ci aspetteremmo come il manifesto di una secca e convinta affermazione.
Amici pazzi, dj sbarazzine, amori bonsai, danze, campi, fiori; tutti presi in causa per un finale di storia che è quello, da tanto, per molti: «affanculo». Dopo solo quattro tracce sentiamo già la rabbia di chi, evidentemente, ha la consapevolezza di deludere dannatamente qualcuno. Sarà colpa delle sonorità che, lo diciamo malvolentieri, ritornano e si ripescano vicendevolmente ormai da qualche tempo. O magari dei testi che, più che ostili, echeggiano di qualunquismi e già-detti, puntando il dito verso un qualcuno di ignoto e a cui Giovanni riserva un «me ne fotto di spiegarti quello che penso». E se lui se ne «fotte» di dare spiegazioni, i suoi musici hanno almeno il buon cuore di riservarci una ritmica piacevolmente incalzante e coinvolgenti arpeggi di una chitarra, tuttavia, un po’ svogliata. Svogliatezza che abbiamo ritrovato sul palco dirimpetto a una sala colma ma un po' imbalsamata. "Vorrei", "Dispari" e "Di vino" hanno per un attimo risvegliato le mani sopite di un pubblico ben disposto a cantare squarciagola canzoni che, però, risalgono ormai a tre anni fa.
Alternative? Tornare a fare rock, quello arrabbiato sì, ma consapevole che la musica é una forma d’espressione e che dunque, come ammonimenti dell’infanzia insegnano, quando non si ha nulla –o poco- da dire, é meglio tacere.

Così, da ora in poi,
Noi staremo
Come Marta
Sui tubi.

Per Rubik, Elena Pelloni 11/04/2016

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