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#Rubik: Gianluca Petrella Trio 70’s, il jazz oltre ogni definizione

Mar 01

“La cosa che apprezzo di più è la curiosità da parte del pubblico”. E noi, quel venerdì 26 febbraio, l’avevamo presa tutta, caro Gianluca, ma non ci aspettavamo di portarne a casa il doppio.
Il “caro” a cui ci riferiamo è niente meno che uno dei più celebri jazzisti internazionali e indubbiamente il miglior trombonista nato nel nostro Paese. Quarantuno anni, giacca di pelle e sguardo basso, Gianluca Petrella porta sul palco della Casa del Jazz il suo trombone, una bottiglietta d’acqua quasi vuota e un nerbo maldestramente velato. Fin da subito a guidare la serata spetta alla musica, come se si trattasse di un’impellenza che neanche le tastiere analogiche di Michele Papadia o le percussioni di Stefano Tamborrino potessero contenere. Anzi, tanto quanto l’eclettico trombone di Petrella, gli altri due fondamentali elementi del Trio 70’s scaldano fin da subito l’atmosfera mescolando le irregolarità ritmiche del free jazz ai sound elettronici. Per chi – come noi - non avesse l’orecchio allenato al genere, sarebbe pretenzioso cercare di capire e, soprattutto, di tradurre; ma sarà stata la loro aria bonaria o l’intimità che si respirava in platea a permettere di lasciarci travolgere dal vortice delle loro roventi acustiche.
Arriva anche il momento della voce-strumento di John De Leo che, a giudicare dal caldo applauso con cui è accompagnato sul palco, risulta tutt’altro che sconosciuto al pubblico jazzofilo romano. Si tratta infatti di una delle voci più interessanti nel campo della sperimentazione musicale italiana, tanto che, variando dal jazz al rock, ci fa ripensare tanto a Demetrio Stratos, quanto a Mike Patton. In continua ricerca, non si fa mancare nemmeno l’uso di strumentazioni analogiche con le quali indaga nuove sonorità tramite giochi di filtri, ripetizioni e manipolazioni vocali. Le sue scalate di ottave lasciano senza fiato, soprattutto quando, allontanandosi dal microfono, eguaglia –se non supera- le potenti frequenze del trombone di Petrella.
Non c’è modo di annoiarsi in una serata in cui perfino il gruppo l’Espresso ha donato i suoi microfoni per registrare e immortalare un disco che farà parte della sua prossima collana, dedicata al jazz italiano. Così, tra un più romantico e travolgente nujazz e il ritmato afrobeat prodotto dai piatti forgiati dallo stesso Tamborrino, si giunge troppo in fretta al termine della serata, alla quale fanno però coda due magnifici “bis” acclamati a grande richiesta. “Siamo stanchi, lasciateci andare a casa” è la maldestra introduzione alla buonanotte di Gianluca Petrella, che rimescolando atmosfere soul e funk, ci ha fatto sperimentare il lato più indie del jazz.

#Rubik Emanuela Platania, Elena Pelloni 02/03/2016

Immagine principale: Emanuela Platania

Foto: Giulia Focardi

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