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All'Auditorium Parco della Musica le case di carta di Renzo Rubino

Mag 24

Voci delicate riempiono l'abitacolo della Sala Teatro Studio Gianni Borgna (Auditorium Parco della Musica) il 21 maggio 2018, tutte in attesa di Renzo Rubino. Una scenografia onirica, a tratti fanciullesca riempie il palcoscenico e Rubino stesso, con stupore della platea, fa capolino tra le fila del suo pubblico poco prima dell'inizio del concerto. Amichevolmente abbraccia e saluta i fan in preda ad una placida euforia, intenti a strappare qualche foto rubata e sopratutto intenti a cercare un contatto con l'artista, che non si risparmia neanche un po' concedendosi ad abbracci, selfie smodati e a qualche parola amichevole con chiunque l'avvicini.
Le luci si spengono ed un'ironica voce fuori campo annuncia con sarcasmo Rubino, che si avvia verso il palco con una valigetta, un impermeabile in feltro verde pastello e un cappellino riposto sul capo. Sprigiona dalla curiosa valigetta una tastiera con cui sceglie di aprire il suo concerto. Sulle note dell'ultimissimo singolo “Il Segno della Croce”, che preannunciava le due date del tour, inizia un viaggio all'interno delle case di carta di Rubino. Sì, perché la scenografia, i rivestimenti degli strumenti musicali e non solo divengono volutamente ritagli di carta, quasi come fossero stati disegnati da un bambino, permettendo al pubblico di immergersi con tutto il corpo in un microcosmo creato appositamente da Renzo per l'occasione.rubin
"Siamo qui in un mondo di carta" -esordisce- di carta come questo lavoro. Speriamo non piova!" Con questa battuta inizia una fedele costruzione di ciò che Renzo Rubino vuole con il suo pubblico: un rapporto diretto e sopratutto un dialogo di botta e risposta, mai unilaterale. Difatti i fan rispondono, reagiscono con entusiasmo ad ogni sketch, ad ogni tipo di esperimento e coinvolgimento che gli viene proposto. Sul palco, insieme a Rubino (voce e piano) ritroviamo Fabrizio Dottori (Legni e tastiere) Matteo Vagnarelli (Ottoni) Andrea Beninati (batteria, percussioni e violoncello), Fabrizio Convertini (Basso, Synths, Chitarra elettrica ), tutti polistrumentisti che fanno da spalla al giovane cantautore pugliese che allestisce, in questa occasione, un vero e proprio show a metà tra il cabaret e il meta-teatro.
Sulle note de "L'Ape il Toro e la Vecchia" appaiono i suoi fedeli musicisti, calati nei panni del cantante mentre lo stesso si cela nell'ombra e nello stupore del pubblico ammaliato; intona subito a seguire il brano che ha presentato al Festival di Sanremo, "Custodire", creando un gioco di proiezioni e luci blu su di un lenzuolo bianco incastrato indosso come fosse un mantello, come fosse una di quelle capanne costruite nel salotto quando si è bambini e si gioca a nascondino. Subito dopo incalza a tinte forti e travolgenti travestendo tutta la squadra con maschere -rigorosamente di carta pesta- che raffigurano lupi, elefanti, scimmie e quant'altro, ovviamente sui versi di "Giungla". Poi l'unica maschera rimasta in scena -il lupo- viene utilizzata come escamotage per omaggiare uno dei più grandi cantautori della storia del nostro paese: Lucio Dalla, personalità a cui il nostro Renzo ammette di essere particolarmente legato sin dall'infanzia. Toccante diviene l'interpretazione di "Lulu", uno dei pochi pezzi che vede Rubino al basso, storia vera di suo nonno e del progressivo avanzare dell'alzheimer che, cancellando via tutto, aveva permesso un unico appiglio con la realtà, l'ultimo ricordo a cui si era aggrappato in vita: sua moglie, Lulu appunto.
Tra carte di caramella trasformate in percussioni, una fortunata signora selezionata tra il pubblico per assistere a buona parte del concerto dal palcoscenico e molti aneddoti che suscitano ilarità e tenerezza, il giovane cantautore dimostra essere un perfetto padrone di casa, un vero animale da palcoscenico, un misto tra lo storico cantautorato e l'innovativo universo di artisti moderni come Silvetri e Gazzè. Un mix esplosivo di energia, commozione, dialogo con il pubblico e colpi di scena: uno show particolareggiato, irriverente, studiato nei dettagli, degno di un artista completo a trecentosessanta gradi.

Giorgia Groccia 24/05/2018

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