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Suggestioni e sonorità ortodosse in mostra al Teatro dell’Opera di Roma

Mar 24

La stagione sinfonica del Teatro dell’Opera di Roma prosegue il suo corso arrivando al terzo appuntamento. Il tema, ancora una volta, è la diacronia, esplorata in una maniera inconsueta rispetto alla precedente stagione, che vedeva accostati autori del passato ai contemporanei. In questo caso, l’indagine della varietà di esperienze da parte di autori dislocati in tempi e realtà differenti percorre vie traverse intrecciandosi ad altri temi come il riferimento al mondo ortodosso. Il programma, infatti, si apre e si chiude “nel modo russico” di Modest Musorgskij lasciando spazio, nel mezzo, per Periklis Koukos e Nikos Skalkottas. Com’è ormai consuetudine, a precedere il concerto è l’introduzione del filosofo e musicologo Stefano Catucci, che esplicita i collegamenti sottesi tra autori apparentemente molto distanti.Quadri3
Il concerto del 23 marzo presenta quattro modi differenti di affrontare la grande orchestra sinfonica. Il primo è quello di Nikolaj Rimskij-Korsakov, nascosto dietro il nome di Musorgkij: è di Modest lo schizzo sinfonico “Una notte sul Monte Calvo” ma, dopo la sua morte, sarà Rimskij-Korsakov a sistemarlo e ordinarlo nella versione che conosciamo. L’orchestrazione di Rimskij-Korsakov passa da momenti in cui “il pizzicato degli archi è delicato a momenti in cui diventa un’esplosione, il suo modo di raccontare la Russia attraverso i suoni, senza bisogno di immagini, ha una forza straordinaria” spiega Catucci. E appena il direttore Costantinos Carydis sale sul podio tutto questo appare chiaro, trasparente alle nostre orecchie. Un suono cupo, sotterraneo, di voci quasi "sovrannaturali” raggiunge la platea: sei lenti rintocchi, poi i violini iniziano la loro melodia cadenzata quasi liturgica, una melopea. Il direttore strappa violentemente i suoni dando un’importanza quasi sconosciuta alle pause, ai silenzi, come a ricordarci che fanno parte della composizione tanto quanto i suoni. Tenebre, spiriti, suoni di campane vengono evocati mentre l’arpa crea un’aura vibrante: una vera e propria esaltazione timbrica valorizzata fin nel dettaglio dalla direzione di Carydis. Nelle parti più violente, oscure, il direttore forza la mano sul ritmo, esagera tutto mantenendo sempre il controllo. Questa impostazione permette alle parti liriche, anzi oniriche, di risaltare maggiormente: l’orchestra diventa un fremito leggero e costante dal quale vengono fuori come voci nell’oscurità della notte le parti dei solisti.
Quadri4Il secondo autore, Periklis Koukos, è molto più vicino a noi: è nato nel 1960, ed è stato maestro di composizione del direttore d’orchestra della serata. Il suo “In Memoriam”, a sua volta, è stato scritto come omaggio al proprio maestro di composizione. Quella di Koukos è una musica legata alla tradizione dell’armonia e all’atmosfera spirituale del mondo ortodosso. Carydis si mostra perfettamente a suo agio con questa musica che, evidentemente, risuona da sempre nelle sue orecchie: così traccia un’atmosfera malinconica, eco sonore arrivano all’ascoltatore velate di tristezza. Il violino di Vincenzo Bolognese diventa protagonista in questo brano disegnando con precisione melodie stridule e dolci a un tempo. L’orchestra si fa da parte, sembra quasi nascondersi, eppure è sempre lì che sostiene, sottovoce, il canto del solista. Il direttore guida magistralmente queste stratificazioni sonore costruendo un racconto cullante, quasi l’evocazione sonora di un ricordo che sembrava sepolto e, improvvisamente, riaffiora alla memoria carico di suggestioni.
Altro autore che Carydis ha portato con sé dal suo paese è Nikos Skalkottas; compositore del primo novecento, morto a soli 45 anni, Skalkottas ha avuto un rapporto complicato con la musica, non segnato da una linea stilistica univoca ma da divagazioni in mondi sonori differenti. La suggestione più grande presente dietro le “Quattro immagini” è quella popolare. Dopo un lungo periodo berlinese torna in Grecia per lavorare come consulente in un archivio di musicologia, ed è qui che viene in contatto con le fonti popolari, ne rimane affascinato, le studia e ne trae la Suite in quattro movimenti, quattro immagini legate al mondo agreste della semina e della raccolta dell’uva. Carydis sembra quasi mutare il suo modo di guidare l’orchestra questa volta: mentre prima era quasi marziale con i suoi movimenti taglienti, precisi, ora diviene morbido e accompagna i suoni con delicatezza. L’impressione che si ha ascoltando questi brani è di una trasposizione sinfonica di temi, modi e sonorità provenienti dal mondo della tradizione popolare. La direzione sottolinea i caratteri contrastanti dei movimenti alternando ritmi incalzanti, danzanti e quasi scherzosi a momenti più statici e tranquilli.
Il cerchio si chiude su se stesso tornando alla Russia di Musorgskij: “Quadri di un’esposizione” scritti in onore dell’amico architetto Viktor Hartmann, morto giovanissimo. Il dolore del compositore si accompagna all’emozione provata nel visitare la mostra dedicata all’architetto: “I suoni e l’idea sono sospesi nell’aria e io sto ingoiando e mangiando troppo. A stento riesco a scarabocchiare su un pezzo di carta come se l’impulso della musica fosse così forte da rendere difficile perfino su carta l’idea”. I “Quadri”, nati come lavoro pianistico, vengono trascritti in versione orchestrale da Maurice Ravel, il secondo compositore della serata che si nasconde dietro Musorgskij. Catucci suggerisce di lasciar andare le suggestioni evocate da Musorgskij, di non pensare ai quadri, alla promenade, di lasciar stare le immagini per concentrarsi sui suoni. In effetti l’interpretazione di Carydis è estremamente singolare e permette di gustare la Russia in tutte le sue sonorità. Seguendo la raffinatissima versione di Ravel, il direttore pone l’accento sui timbri screziati di un’orchestra immensa. Carydis dà risalto a ogni dettaglio esaltando le dinamiche fino a rendere la violenza primitiva e affascinante del mondo ortodosso.

Silvia D'Anzelmo 26/03/2018

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