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Prisoner 709: Caparezza trasforma le sue prigioni in un riscatto artistico

Gen 31

“Sono l’evaso dal ruolo ingabbiato di artista engagé. Questa canzone è un po’ troppo da radio, ‘stica**i finché” canta Caparezza in “Ti fa stare bene”, rivendicando il suo diritto a fare musica come più gli piace, anche in modo leggero. Eppure, non bisogna farsi ingannare: “Prisoner 709” non è soltanto l’album più intimo del cantautore pugliese, ma anche uno dei più complessi.
Si potrebbero trovare almeno tre livelli di lettura, a giudicare dal modo in cui è strutturata la tracklist: al titolo della canzone si affianca il suo ruolo all’interno di quello che Caparezza definisce “non un concept album ma un libro musicale, in cui ogni capitolo è una prospettiva diversa sullo stesso argomento”. Fra parentesi, poi, ci sono due parole, tutte quante rispettivamente di 7 e 9 lettere: rappresentano opposti e alternative e soprattutto uno dei temi più ricorrenti all’interno di “Prisoner 709”, che è un disco bipolare, dove il cantautore ricorre alla numerologia per raccontare il conflitto interiore fra la sua identità “da civile”, Michele (parola di 7 lettere) e quella da artista, Caparezza (parola di 9 lettere).
È una riflessione sull’interiorità – per un artista che ha sempre rivolto le sue spietate analisi al mondo esterno – che non è nata dal nulla ma è stata scatenata dall’acufene, il fastidioso fischio all’orecchio che accompagna Caparezza dal tour di Museica del 2015 e che non lo ha più abbandonato. “Il suono del silenziocaparezza cover a me manca più che a Simon e Garfunkel” si sfoga così in “Larsen”, il nome con cui ha ribattezzato il suo disturbo. Tutto l’album potrebbe essere interpretato come un lungo percorso di autoanalisi, attraverso cui il rapper arriva ad accettare di convivere con un problema che rende il suo mestiere molto più difficile. Per capirlo basta ascoltare “Prosopagnosia” e “Prosopagno sia!”, le due tracce che aprono e chiudono l’album e a cui ha collaborato John De Leo: cupi i toni della prima, molto più allegri quelli della seconda. Sono due canzoni perfettamente speculari, che segnano l’inizio e la fine di un ciclo: la consapevolezza di essere prigioniero di quella stessa musica che una volta era il suo rifugio da una realtà scomoda.
Eppure, fermarsi all’acufene significa fermarsi solo al primo strato di questo album. “Prisoner 709” prende la sua ispirazione anche dall’esperimento di Stanford, condotto nel 1971 dal professor Philip Zimbardo per studiare il comportamento di alcuni volontari nel ruolo di guardie e carcerati in un ambiente carcerario simulato. I riferimenti a quel test psicologico e ai suoi devastanti risultati riecheggiano nei cori di molte tracce. “Forever Jung” ne è un esempio: nella sua intro si ripetono le parole con cui i partecipanti additarono il Prigioniero 416, unico fra tutti a ribellarsi alle condizioni disumane di quella finta prigione in cui il cantautore stesso si identifica. “Sto in una gabbia e mi sento intrappolato” esclama nella title track: l’auto-ingabbiamento è una sensazione che ritorna in tante rime, così come la voglia di Caparezza di rimettere in discussione il se stesso del passato senza rinnegare nulla.
Tutto questo pesa anche sulle melodie dell’album, molto meno rap e molto più rock, molto più dolenti e malinconiche. Sono sonorità che erano già state anticipate dall’intensa “Chinatown” (2015) ma che adesso diventano preponderanti. “Ti fa stare bene” e “Prosopagno sia!” sono due mosche bianche all’interno di un album in cui i ritmi si fanno spesso plumbei e la voce di Caparezza abbandona i toni nasali, suo marchio di fabbrica, per diventare più profonda.

C’è un’impronta lirica nel discorso intimo con la sua versione infantile in “Una chiave”, mentre “Autoipnosi” sembra quasi una rassegnata ninna nanna. Inquietante il ritornello di “Migliora la tua memoria con un click”, cantato da Max Gazzè, altra collaborazione importante di questo album. Non mancano, però, accenni al mondo esterno e occasioni per fustigare certi orridi vizi dell’uomo contemporaneo: “Premetto che ho molti amici gay, non sono conservatore come un Frigidaire” è la frase d’esordio di “L’uomo che premette”, che si prende gioco di chi si inerpica in futili premesse, prima di proferire frasi omofobe o razziste.
Resta la curiosità di sapere come Caparezza avrebbe commentato certi eventi accaduti negli ultimi anni, dalla Brexit all’elezione di Donald Trump al clima di perenne tensione che attraversa tutta la politica internazionale. In ogni caso questa svolta intimista offre al pubblico un nuovo lato del cantautore pugliese (il “Michele” sempre rimasto in sordina nei dischi precedenti), e le sonorità diverse portano nuova linfa creativa al suo lavoro. Anche quando Caparezza parla di se stesso, in fondo, riesce ad evocare immagini e mondi che non sono per nulla scontati ma che hanno tantissimo da raccontare a chi ascolta.

Foto a destra: Claudio Daloiso & Albert D'Andrea

Ilaria Vigorito 31/01/2018

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