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“Per cercare il ritmo”: l’album d’esordio di Germanò targato Bomba Dischi

Gen 24

Ultimo acquisto di una scuderia ormai arcinota nell’ambiente indie-pop, quella dell’etichetta Bomba Dischi, Germanò esordisce con un full-leght di 9 canzoni, “Per cercare il ritmo”, in un’identità corale da vero giocatore di squadra. Già dal primissimo ascolto, infatti, emerge la sua volontà di incarnare, attraverso testi e arrangiamenti, gli stilemi di un genere con cui diventa sempre più imprescindibile il confronto di chi fa o ascolta musica oggi.
È assodato che l’indie, per sua stessa vaga definizione, tenda a rifuggire classificazioni stilistiche, oscillando tra l’indicazione economico-produttiva di etichette indipendenti e quella tematica-sonora. Eppure, tra queste sonorità a metà tra il cantautorato e il pop, gli stessi autori che ne fanno parte spaziano spesso e volentieri liberamente. Perciò, la prima domanda da porsi, in ogni caso di voce emergente, è dove questa si trovi all’interno del suddetto duopolio musicale e se vi si posizioni con più o meno decisione. Rispondere, con Germanò, non è cosa semplice. Sicuramente è immediato l’accostamento delle atmosfere di “San Cosimato” o “L’automobile che corre”, con quelle dei più recenti Cani di “Aurora”: testi di vita vissuta, intrisi di disagio e cultura generazionali, che aderiscono a vestiti musicali di sensuale semplicità e ritmo minimal e ipnotico.

Non sorprende, quindi, la scelta di Bomba Dischi, che cerca di inanellare un secondo Calcutta, da cui pure Germanò si discosta, ma non senza pagargli un sostanzioso tributo di influenza, sempre a titolo esemplificativo e non esaustivo, in “Mezzanotte meno 10” e la malinconica “Dario”, sentitissima poesia pianogermanocover-voce. È pur vero, tuttavia, che Germanò sembra possedere, nel proprio DNA cantautorale, materiale genetico più datato, una discendenza più antica del solo indie-pop dell’ultima ora, per quanto anch’esso non costituisca categoria di per sé limitante. Innanzitutto, da notare la sua passata militanza nei Jacqueries, band nata dieci anni fa, quando il termine indie aveva tutt’altro sapore. In secondo luogo, fosse anche solo per la voce sottile, mai portata agli estremi, che ha il gusto di un sussurro cantato, di un quasi-recitato in reverb, l’autore italo-australiano dimostra notevole vicinanza artistica a Federico Zampaglione e alla sua corrente “tiromancina” degli anni ‘00.
Germanò tocca con un braccio entrambi i poli del genere all’interno del quale si fa spazio, con decisione e sorprendente coerenza, visto che, nonostante le suddette influenze, folte e variegate, riesce a consegnarci un disco fortemente identitario, dal sound immediatamente riconoscibile, dalla prima all’ultima traccia, nonostante il suo titolo dichiaratamente di ricerca. Chiamarlo “Per cercare il ritmo” è, dunque, falsa modestia? No, perché in esso trova spazio anche una (timida) sperimentazione, con chitarre d’accompagnamento tra il funk e il jazz e contrappesi elettronici più dalle parti del pop-rock, con appena una punta di dance.
Difficile dire, sin da oggi, se le promesse di questo disco, tante e tali, saranno rispettate, se l’autore avrà la forza di emergere in un ambiente già così sovraffollato. Quel che è certo è che questo suo primo tuffo nel mare magnum dell’indipendente ha già la grazia e la consapevolezza di un professionista ben allenato. Come scrittore, produce testi leggeri che affrontano tematiche universali quali amore, amicizia, break-up e malinconie in modo gradevole, seppur non facendo gridare alla rivoluzione. Lo stesso dicasi per la musica: non c’è elemento singolarmente mai sentito prima eppure, proprio dall’insieme delle diverse parti, di derivazione diacronica, emerge una voce nuova che potrebbe lasciare un segno.
Per ora, comunque, Germanò il suo ritmo può dire d’averlo trovato.

Andrea Giovalè 25/01/2018

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