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Penelope, Sebastian dei Winter Dies In June: giunti alla fine distruggiamo il ricordo

Lug 17

I legami in fin dei conti sono briglie sciolte. Divengono spesso allegoria e metafora di qualcosa di più grande: l'inesorabile scorrere del tempo, l'avvenire, i cambiamenti e l'incapacità di controllarli, la costruzione dei rapporti, l'intenzione di cucirli assieme per poter ricomporre una prospettiva, un'idea. Tutto ciò viene racchiuso in un solo album della band Winter Dies In June che, a quattro anni di distanza dal loro disco d'esordio "The Soft Century", che li ha consacrati, torna sulla scena con il concept album “Penelope, Sebastian”. È proprio il caso di dirlo: sono rimasti davvero in pochi quegli artisti che oggi riescono a raccontare una storia tramite un disco. Ultimamente ci si limita a sfornare pezzi unici, brani paragonabili a isole deserte che puntano tutto sull'orecchiabilità e commerciabilità, sulla forma e poco sulla sostanza, poco sulla narrazione, poco sul senso logico che dovrebbe essere il pilastro portante con il quale un artista sorregge la buona riuscita dell'album.
"Penelope,Sebastian" è la storia di un legame indissolubile e, al tempo stesso, predestinato alla fine. Ma non solo, è sopratutto la storia dei luoghi che fanno da sfondo e cornice agli avvenimenti della vita di ognuno, quei luoghi che ci raccontano le storie meglio di qualsiasi parola, costruendo inevitabilmente un'epica personale. Utilizzando il divenire delle azioni si costruisce il racconto un tassello alla volta, con una speciale particolarità: la traccia uno scandisce l'addio, un abbraccio scarno, il desiderio di non rivedersi più, sino ad arrivare, nell'ultima traccia, al principio di ogni storia, il primo sguardo. È un tempo che scorre al contrario.
Rispetto al precedente lavoro, "Penelope, Sebastian" ha delle sonorità nuove tutte da scoprire: il sound è decisamente più arioso, vi è la presenza ben dosata di synth analogici, le chitarre sono meno invadenti, tutto verte su un radicale cambiamento e crescita artistica. L’attitudine post-rock del passato evolve verso il pop onirico. Il perfetto connubio tra le parti ricorda senza dubbio artisti di fama internazionale come i Cigarettes After Sex. Ritroviamo una ricercatezza e una sensibilità non indifferenti, che danzano e restano in perfetto equilibrio tra reminiscenze post-rock, melodia e cantato tipicamente brit, e un epicentro dream-winter 2pop. Il disco è stato registrato tutto in presa diretta ma in due studi differenti: ritroviamo l’analogico della Sauna Studio con i suoi compressori, equalizzatori, il suo bel banco con i preamp che scaldano e rendono colloso e tattile il tutto, i riverberi Vermona che hanno innaffiato chitarre e voci e che si alterna al Big Pine Creek. Ma soprattutto vi è una ricerca ben precisa, l'alternarsi di melodie che emergono per poi tornare giù, riabbassando le dinamiche, creando un gioco, un walzer tra le parti.
Ogni brano è un frammento di storia, ogni pezzo è un mondo a sé che combacia con l'universo successivo e antecedente; ad esempio "Aeroplanes", prima traccia ma anche ultima in ordine cronologico, ripercorre la consapevolezza di un qualcosa che deve necessariamente giungere al suo epilogo e, di conseguenza, la tattica di rimozione del ricordo, un frammento freudiano. Penelope inoltre analizzerà, seguendo la scia disegnata dal testo, cosa è realmente diventato Sebastian, ovvero un tossico alla ricerca spasmodica del compiacimento altrui, dimenticando l'unica persona verso la quale un tempo riversava quelle stesse attenzioni. San Francisco e Londra fanno da sfondo allo svolgersi dell’azione. "Sands", forse il pezzo più british di tutto il disco, possiede una chiara cesura sonora tra strofa e ritornello. Il primo predilige la ritmica, il secondo compone melodicamente una vera e propria ricostruzione nella mente dell'ascoltatore, il racconto di un legame in divenire.
"Sebastian" può definirsi un inception di ricordi, che suona come una ballad ma si muove con tempi dispari nel ritornello, utilizzando riverberi e linee melodiche che richiamano sonorità ben più americane rispetto allo stile brit mantenuto in tutti i brani. Queste caratteristiche predominanti rendono l'atmosfera circostante particolarmente evocativa poiché l’azione rimbalza continuamente tra il tempo passato e quello presente. "Boy" è forse il pezzo più ambizioso del disco, l'unico in cui sentiamo l'eco della voce di Sebastian. Richiama le tematiche del perdono e del ritorno a casa. Riecheggia sonorità rock anni novanta per poi convogliare l'intenzione del pezzo in un ritornello asciutto e a tratti psichedelico.
"Nowhere" è composta da frasi semplici ma alle quali Sebastian non può ribattere. È un brano che racchiude in sé tutta la semplicità del pop e proprio per questo risulta diretto e fruibile, permettendo al testo di essere sorretto, spiegato e capito. "Space", il brano più National del disco, prepara un terreno fertile per il gran finale a tinte e suoni anni novanta, tipici del pop onirico. "Penelope", articolato e vario, vede un'apertura in diversi momenti ritmici e sonori per poi giungere a "Different", il gran finale, il pezzo del primo incontro: due sconosciuti al concerto degli Strokes: sguardi tremanti, voce spezzata da un prevedibile imbarazzo iniziale, due vite che si intrecciano per la prima volta in un vortice di palpabile malinconia. Si assapora il bisogno di raccontarsi. Questo brano, come fosse un viaggio nel tempo, riavvolge il nastro, permette un respiro, una speranza. Certo una speranza fittizia e disillusa, ma pur sempre dolcissima, sognante, un quadro ben dipinto dall'arte stessa che pervade gli spazi e segna a marchio indelebile lo stile e la completezza della band.

Giorgia Groccia 17/07/2018

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