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Michael Rosen in quartetto per il nuovo album “Sweet 17”

Apr 12

Sarà anche vero che l’abito non fa il monaco, ma venerdì 8 aprile l’Alexanderplatz ha vestito i Michael Rosen Quartet a pennello, avvolgendoli in un’atmosfera attraente ed elegante.
Acceso e frizzante fin dall’ingresso sul palco, il celebre sassofonista d’oltremare, Michael Rosen, ha scelto per presentare il suo ultimo album, “Sweet 17", tre compagni d’eccezione. Il contrabasso di Luca Bulgarelli, le percussioni di Marco Valeri e i tasti di Enrico Zanisi hanno brillato tanto per la capacità di sostenere la traboccante personalità di Rosen, quanto per le non-scontate qualità che il compositore statunitense richiede ai suoi esecutori. Definendo infatti il suo ultimo lavoro «un po’ complicato», ha risparmiato alle nostre orecchie inesperte i pezzi più elaborati, condendo la serata con brani e cover più facilmente digeribili.
Per l’omonimo brano “Sweet 17” il musicista di Ithaca combatte e dialoga con il piano di Zanisi, che ha confermato essere uno dei rari pianisti in grado di riprodurre quella miriade di segni neri che Rosen ha follemente schizzato sul pentagramma. Non è facile, infatti, riuscire ad orientarsi nelle fitte vie che ogni strumento, si direbbe, percorre autonomamente guidato da una propria linea melodica. Il contrabasso rimbalza da una corda all’altra dissimulandosi con il continuo brusio che i piatti di Valeri sostengono instancabilmente. Al contempo, una retta autonoma sembra essere condotta dalle melodie del sax e delle tastiere, fino a quando, sul finale, la furia del quartetto riporta tutto a una spensieratezza che fa riassaporare quell’energia quasi adolescenziale.
Con “Hopefully” e “Fair Weather Ahead” l’ensemble d’occasione ci culla sulle onde di un jazz che racchiude dentro di sé un buon auspicio, la speranza di una rinascita che Rosen avrebbe voluto augurare alla un-po’-sua Italia quando ha tradotto in musica l’ispirazione per queste composizioni. “Buon tempo avanti” apre infatti con un vibrato basso di sassofono che spinge la nostra nave lontano dai porti sicuri, facendoci approdare, dopo un viaggio malinconico ma protetto, in terre dal panorama sorprendentemente sconosciuto.
Una chicca dell’album e dell’intero concerto ci ha poi riportato sulla “Via del fienile giallo”, aldilà dell’Atlantico, in cui un giovane Rosen era costretto a praticare l’unico sport possibile nei bassopiani innevati della New York settentrionale: sci di fondo. Incalzante e divertente nel dialogo tra sax e contrabasso, “Yellow Barn Road” ci solleva e alleggerisce prima dell’ultima e decima traccia dell’album: “The Way We Were”. Dedicata a quella che per il sassofonista americano ha rappresentato una seconda mamma, racchiude tutta la dolcezza e la malinconia di un addio colmo d’affetto.
Così quest’artista, perla del jazz contemporaneo, dimostra ancora una volta la preziosa capacità di tradurre in musica tutta la sensibilità che si avverte ogni volta in cui poggia le labbra sulla sua eclettica ancia.

Davide Antonio Bellalba  12/04/2016

Foto: Paolo Soriani

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