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Myss Keta a Villa Ada: un concerto al sapore di Paprika

Giu 21
Villa Ada Incontra il Mondo

“O’ tempora o’ mores!” esclamerebbero i più davanti ad uno show di Myss Keta. Una cosa è certa: i suoi concerti non sono per i deboli di cuore né per i bacchettoni. Non si è smentita nemmeno nella data romana del 19 giugno, in occasione del festival estivo Villa Ada Incontra il Mondo. 
Uno spazio aperto, una scenografia scarna e un pubblico variopinto, eccentrico, sopra le righe proprio come lei e proprio come il suo nuovo progetto Paprika, disco uscito ufficialmente il 29 marzo. Ma sul palco la Myss, oltre a cimentarsi con i suoi nuovi pezzi, rispolvera anche i suoi successi del passato, da Milano, sushi e coca - con cui ha esordito nel 2013 - a In gabbia (non ci vado) e Burqua di Gucci. Performer, rapper dall’attitudine punk, icona pop LGBTQ e ormai diva, Myss Keta si è fatta notare anche dalla critica più tradizionalista, al punto da essere richiesta persino nelle capitali europee. La sua attitude sul palco rispecchia perfettamente i testi delle sue canzoni, tra battute sconce, movimenti provocanti e gli aneddoti divertenti su un passato più o meno inventato, chissà.
Eppure difficilmente qualcuno potrebbe intuire tutto ciò ad un primo ascolto superficiale dei suoi pezzi. Emergono senza dubbio gli elementi caratterizzanti del genere trap, come il culto dei soldi e della bella vita, della Milano da bere, del sushi e della disco. Sotto questa patina scintillante e griffata aleggia quel vuoto esistenziale che sta diventando un po’ il marchio di fabbrica di questa generazione. Dietro un progetto ambizioso come quello di Myss Keta c’è il desiderio chiaro ed evidente di raccontare la decadenza dei costumi e di una società che si accetta così com’è, abbracciando la sua vuotezza per crogiolarcisi. 
C’è qualcosa però che rende l’artista dagli occhiali e la mascherina diversa dalla massiccia quantità di artisti (o aspiranti tali) che tentano di raccontarsi e raccontare l’oggi. Diversa ai limiti dell’assurdo e per questo unica. Dietro il trash, la cultura del clubbing, il sesso e la droga, c’è una simbologia attraverso la quale interpretare e quindi raccontare il quotidiano. Per poterla comprendere però occorre uno sguardo tutt’altro che superficiale, bensì uno sguardo capace di guardare la realtà con gli occhi dell’eccesso proprio per accettare la banalità dell’attuale, per poter scavare a fondo fuori e dentro di sé, in una ricerca introspettiva che nel contesto odierno è già di per sé provocazione.
Per chi è cresciuto con la musica degli anni Settanta e ottanta avvicinarsi ad un’artista del genere, riuscire ad intercettarne gli intenti e magari apprezzarla appare impossibile. Ma chi ama la musica o sostiene di amarla, non deve trascurarne la funzione sociologica. Le canzoni hanno la capacità di raccontare chi siamo e quello che ci circonda e scelgono di farlo con forme più o meno immediate. Gino Castaldo ha scritto sulle pagine di Repubblica: “Le canzoni sono e possono essere specchio della realtà”. Se non riusciamo a capire la musica di oggi probabilmente non abbiamo molte speranze di capire le generazioni che la nostra società sta formando.

Giulia Mirimich
21/06/2019

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