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Motta con Vivere o Morire: ecco cosa c'è dopo "la fine dei vent'anni"

Apr 17

É uscito il 6 aprile, sotto l’etichetta Sugar, "Vivere o morire", il secondo disco di Motta. A due anni dall’album di debutto " La fine dei vent’anni", il cantautore pisano torna più maturo, più deciso e con nove tracce completamente nuove. 
Motta calca la scena indie contemporanea in linea con il gusto cantautorale italiano, ma lo fa riempiendo i suoi brani di sonorità internazionali e dosando a dovere chitarre, tastiere, synth, percussioni, theremin e archi. Collaborando con il producer ed ingegnere del suono Taketo Gohara (Vinicio Capossela, Brunori Sas), e insieme a Riccardo Singallia e Pacifico (cantautore milanese e co-autore della maggior parte dei testi sull’album), l’artista toscano utilizza il gusto di chi ormai ha superato “la fine dei vent’anni” per costruire un album appoggiato sul ricordo di qualcosa come i primi lavori di Richard Ashcroft, ma non senza donare la sua personalità tutta italiana (e toscana). Musicalità già sentite, certo, ma è pur vero che la nostra penisola da anni assorbe e fa sue le produzioni internazionali.
Ciò che però riempie di significato le già piacevoli sonorità dei brani di "Vivere o morire" sono i testi, che arrivano diretti alla mente e al cuore e davvero scuotono da dentro. Motta scrive per sé e non di sé, e ciò che ne risulta è un album diario, un flusso di coscienza sincero e autentico. "Ed è quasi come essere felice", messa in apertura, è una dichiarazione di intenti, una confessione attraverso la quale si può riuscire ad apprezzare e leggere tutte le tracce che seguono. Il ritmo incalzante della prima traccia, tra synth e voci effettate che trasportano l’ascoltatore in un tunnel di ricordi, lascia spazio alla serenità disarmante di "Quello che siamo diventati", presa di coscienza del proprio esistere senza le maschere dell’immaturità, e della spensieratezza, adolescenziale. Si passa poi per "Vivere o morire", canzone in cui il focus è proprio sulle parole; d’altronde, confessa lui stesso, di cambiare accordi non gliene frega niente. Con "La nostra ultima canzone" colpisce proprio il pubblico suo coetaneo, quello che ancora può vantarsi di provare malinconia per un’adolescenza lontano da tecnologia e invasione smartphone, permettendogli di “tornare indietro”, in un viaggio tra i ricordi.

  

Le liriche successive sono profondamente intense. La serena malinconia dei testi si intreccia con le melodie circondate di archi e tastiere morbide e avvolgenti, come in "Chissà dove sarai", brano sentimentale. "Per amore e basta" e "La prima volta" si rivolgono invece all’ascoltatore in cerca forse di consigli e conforto, o, semplicemente comprensione. La voce un po’ trascinata, svogliata, parla d’amore quasi recitando, tra sonorità che nascondono un sound più ricercato tra cori, un quartetto d’archi e il percussionista Mauro Refosco, grazie al quale in "E poi ci pensi un po’" si apprezza particolarmente l’impianto ritmico. A chiudere l’album è "Mi parli di te", una ballad morbida che si apre con una chitarra sincera quanto il testo, con cui si lega piacevolmente. 
Ecco nove brani che ben bilanciano amore, crescita, dolore e serenità, intrecciando suoni conosciuti ma non per questo ripetitivi, anzi: "Vivere o Morire", tra lacrime e sorrisi malinconici, è un album da ascoltare, più volte.

Marta Perroni 02/05/2018

 

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