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Vivere o morire: Motta live a Firenze con il nuovo album

Giu 13

«Mi siete mancati» confessa Francesco Motta ai suoi fan toscani dopo aver aperto il concerto all’Obihall di Firenze con “Ed è quasi come essere felice”. La serata fiorentina di martedì 29 maggio 2018 è stata una tappa del tour di presentazione del nuovo album “Vivere o morire”.
Alto, magro e tenebroso; capelli a coprire il viso di un uomo che conserva qualcosa di infantile. Nonostante l’aspetto da liceale, Motta si rende conto di aver superato la fine dei vent’anni e di avere alle spalle molte vicende da raccontare: amicizie, amori e soprattutto rapporti familiari. Quello della composizione è un percorso a suo dire tormentato, e tuttavia ne esce vittorioso e grintoso, pronto ad affrontare palcoscenici sempre più acclamati. Già ne “La fine dei vent’anni” emergevano le doti compositive del giovane di origine livornese che, forte di esperienze musicali come quella nel gruppo Criminal Jokers e dello studio al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, si cimenta con originalità e personalità nella scena new wave italiana.
«Dopo aver dedicato l’album alla seconda persona più bella del mondo, dedico questa canzone alla prima persona più bella del mondo, mia sorella». La famiglia e i suoi vent’anni sono tra le maggiori fonti di ispirazione per il suo lavoro da cantautore. La musica di Motta, fatta di sonorità piacevoli, trasmette emozioni motta firenze2che vanno al di là del mero ascolto: i testi conferiscono alla sua opera una ricchezza poetica rara nel genere indie, in cui le parole appaiono banali e prive di un significato immediato. Nelle canzoni di Motta, invece, le parole assumono un nuovo statuto e prendono la forma di storie in cui tutti riescono a riconoscersi, di racconti di ordinaria e straordinaria quotidianità, di colonne sonore della vita di tutti i giorni. Nella performance dal vivo emerge poi un’energia che non si percepisce dal canonico ascolto in cuffia: Motta si esibisce con passione, esprimendo tutto il suo carattere, che non riesce a rimanere nascosto sotto il ciuffo di capelli. Mentre si divide tra chitarra, batteria e voce, una grande band e un ricco organico lo accompagna: Federico Camici (basso), Giorgio Maria Condemi (chitarre), Leonardo Milani (tastiere), Simone Padovani (percussioni) e Cesare Petulicchio (batteria).
Dal palco alla platea si propaga una sincera emozione nei confronti di una vita ancora tutta in divenire e, d’altra parte, una nostalgia per gli affetti vissuti profondamente senza forse averlo dimostrato. Dai pezzi più romantici, “Quello che siamo diventati”, “La nostra ultima canzone”, “Chissà dove sarai”, “Per amore e basta”, “La prima volta”, a quelli più introspettivi, “Vivere o morire” ed “E poi ci pensi un po’”, dai più noti dell’album d’esordio “Prima o poi ci passerà” e “Sei bella davvero” fino al dialogo con il pubblico: «bisogna accettare l’invecchiamento perché invecchiare è bello, diciamocelo. E vi prego, quando farò finta di avere tantissimi capelli ma avrò cinquantacinque anni e sarò pelato, vuol dire che qualcosa è andato storto, per cui uccidetemi prima» scherza ma non troppo, sublimando la paura di invecchiare senza riuscire a pensare alla mancanza della sua chioma, protettrice di occhi timidi e probabilmente troppo rivelatori. Per concludere, non si può non citare un brano come “Mi parli di te”, dedicato al padre e a tutto quello che impedisce a un figlio di rivelarsi liberamente, di abbattere la freddezza dei rapporti più stretti, la paura della mancanza di tempo e la timidezza di chiedere un abbraccio. Basta un nome, «babbo» e tutto quello che voleva diventare «senza» o «con» lui. Motta supera l’indie con sonorità sperimentali e parole delle quali oggi tutti hanno più bisogno.

Benedetta Colasanti 13-06-2018

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