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Mezzo secolo da rabdomante: tanti auguri a Vinicio Capossela

Dic 14

“L'amore è cieco... Dio è amore... Ray Charles è cieco... quindi Ray Charles... è Dio” (Vinicio Capossela, “Live in Volvo” 1998)

Nato il 14, numero ghematrico di uno dei suoi maestri, Johann Sebastian Bach, Vinicio Capossela compie 50 anni da anima ospite, rabdomante senza requie che ha fatto della cultura popolare e della mitologia la sua Itaca portabile.
Nato “pangermanico” ad Hannover, il 14 dicembre 1965 da genitori di Calitri, Capossela trascorre l'adolescenza nella “paranoica” Emilia di fine anni Ottanta, dove si barcamena tra studi universitari balbettanti – si iscrive a Economia e Commercio – e ingaggi da pianobar. Al Tenco del 1989 viene “scoperto” da Guccini e l'anno dopo debutta con “All'una e trentacinque circa”, Targa Tenco come migliore opera prima.
Dall'epica beat ai maledetti Bukowski e Waits, i primi dischi di Capossela procedono per dettaglio e si compongono a partire da lampi biografici, regalando ballate al sapor di sigaretta mescolate con pezzi dal gusto meridionale come “Che coss'è l'amor” (1994), forse la sua canzone più popolare, e “Il ballo di San Vito” (1996), tarantella che si rifà alla “danza delle spade” salentina. Il brano è uno dei simboli della principale caratteristica dell'autore irpino, quella mancanza di radici che lo ha portato a girare tante terre senza averne mai una a cui tornare.
Fra gli artisti con più riconoscimenti da parte del Tenco (ben 4), nella seconda fase della sua carriera Capossela si lascia ispirare sempre più profondamente dalla letteratura. Se “L'accolita dei rancorosi” (1996) mette in musica i personaggi della “Confraternita dell'uva” di John Fante, “Con una rosa” (2000) – uno dei brani più riusciti – è ispirato al racconto “L'usignolo e la rosa” di Oscar Wilde.
Nel 2004 Vinicio – chiamato così per la passione del padre per “Quo vadis?” e per l'omonimo fisarmonicista degli anni Sessanta – pubblica il primo libro “Non si muore tutte le mattine”, e due anni dopo incide il sesto album “Ovunque proteggi”, titolo di una struggente canzone che riflette sul rapporto tra amore e tempo, scritta a inizio anni Novanta e tenuta nel cassetto per diversi anni. Nel 2007 l'artista irpino rende omaggio a uno dei suoi modelli filosofici, il Buonarroti, musicandone alcuni componimenti, portati ai piedi del David nello spettacolo “Fuggite amanti amor: rime e lamentazioni per Michelangelo”. Dalla “Notte newyorkese” del '91 Capossela torna in America nel 2008 con l'album “Da solo” – forse e ingiustamente uno dei meno apprezzati – che dal chiasso della 42esima si sposta nelle lande deserte e silenziose dell'Ohio di Sherwood Anderson. Il disco regala chicche come “Il paradiso dei calzini”, “Il gigante e il mago” e “Sante Nicola”.
Nel 2011 Capossela si trasforma in vero e proprio 'filomythos' con il doppio album “Marinai, profeti e balene”, opera ciclopedica che musica episodi marinareschi di Melville e i più celebri capitoli dell'Odissea, dall'incontro con Polifemo alla prigionia di Ulisse sull'isola di Ogigia.
Dall'Odissea letteraria a quella reale, la sua passione per il mito lo porta in Grecia: nel 2012 pubblica il diario odeporico “Tefteri” e “Rebetiko Gymnastas”, rivisitazione in chiave rebetika di alcuni dei suoi successi. Dalla basetta lunga e la mosca alla barba nera e folta, Capossela cambia look e si pone oggi come una personalità sui generis, che elude spesso confini ed etichette e si cimenta in altre forme artistiche: nel 2013 gira il docu-film “Indebito” con Andrea Segre, esplorando le incontaminate taverne rebetike, e nel 2015 arriva in finale al premio Strega con il romanzo sull'Irpinia “Il paese dei Coppoloni”, che a fine gennaio diventerà un film.
Dei suoi 50 anni, finora Capossela ne ha passati 25 sul palco e sta girando l'Europa con il tour celebrativo 'Qu'Art de Siècle', che passerà anche da Milano, Venezia, Roma. L'appuntamento da non perdere è però il consueto concerto di fine anno al Vidia Club di Cesena il 28 dicembre.

Daniele Sidonio 14/12/2015

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