Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 638

Print this page

I cantautori sono morti. Viva i cantautori! – GIU di Massaroni Pianoforti

Mar 12

In copertina una barchetta di carta sul palmo di una mano che la protegge o le impedisce di raggiungere l’acqua. Chissà. Su un sottile filo di ambivalenza è giocato tutto “GIU”, terzo album di Gianluca Massaroni e il secondo con il nome di Massaroni Pianoforti. Il disco è evidentemente un concept che si snoda tra quattordici tracce in cui affiorano ironia, serenità, noia, Massaronigiu1insofferenza, sofferenza. Rise and fall di una storia d’amore, come tante. Ma Massaroni sa rendere queste sfumature in modo impeccabile, avvalendosi di una accuratissima base ritmica e di un cantato imponente e capace di catturare.
"GIU" è il luogo in cui il cantautore vive, ma anche la dimensione in cui si spinge questo album dopo diversi ascolti: un non meglio identificato posto tra il sentimentale e il viscerale. “GIU” è un titolo monco ma maiuscolo, in cui appare obliquamente la protagonista di un amore finito, ed è un disco affollato, sovraccarico di esperienze e nomi che popolano le canzoni, a partire dall’esordio. “Palestra” snocciola, uno dopo l’altro, gli esponenti dell’indie italiano accanto a quei cantautori che «mi stracciano i coglioni». È divertente vedere sfilare – probabilmente contro la loro volontà – «Vasco Brondi con un dolore esistenziale», Dente, i Decibel, Iosonouncane, Levante, Ivan Graziani (espressamente citato con dei versi di “Firenze”), Dario Brunori e altri. “A bocca aperta” è una brevissima incursione in uno scenario molto intimo, con archi delicatissimi e sferzate di amarezza. Segue “La zanzara” che si arricchisce di una base elettronica tintinnante, su cui la voce trascina un dialogo tra i due amanti, in parallelo con un fastidiosissimo ronzio che si propaga nella stanza e che distrae.
Rmassaroni2Massaroni Pianoforti si definsce cantautonomo. Un puro e duro che produce da sé un album e decide di farlo uscire il primo giorno dell’anno, alla faccia di qualsiasi strategia commerciale. Un primo dell’anno che segue “La notte di San Silvestro”, quarta traccia di “GIU”, in cui si scandiscono le ore che precedono la mezzanotte, spruzzate di disillusione tra il fragore dei botti e lo «spumante dozzinale». Di più riconoscibile fattura cantautorale è “Non mi basto più”, che un po’ schiaffeggia Battisti e richiama alla memoria un Bugo degli esordi («Mi avrai per caso fatto svalvolare?/ Ma cosa dico? Ma che parola inusuale»), per poi lasciare il posto a “L’incontro di un uomo e di una donna”, che sfoglia ricordi e rimpianti con una struttura speculare: la prima strofa ne parla come «qualcosa di speciale» che si trasforma, dopo un lungo intermezzo strumentale, in uno «spostamento del cuore al piano inferiore». Si recupera il mood più leggero con “Adelio Adelio”, tributo al Rino Gaetano de “L’operaio della Fiat (la 1100)” e, naturalmente, di “Gianna”. “Uguale a me” è una ninnananna agrodolce, che traina “Lupo di mare” canzone in cui, insieme alla successiva “Filastrocca del cattivo umore”, viene richiamato alla memoria lo spleen del Vinicio Capossela di “Modì”. Un amarcord che percorre da parte a parte l’album, per arrivare su “Barche di carta”, morbida come il divano su cui i due si respingono e si avvicinano, guardando scorrere la relazione. “Cosa succede ad un legame quando il nodo si disfa” è una questione irrisolta, che Massaroni affronta con eleganza di archi e uno strazio in stile Riccardo Cocciante. Se con “Io non ti ho capita” l’autore si prende il tempo necessario per elaborare l’apparentemente incomprensibile divergenza di due strade, “Ok” è il laconicissimo brano che chiude l’album in modo intimo, ironico e sofferto insieme («Giuro che non mi riprendo più»).

Un disco, “GIU”, che scende in profondità, con delicatezza e un po' di stordimento naïf. Ma sa trasfigurarsi completamente nella sua esecuzione dal vivo. Nella data romana dello scorso 10 marzo presso il Wishlist Club, accompagnato da Stefano Bergonzi alla chitarra, Alessandro Ferrari alla batteria e Andrea Garavelli al basso, Massaroni dà una diversa chiave interpretativa a un album così legato a doppio filo alla musica d’autore. Così, tra i loop sintetici di “Barche di carta”, le batterie scroscianti sui brindisi tristi di “La notte di San Silvestro” e gli arrangiamenti ondeggianti e intrisi di saudade di “Uguale a me”, il live cambia profondamente il modo di interagire con l’ascoltatore e questo, a sua volta, inciampa in una vena molto, molto rock. Per riprendere “Carlo”, brano del precedente album di Massaroni Pianoforti, «E poi che c’entra la scala in granito? Qui sembra tutto più bello», come per dire: va bene la vocazione cantautorale, ma certi live non possono assolutamente passare inosservati.

Letizia Dabramo
12/03/2017