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Maledetto e Benedetto: la nostalgia elettronica del secondo album di Lucia Manca

Mag 04

Per il suo secondo capitolo discografico, abbandonate le sonorità acustiche dell’omonimo album di esordio, la cantautrice salentina Lucia Manca vira con decisione verso i territori del synthpop. "Maledetto e benedetto", uscito il 4 maggio, segna uno scarto significativo rispetto alla precedente produzione, dando molto più spazio alle parti strumentali e all’esplorazione delle atmosfere sospese che ne costituiscono l’ossatura.
Anche la voce della cantante risulta cambiata: più corposa e sofferta, agile nel mantenersi su tonalità più basse rispetto ai diafani acuti di "Lucia Manca". Sognante e intriso di un’eterea malinconia, "Maledetto e benedetto" - già doppio nel titolo - si offre all’insegna di un gioco di opposti, tra vicinanza e lontananza, tristezza e euforia, passato e presente, che è costitutivo della nostalgia, cardine emotivo e concettuale del disco. I primi accordi di tastiera, seguiti dalle tremolanti note in synth di "Bar Stazione", secondo singolo pubblicato, aprono l’album calando l'ascoltatore in un’atmosfera fluttuante, dal sound anni ’80, ma capace di reinventare quelle sonorità aggiornandole al gusto contemporaneo. Il timbro trasognato della cantante è accompagnato dalla linea di un basso avvolgente, fino al ritornello in cui le tastiere elettriche diventano assolute protagoniste.

Lucia Manca canta di un amore perduto e ritrovato attraverso il caldo e doloroso ricordo, la tentazione da parte degli amanti di tornare indietro ("E tu e tu mi chiedi ora/Sarebbe bello ancora/Tornare a casa con te"), pescando tra suoni più cari a certo pop nostrano, da Nada alla Bertè, ma con una materia testuale improntata al minimalismo. "Eroi" è il brano che più si smarca dagli altri a livello contenutistico: un invito a vivere la sessualità in modo spensierato, sostenuto da un tappeto sintetico massiccio su una base fortemente ritmata e da un testo che si concede maggiori libertà espressive ("Ma quale paranoia/Qui viviamo tutti nella gioia/Tra mutualismo e gli amori extrasessuali/E le piante non sono tutte uguali"). Percussioni dal ritmo tribale introducono "Basta chiedere", fino all’arrivo dell’elettronica più decisa che non lesina un assolo di tastiera, mentre l’atmosfera si fa soffusa e cadenzata da una cupa malinconia, che esplode nel ritornello.
Il soul di "Noi" rivisita il tema della nostalgia in chiave lounge, segnando uno scarto rispetto alle sonorità precedenti. Le parole e il ritmo indolente colgono una realtà che trascolora lentamente, come da una tela bagnata. Segue il primo singolo pubblicato, "Maledetto", che insieme a "Bar stazione" e a "Eroi" è uno dei risultati migliori del disco. Un energico pop dall’elettronica funky che restituisce il bisogno di uno slancio, mentre gli oggetti, un telefono, un disco, sono testimoni di qualcosa che non c’è più.

L’elettronica prende decisamente il sopravvento nelle due tracce successive. "Più giù", caratterizzata da una produzione massiccia, avvolge la voce scatenata della salentina in un muro di effetti, e "Al posto tuo" risulta uno dei testi più riusciti, riprendendo ed esplorando quel rapporto tra oggetti e memoria già centrale in "Maledetto" ("Ogni cosa al suo posto/Può darti certezza/Rimane al suo posto/Anche se tu te ne vai"). Infine, il delicato arpeggio di arpa di "Settembre" traghetta l’album verso la conclusione, ricordando l’amore portato via in una stagione la cui desolazione è pari a quella dell’anima ferita dal tempo. 
Nell’insieme, un buon risultato che se da un lato trova i suoi punti di forza nella componente strumentale - la cui esecuzione è affidata a Matilde Davoli e al batterista e percussionista Andrea Rizzo -, dall’altro risulta talvolta meno solido dal punto di vista testuale, rischiando di scivolare dal minimalismo alla stanchezza espressiva.

Riccardo Bellini 05/05/2018