Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Sanremo 2019, o della vittoria del “ragazzo”

Feb 11

Alla faccia dell’armonia: dalla reprimenda di mamma Rai a Baglioni per aver difeso i migranti alla pubblica rósa di Ultimo contro la stampa, il 69esimo Sanremo ha mandato a farsi benedire il diktat del suo direttore artistico, grazie a quel (mal) costume italico di tifare per qualsiasi cosa, senza equilibrio né correttezza.
Partiamo dalle canzoni. Il secondo Festival di Baglioni ha segnato l’esplosione definitiva delle Nuove Proposte di Carlo Conti. Gli ultimi tre vincitori, infatti, concorrevano fra i Giovani nel 2016, seconda edizione contiana: vinse Gabbani con “Amen”, mentre Mahmood finì quarto. Il secondo festival di Baglioni ha consacrato la trap, che in Achille Lauro ha trovato l’icona di cui non avevamo bisogno, ma ha anche rivalutato, in parte minima, l’importanza di significato e significante nella musica: conmahmood ansa Rancore, Manuel Agnelli e Fabio Rondanini, Daniele Silvestri ha presentato una canzone necessaria, uno schiaffo in faccia, e ha meritatamente fatto incetta di premi (Critica, Sala Stampa e Miglior testo). Il secondo festival di Baglioni ha sdoganato gli indipendenti (quelli veri, non gli emuli del nuovo pop): gli Zen Circus hanno festeggiato come meglio non si poteva i vent’anni di carriera, scrivendo una canzone con cui dipingere una stanza intera, sia per la lunghezza del testo sia per la sua profondità. Fenomenale il loro duetto con Brunori, figura da cui la canzone italiana oggi non può più prescindere. In sordina, ma nemmeno tanto, Motta, il cui stile, ormai riconoscibile, necessita di ulteriore carburante per decollare definitivamente (anche se si mangia il palco come pochissimi). Il suo duetto con Nada è annoverabile fra i migliori momenti del Festival.
Loredana Bertè è stata l’unica, fra i big più datati, a non finire nella polvere del fallimento, e anzi ha sfiorato il podio con grinta e coraggio. Paola Turci è inciampata in un grave errore di valutazione, portando sul palco una canzone non adatta alle sue corde: ce ne siamo accorti tutti, lei no; peccato. Arisa è rimasta ingabbiata nell’altalena imponderabile di una canzone bipolare, ma ha manifestato ancora una volta che è una professionista incredibile. Giudizio sospeso per Ghemon: la sua canzone ha potenziale, ma le rime in –ola sono un clamoroso autogol che nemmeno la gran voce di Diodato nei duetti ha potuto evitare. Simone Cristicchi, quinto nella classifica finale, ha diviso i critici (come spesso gli capita di fare); la verità, ça va sans dire, sta nel mezzo: la sua sinfonia è stata premiata dall’orchestra, la sua teatralità è di livello assoluto ma, senza mettere in dubbio la sua autenticità, forse questa volta si è lasciato un po’ troppo andare al paternalismo, mascherato da una sorta di epicureismo, in un brano che inneggia all’amore e alla cura universale.
Per il resto, si può fare a meno senza patemi dei buoni sentimenti in salsa bucolica di Enrico Nigiotti, della fatica di Nino D’Angelo e Livio Cori, meritatamente ultimi, del pop cantabile di Einar e Irama (chi li distingue è bravo), del reggae anacronistico dei Boomdabash, del pop vacuo degli Ex-Otago, della voce lacrimosa di Anna Tatangelo, della voglia di techno di Nek, del giovanilismo dei Negrita, della cocciutaggine di Patty Pravo, della bizzarria fonetica di Federica Carta e Shade, della moscia vanteria di Francesco Renga (imbarazzante la sua uscita sulle voci femminili), degli omaggi a Tenco e Jannacci (inaccettabili) e Guccini (baglionizzato senza motivo) e, in generale, della parte spettacolare dilatata e patetica che fa del Festival di Sanremo un enorme carrozzone dell’inutile. Ci voleva così tanto a non imbrigliare quel portento di Virginia Raffaele in gag così pietose?
Arriviamo alla questione Ultimo, e proviamo a essere chiari: considerare chi produce cultura come membro di un’élite di lestofanti da deridere, combattere e sopprimere, è una deriva pericolosa, meschina e perversa. Questo vale anche per la musica, fatto sociale per eccellenza (ancora, grazie al cielo). Niccolò Moriconi, in arte Ultimo, vincitore delle Nuove proposte 2018 e secondo classificato a Sanremo 2019, non ha credenziali per sparare a zero contro una professione necessaria, che è componente del mondo musicale tanto quanto il suo produttore, il suo manager, il suo ufficio stampa, che non un dito hanno alzato prima che andasse nell’arena a tirare sassi ai leoni, o prima che rincarasse la dose facendosi bandiera del più becero populismo. Un errore grave, oltre che stupido, figlio dell’evidente sorpresa (usiamo un eufemismo) per non aver vinto il Festival. Un errore che segue quello di alcuni (pochi) giornalisti della sala stampa che, all’annuncio del podio, pare, si sono lasciati andare al tifo caldo.



La musica la sceglie il popolo, non trenta giornalisti”, ha detto Ultimo, inneggiando al televoto come unico baluardo dirimente per il successo. Prescindendo dal fatto che, come tutti gli altri artisti in gara, Ultimo ha letto e sottoscritto il regolamento, e che i giornalisti non sono trenta ma quattrocento, rimaniamo sui finalisti: “il ragazzo” che ha vinto dal cosiddetto popolo è stato quasi ignorato, Ultimo ha sbancato nella sua generazione mentre Il Volo ha rapito, probabilmente, i sessanta e settantenni avvezzi alla tecnologia (si spera, perché un ventenne o un trentenne non possono riconoscersi in quella musica). La media ponderata fra televoto, sala stampa e giuria d’onore (anche per Pagani e compagnia Ultimo non ha avuto parole al miele), ha premiato “il ragazzo”, Mahmood. Giuria d’onore e sala stampa, però, non sono un’élite o una setta che governa di nascosto. Rappresentano una parte di popolo forse (non sempre) più competente di un’altra, che vota secondo suo gusto e non per chissà quale dietrologia. Il voto del popolo, peraltro, non è sinonimo di qualità (ricordate Pupo e Filiberto?), e nasconde meccanismi elettronici ben noti che possono privilegiare semplicemente chi ha più disponibilità economica. 
C’è poi da fare chiarezza sui fatti musicali. Lungi da noi esibirci in un’apologia di Mahmood, ma “il ragazzo” aveva il pezzo migliore del podio, senza discussioni: una forte produzione, una voce curiosa, un tema personale e generazionale, le difficoltà di un italiano di seconda generazione (è nato a Milano nel 1992 e ha studiato al CPM di Franco Mussida). Ultimo (che è del 1996, quindi semmai “il ragazzo” dovrebbe essere lui) ha presentato una sintesi del suo repertorio: un pop adolescenziale in tutto il suo mercantile splendore, che gli permette di riempire i palazzetti e di sperare in una brillante carriera (giornalisti permettendo, ormai). Il Volo è una clamorosa, fastidiosa, pretestuosa e inutilmente nostalgica impostura, e quando lo capiremobaglioni ansa sarà sempre troppo tardi. La vera questione, se proprio si vuol parlare di televoto, è che questo abbia premiato di nuovo una forzatura così palese, un falso made in Italy che fa successo nel mondo ma che con questo benedetto Paese non ha niente a che fare. Quanto è credibile, nel 2019, chi parla di “musica vera che resta” scimmiottando (male) la musica colta? Com’è possibile dare ancora credito artistico, e a livelli così alti, a un’operazione del genere?
Il grande limite del secondo Festival di Baglioni è stato proprio il suo direttore artistico, in netta involuzione rispetto allo scorso anno e in preda all'egocentrismo; la competenza musicale e il carisma non si discutono, ma forse è arrivato il momento di trovare una valida alternativa (che oggi non esiste). Baglioni ha vinto nell’introdurre al Festival generi che aderiscono maggiormente al panorama musicale del nostro tempo ma, al netto delle polemiche finali, ha perso per non essere riuscito a trasformarlo in un vero Festival, diluendo l’aggressività della gara. Sarebbe stato un bel risultato, ma siamo un popolo di tifosi, e per tifare abbiamo bisogno di gareggiare. Anche e soprattutto per la gloria. 
Condire d’odio e strumentalizzare ogni cosa non serve a niente, a rimetterci è sempre e solo la cultura; e la musica è espressione culturale di una società. Non è questa la sede per commentare le uscite dei due Vicepremier sul vincitore, ma ci sarebbe da provare solo imbarazzo e vergogna. Invece no, vengono assecondate dal Codacons, che pare voglia denunciare la Rai per danno economico ai cittadini, le cui preferenze a pagamento sarebbero state umiliate e annientate dalla presunta élite delle giurie. La verità è che abbiamo ceduto ai più bassi istinti, e non riusciamo più nemmeno a evitare di ergere a trionfo politico la vittoria di un ragazzo italo-egiziano a Sanremo. 
Ah, un’ultima cosa: se Ultimo avesse vinto, di cosa si starebbe parlando?
Il carrozzone dell’inutile ha sparato il suo ultimo coriandolo. Alla faccia dell’armonia.

Foto: Ansa.it 

Daniele Sidonio 11/02/2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

#musica @danielecelona in #abissitascabili: un album/fumetto per i supereroi del nuovo millennio Giorgia Groccia https://t.co/FRbaVw7KVO

Digital COM