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"Magazzino 18": Simone Cristicchi racconta, recita, canta la storia dell''esodo italiano

Apr 01

Un uomo, in giacca e cravatta, sistema una bandiera tricolore sul parapetto del suo palchetto e saluta gli altri spettatori vicini. Tutto prima che lo spettacolo inizi, al Teatro degli Industri, il piccolo gioiello della città di Grosseto.

Poi le luci si spengono e inizia "Magazzino 18", dove Cristicchi, in uno spettacolo che ha basi storiche e non di bandiera, ci dimostra di sapere "recitar-narrare" storie dimenticate appunto, in un magazzino.

In parte le conosciame, o almeno le dovremmo conoscere, sono quella che riguardano i territori una volta italiani: Istria, Fiume e la Dalmazia, attraversati prima dal razzismo fascista, poi dalle violenze ordinate dal generale comunista Tito, a guerra finita.

300 mila persone, in seguito al trattato di pace del 1947, se ne andarono da questi territori di confine ceduti alla Jugoslavia, molti consegnando le loro masserizie al Servizio Esodo, per poi non potersene o doversene fare più niente e dover abbandonare anche quel poco che gli rimaneva, perché magari internati in campi profughi.

Scritto assieme a Jan Bernas co-autore anche del loro omonimo libro, con regia di Antonio Calenda, il “Magazzino 18” è quello dove il Servizio Esodo ha conservato i materiale in suo possesso e che Cristicchi ha realmente trovato e analizzato nel Porto Vecchio di Trieste.

Il “cantattore”, con uno spettacolo tutto da solista, ci narra eventi e storie di persone.

Ci racconta di Norma, violentata e poi scaraventata in una foiba coi segni pugnalati, di Geppino Micheletti medico che perse entrambi i figli nell’attentato sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, durante una gara di nuoto, dell’esodo-fuga sul piroscafo “Toscana”. E ci mostra, con video e con la lettura di documenti, come una volta fuggiti dalla zona jugoslava e arrivati in Italia, cittadini italiani e giornali come l’Unità (coloro che forse gli dovevano stare più vicini) si dimostrarono ostili e refrattari a dare asilo ai profughi. Considerati emarginati, costretti in campi e tende a loro completamente dedicati, apostrofati anche come approfittatori, molti finirono alcolizzati o tentarono il suicidio.

Simone Cristicchi consegna alla platea uno spettacolo dall’immenso valore civile e costringe, giustamente, a guardare in quelle pagine della nostra nazione, talvolta considerate di minore importanza, che contengono la storia di chi fu italiano due volte “la prima per nascita, la seconda per scelta” come scrisse Indro Montanelli.

Alla fine il “cantattore” mette sul proscenio le sedie sulle quali potrebbero sedere le vittime di questa storia implacabile, tutte rivolte verso il pubblico, che a fine spettacolo si alza e si lancia in un fragoroso ed emozionato applauso: mai abbastanza grande per quello che ha appena finito di vedere.

 

(Federico Catocci)

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