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La casa, le parole, la libertà, Ramon: Daniele Silvestri all’Auditorium Conciliazione

Apr 12

Io oggi canto in mezzo all’altra gente
perché ce credo o forse per decenza
ché partecipazione certo è libertà
ma è pure Resistenza.
(Daniele Silvestri, “A bocca chiusa”)

Un padrone di casa accogliente, una festa divertente, un banchetto soddisfacente. È il succo della serata ter di Daniele Silvestri all’Auditorium della Conciliazione di Roma. Tra scenografie cangianti e agili cambi di giacche, cappelli e chitarre si consuma un abbraccio lungo tre ore, un kolossale inno alla musica e alla libertà.
Tutto parte da una radice, si sviluppa nel circostante e a volte sale su, fuori dall’oblò di un aereo, sul filo di un acrobata o nella testa di una donna chiusa in un mono-locale mono-tonale. Così, giù per una scaletta che racchiude tutta l’essenza della sua poetica, Silvestri incastra le nuove hit alle vecchie perle, da “La mia casa” – testo meraviglioso, pendolo ritmico unico – a “Monetine” passando per “Un altro bicchiere”, “La mia routine”, “Il mio nemico”, “Il flamenco della doccia”, “Lo spigolo tondo” (perché Fabi e Gazzè è difficile non menzionarli).
Alla radice si abbarbicano le parole, che con puntualità accompagnano i brani di “Acrobati” – vedi il cappello che precede “L’orologio” e “A dispetto dei pronostici” – e dipingono l'immaginario di Silvestri, che si lascia andare a spunti riflessivi seri ma non seriosi e approfitta ancora una volta della sua musica per schierarsi dalla parte delle minoranze, a favore della pace, contro i teatrini televisivi, contro le mafie. Sempre. Moniti e temi da cui allora si può pensare che, forse, i concerti hanno ancora una valenza sociale.
La chioma è una musica di qualità premiata da un’acustica squisita, eseguita da una band raffinata. Una vera e propria orchestrina capitanata da un pianista-chitarrista-saltimbanco: le tastiere di Gianluca Misiti e Duilio Galioto fanno da fondale elettronico al beat lanciato dalla batteria di Piero Monterisi, il vibrafono e le percussioni di Sebastiano De Gennaro – capace di regalare al pubblico un assolo di pecora (sì, avete letto bene) – si rincorrono con il basso possente di Gabriele Lazzarotti, le pelli dell'amico ritrovato José Ramon de Caraballo sono ciliegina prelibata, la sapienza a sei corde di Daniele Fiaschi è probabilmente la torta.
L’anelito di Silvestri è unico, le sue composizioni sono un fluido avvolgente che a volte si fa gioco cromatico, trasformando gli orchestrali in pulsanti che attivano e disattivano le varie anime di Euterpe, dea della musica e musa dell’aulos, strumento aerofono rappresentato sul palco dall’etereo fagotto di Marco Santoro, melenso controcanto agli scioglilingua del cantante romano. Note e parole si mescolano all'aria rarefatta della sala gremita gonfiandosi in una coltre fumosa di immagini e simboli da cui le storie prendono vita, a cui lo spirito si aggrappa chiudendo gli occhi. È un trasporto totale, talvolta sospensione del tempo e dilatazione dello spazio.
La radice, la parola, la musica. E poi la libertà, che gli permette di arrivare a più generazioni, di essere nazional-popolare – termine da prendere con tutte le molle del caso – mantenendo un livello autoriale eccelso, un'impronta netta e riconoscibile. Il risultato? Venti sold-out in due mesi e mezzo.
Due i momenti topici: il jazz altisonante di “La guerra del sale”, in cui a far da contraltare al flow di Silvestri ci pensa il faccione irriverente di Caparezza, spalmato sul proiettore alle spalle della band – trovata brillante, anche se a un certo punto speri sempre di vederla comparire sul palco, quella capa rezza – e “L'autostrada”, in cui la tromba di Ramon si staglia da metà platea. La parte finale è il festival dei classici, è il digestivo di fine pasto. Il cantautore trasuda ancora l'entusiasmo un po' adolescenziale nell'imbracciare la chitarra e sorprende – forse sì, forse no – anche il pubblico, eccitato non poco dal climax “Occhi da orientale”, “Testardo”, “Salirò”, “Aria”, “Cohiba”. La chiosa è una jam session di tutta la band alle percussioni, accompagnata dalle stoccate al basso di Ramon, senza il quale, probabilmente, il concerto avrebbe perso tanto della sua vena romantica.
A due passi da San Pietro, Roma applaude e ha già nostalgia, perché Silvestri in 4 date rischiava di trasformarsi in routine da cui, come dice lui, si fa fatica ad allontanarsi. A due passi da San Pietro, Euterpe ringrazia.

Daniele Sidonio 12/04/2016

Foto in alto e a destra: Simone Cecchetti

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