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#Rubik Kill the Vultures: Anatomie di una Luna crescente

Apr 17

Il Quirinetta ha questa piccola sala secondaria che restituisce l’immagine decò anni Venti da cui è emersa, e che adesso si presenta con quelle affascinanti ed erose tracce di tendenza. Una luce fioca rende appena scrutabile l’ambiente. Il pavimento è in legno, il palco non esiste, lo spazio è minimo. Da quella foschìa Crescent Moon (Alexei Casselle), rapper del duo Kill the Vultures, emerge come una figura scrostata dall’aria di quella camera, si fonde con essa, batte il tempo con tutto il corpo facendo vibrare di energia la sala, emette un ardore fluttuante e immenso. La sua voce suadente ha percorso come una colata lavica di parole tutto quello che la lingua in questi anni è riuscita ad articolare attraverso le acrobazie parolistiche dell’ hip hop e dell’ r’n’b. Cosa può mai cambiare allora rispetto a tutta la valanga rap che è avanzata fin’ora? Attraverso le storie decantate da Crescent Moon, Anatomy (Stephen Lewis) gli affianca degli arrangiamenti che combinano noise e free jazz ad arabesche melodie combinate di flauti, trombe, violini. La svolta intrigante è che la loro sperimentazione è un’ emulsione di due materiali puri e irrisolvibili, specialmente con “Carnelian” (2015) loro ultima fatica. Gli arrangiamenti infatti tendono a non fondersi al rappare della voce. Non c’è un tempo “rithm”. Al massimo il tutto si risolve tra il break beat e il trip hop. Base e voce partono e si accompagnano vicendevolmente, si abbracciano, si lasciano, accelerando una febbre che sale e contagia.
Per capirci vagamente, la prassi di questo tipo di musica può considerarsi simile a quelle procedure un po’ crossover che ci hanno regalato chicche come la notissima “Cantaloop” degli US3 remixaggio di “Cantaloupe island” di Herbie Hancock. Insomma ovviamente c’è già stato chi ha schiacciato forte l’occhiolino al jazz. Una cosa simile è successa con toni più irrequieti e industrial anche con i potenti Dälek. E questi sono solo due esempi e parti opposte della grande torta del genere. Ma mentre prima tali esperimenti fondono e contagiano i generi “crossati”, qui invece tutto è costruito per parti distinte.
Crescent Moon è un poeta, un narratore, le sue sono storie, parole di un bambino che tira fuori tutto quello che conosce per spiegarti come si sente. Un performer, che ha reso fisico il flusso di pensieri che ha percosso ininterrottamente le pareti del suo corpo. Braccia e mani si protendono a simulare quasi i gesti di una tribalità che a prescindere dal genere s’impossessa spesso della figura del frontman nella sua espressione più istintuale. Anatomy, che si avvale anche del ruolo di produttore, nella sua posizione di DJ, fisso e in disparte, ha articolato una risoluta procedura di composizione. Il risultato è una sofisticata lettura del ritmo e della sintesi musicale del jazz rivisitato e riprodotto dallo strumento digitale. La riflessione sul campionamento ricostruisce un’analisi studiata, che non lascia nulla al caso e alla banalità.
Il duo di Minneapolis ha solcato un tracciato considerevole verso questa sperimentazione e da poco ha messo in distribuzione l’ultimo album “Carnelian” da toni cupi, sensuali, lunari. Un prodotto che ha reso ragionevolmente più visibile la loro bravura.

https://www.youtube.com/watch?v=3DlFiPcdIhs 

Emanuela Platania (anche immagine) 17/04/2016

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