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“Sento doppio” o dell’inaudito mondo sonoro di John De Leo

Ott 19

Non citeremo nessuno degli artisti in ambito musicale che vengono in mente pensando alla “ricerca sulla vocalità”, ché veramente pochi e sinceri ce ne sono stati a lasciare un segno. E non criticheremo nemmeno quanti sostengono che questo sia un “uso improprio” della voce, distogliendo l’attenzione dai canoni riconosciuti e riconoscibili all’orecchio. Al lettore, se ne avrà voglia – speriamo – la responsabilità di rispolverare epoche e personaggi che hanno segnato parte della musica italiana e non solo. Qui, si va oltre l’alternativo, lo sperimentale, il progressivo: qui siamo in presenza di un discorso musicale complesso che affonda le proprie radici nella musica tout court, quella ricerca nel primordiale senso del suono generato naturalmente dall’essere umano, nel recupero della prima forma d’espressione. Quell’uomo è John De Leo – al secolo Massimo De Leonardis – conosciuto ai più per la sua militanza nei Quintorigo (ex Hot Road Gang) e, oggi più di prima, poeta della voce, indagatore delle remote e inedite possibilità sonore scaturite e guidate dall’istinto della manipolazione.
Abbandonando per un momento gli impasti tra la voce e la ricchezza della Grande Abarasse Orchestra, che caratterizzava l’album precedente del 2014 (“Il grande Abarasse”), De Leo si presenta con “SentoSentodoppio2 doppio” – ultimo lavoro discografico uscito lo scorso 6 ottobre per la Carosello Records – recuperando l’essenziale concetto di duo insieme al pianoforte di Fabrizio Puglisi, compositore dotato di particolare raffinatezza e sensibilità. Riportandoci alla memoria quegli speciali “incontri in jazz” di un’Ella Fitzgerald con Oscar Peterson, Joe Pass o Louis Armstrong, qui i due si scontrano e dialogano nella continua commistione di generi, stili e codici linguistici che fanno emergere il sostrato che della loro formazione e di musicisti e di ascoltatori, nella particolare vocazione crossover. Anche l’ironia del sottotitolo – “Musiche dell’errore e altri fonosimbolismi antiregime” – sottolinea come le regole, in senso stretto, non contino poi tanto, puntando l’attenzione a ben altro e ponendo l’intero progetto su un piano totalmente differente dove tutto è possibile e imprevedibile. La stessa imprevedibilità che ci sorprende dalla prima traccia: “Big stuff/Naima” procede come una ballad stile crooner, accarezzando le parole dello standard portato al successo da Billie Holiday, per poi deragliare dal mood blues intrecciando la “dolce semplicità” di John Coltrane con le divagazioni di Eric Dolphy. Ma sono solo ricordi lontani, per quelle due, nuove, autonome linee, della voce e del pianoforte, che si rimandando continuamente nelle risonanze di note tenute, vibrati e giochi tra il dolore di accordi corposi e i limiti di un delicato silenzio che porta De Leo dalla cima all’abisso, dal paradisiaco all’infernale. E non viene “fuori dalla pioggia” questa voce che, nell’ipotetica prosecuzione della seconda traccia, “Aritmia”, tenta, invece, di risalire la “natural burella” uscendo fuori come da un parto. Sonorità multi-etniche – come non pensare al bordone di certi strumenti aerofoni tibetani – che si fanno strada, trasportati dall’andamento percussivo dal sapore metallico, tra le tappe successive di un congegno meccanico che tenta di assestarsi per trovare e scandire il proprio tempo. Si diverte De Leo, diventando egli stesso una vocal drum dai suoni sillabici e onomatopeici non sconosciuti alla più pura inclinazione scat, andando sempre un passo avanti a quanto ci si aspetterebbe. Percorso accidentato che si snoda in tutte le altre tracce – nelle armonie sospese e a tratti sinistre di “Moon” o negli echi di un jazz spigoloso in “Crepuscule with Nellie”, per arrivare a un non-sense bruitistico di “02:16,50 (Episode II)” –, autentici spas(i)mi di una musica che detta nuove idee direttrici. Ci si muove abilmente tra i vari registri che una voce, consapevole, può toccare, senza strafare e, anzi, addirittura contenendosi, lasciando spazio a un’altra voce, quella del trombone di Gianluca Petrella che, nella sua partecipazione speciale in “Other shapes (searching for)” e soprattutto in “Escargots cris” (pezzo quasi “hendrixiano”), concede nuove sfumature alle atmosfere dentro le quali siamo immersi.
Nell’incognito e sorprendente cammino intrapreso, De Leo è un contemporaneo Michelangelo, scultore che tira fuori non già dal marmo ma dalla voce dell’uomo l’inaudito ancora seppellito, fornendoci lui stesso un punto di vista nell’ultima traccia “Vago svanendo” (title track del suo primo album) – «[…] qui non è musica solare. Siamo sull’altro versante […] –, tenero e sperduto, enigmatico e risoluto, lirico e dissonante per rimanere «là, sulle stelle» e lasciarsi trasportare e volare leggeri, come due amanti sospesi, nel cielo di una tela di Chagall.

Marco La Placa 14-10-2017

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