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Oltre la decadenza: “Infedele” di Colapesce è declinazione al futuro deteriore

Nov 01

Con “Infedele”, pubblicato lo scorso 27 ottobre, Colapesce porta a compimento il suo “meraviglioso declino” iniziato qualche anno fa. E lo fa nel migliore dei modi, con un collage di brani che sono puro distillato di kitsch. Come tutte le cose kitsch, anche “Infedele”, anticipato dai due singoli “Ti attraverso” e “Totale”, si ritrova incastonato in quella sua sbilenca perfezione, in cui tutte le componenti sono sorprendentemente in simbiosi.
Un album pieno di ghirigori melodici e chincaglierie verbali, che si apre con il ritmo concitato di “Pantalica”, brano affine a quella crudezza isolana già raccontata da Iosonouncane (tra l’altro, co-produttore di questo album insieme a Mario Conte) nel suo concept “DIE”. La languida e sofisticata “Vasco da Gama” abbatte i bpm in modo netto, lasciando l’ascoltatore fluttuante sulle note di un’arpa, mentre “Decadenza e panna” è quasi il brano-manifesto di “Infedele”, creatura strana che oscilla tra sacralitàColapesce3 e blasfemia in chiave ultrapop. In “Maometto a Milano” si canta di una capitale della moda stordita e inzuppata di Negroni sbagliati, in cui (divide et) impera «il qualunquismo che poi genera soldi», per poi sfociare nell’assoluzione (o nella maledizione) «siete tutti felici, siete tutti risolti». Versi, questi ultimi, che suonano come una riattualizzazione della “Canzone del maggio” di De André, ma tenendosi ben lontani da futili citazioni.
Sembra quasi che questo album sia l’equivalente di una stanza piena di ex voto: cuori di metallo, frasi intrise di gratitudine, devozione, commozione, ottimismo e sofferenza. Ma “Infedele” sembra anche la Colapesce2traslazione in musica di una foto di David LaChapelle, tra colori fluo, proporzioni alterate, paradossi e corpi lucidi. È un disco di moda, con brani che sfilano su passerelle melodiche tra arrangiamenti patinatissimi, riassumendo alla perfezione tutto ciò che, in termini musicali, è hype. Non mancano le citazioni e i riferimenti ad altre epoche e ad altri generi, così come non si fanno attendere quelle ideali strette di mano tra “colleghi”, tutti esponenti di una scena indie dai contorni sempre più labili. Nota a margine: con estrema lungimiranza, “Infedele” parla di questo periodo storico senza inciampare nella nostalgia, senza doversi per forza aggrappare agli anni Ottanta e ai loro feticci. Al contrario: questo sentimiento nuevo decreta la capacità di cantare con intelligenza la sgraziata realtà circostante, al punto da trasformarla in armonia.
Muri elettronici si ergono in modo spesso inaspettato e quasi dissonante, per poi ricongiungersi a quella morbidezza del cantato che Colapesce aveva avuto modo di esprimere già con i suoi precedenti lavori. Un album che ribadisce, con un’onestà intellettuale encomiabile, l’asfissiante bruttezza di questo mondo fatto di trap e profumi chimici, in cui, però, è necessario trovare il coraggio per parlare d’amore. “Infedele” è accogliente, ma sa essere anche ispido, scostante e un po’ arrogante. Esagera, spinge il piede sull’acceleratore per vedere l’effetto che fa. È consapevolmente disimpegnato e non paventa (per fortuna!) un interesse politico o sociale annacquato, buttando nei brani parole come lavoro, fabbrica, razzismo. Tuttavia, proprio grazie a questo suo modo di rivelarsi al pubblico, “Infedele” dimostra di essere incredibilmente democratico e coerente: un bel pop elettronico che suona bene tanto nelle boutique del centro, quanto nelle toilette degli Autogrill.

Letizia Dabramo 05/11/2017

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