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"Il gusto dell'ingiusto", album d'esordio di Beatrice Campisi: una dichiarazione d'amore all'arte

Mar 23

Classe 1990, sangue siciliano nelle vene, pavese d’adozione, solida preparazione musicale e una laurea in Filologia classica all’attivo: è Beatrice Campisi, cantautrice che il 6 dicembre 2017 ha pubblicato l'album d'esordio “Il gusto dell’ingiusto”, prodotto da Cobert Edizioni Musicali (Ultra Sound Records) e Jono Manson in collaborazione con il MiBACT e SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina - copia privata per i giovani, per la cultura”. Talentuosa e promettente lo è, ma non è questa la descrizione che ne restituisce al meglio l’essenza. Profonda, piuttosto. Una profondità di voce, sonorità, modelli, testi. Noi l'abbiamo incontrata per chiederle cosa c'è nel suo retrobottega.

Il germe di una canzone è testuale o musicale? Come nasce una canzone?
“Non seguo una regola precisa. C’è una genesi specifica per ogni brano. A volte mi arriva una frase, più spesso leggo o ascolto qualcosa e si innesca l’ispirazione. In quel caso, prendo un appunto della scena, dell’immagine o di quello che evocava. In un secondo momento completo il quadro con la musica, ma può succedere anche il contrario.”

Cosa cerchi nella musica da ascoltatrice, autrice e interprete?
“L’ordine. Al di là del genere che ascolto, che può essere quello più svariato possibile, dal rock al jazz italiano o americano, fino alla classica o alla lirica: non importa cosa, ma deve esserci ordine. Non la semplicità in se stessa, non la musichetta orecchiabile, ma un insieme di sonorità che diano serenità mentale ecampisi1 un’idea di armonia. Cerco un ordine mentale, come se tutto si fermasse e il cervello riuscisse a decodificare qualcosa di superiore, una sorta di estasi e stasi mentale, il ritorno perfetto di tutto quello che può essere connesso a ciò che va oltre. Come durante gli esercizi di meditazione. Se c'è un'idea di ordine e armonia, al di là del genere, se riesce a proiettarmi oltre, allora ho trovato quello che cerco da ascoltare e da cantare".

Nella tua formazione c’è una laurea in Filologia classica avrà avuto un peso decisivo nel delineare sensibilità e attenzione alle parole. I testi delle tue canzoni sono dei piccoli cammei di poesia, eppure canti “Non sono poetessa e non so raccontare il volger fugace del nostro cammino”. Cosa cerchi nella poesia e nella letteratura da lettrice e da autrice?

“Dipende dal periodo. Non c’è qualcosa che cerco di per sé. Preferisco i testi evocativi, anche nei libri. Non cerco il racconto, ma le immagini. Da qualche anno a questa parte leggo i classici, tendo a scavare all’indietro. C’è un rapporto di causa-effetto nel fatto che mi sia iscritta in Lettere classiche, certo, ma già prima avevo sviluppato una certa fissazione per il passato e per le radici, per quello che c’è stato prima di noi. Ero felicissima quando dovevo studiare Omero. Cerco la verità, la purezza del concetto, l’essere veramente all’origine di qualcosa, l’autenticità della scrittura. Quando si toccano i grandi classici, è fondamentale allontanarsi da chi li ha scritti ed evitare di catalogare in base all’autore: bisogna valutare le parole.”

Nell’album “Il gusto dell’ingiusto” è palpabile una potente forza evocativa in termini sensoriali: olfatto, gusto, vista sono indispensabile e irrinunciabile accompagnamento all’ascolto. Nella storia dell’arte, quale movimento o artista trovi più vicino?
“Ritrovo molto delle mie canzoni nelle tele degli impressionisti, dove i colori si fondono l’un l’altro, dove si nota la diversità del singolo elemento e insieme la totalità del quadro. È come trovarsi davanti alla traduzione in pittura di arrangiamenti diversi, ma c’è sempre qualcosa che li lega.”

Probabilmente mentre parla ha già in mente il nucleo del prossimo album, tanto è l’entusiasmo con cui spiega i "dietro le quinte" del suo rapporto con la musica, la letteratura e l’arte, di ascoltatrice onnivora e artista poliedrica. Canta e suona Beatrice Campisi, alternando pianoforte, ukulele e clavicembalo, affiancata nella sezione di base da Riccardo Maccabruni (pianoforte, tastiere, hammond, chitarra acustica, cori) che firma anche la musica della prima track “Avò”, Rino Garzia (contrabbasso e basso), Stefano campisi3Bertolotti (batteria). Chiamati a collaborare a quest’opera prima anche Massimiliano Alloisio (chitarra classica), Jono Manson (chitarra elettrica), Antonio Marangolo (sassofono), Alice Marini (violino, viola e santur), Adriano Cancro (violoncello) Alessandro Morbelli (percussioni) Antonio Curedda (fisarmonica), Jimmy Ragazzon (armonica), Marina Sartena (bansuri e flauto traverso), Alice Vecchio (arpa).
Modelli letterari e musicali illustri costituiscono humus fertile per le sue creazioni. Ne è esempio il celebre episodio del furto delle pere raccontato nelle “Confessioni” di Sant’Agostino che suggerisce il titolo all’album; o, ancora, il sapore arcaico e ruvido della “Dolcenera” di De André che si ritrova in “Luna Lunedda”, unica traccia in dialetto. Dei cantautori italiani della scorsa generazione (Paolo Conte, Franco Battiato, Francesco Guccini) condivide la vocazione alla ricerca in direzione sia musicale sia letteraria; di una Simona Molinari, invece, la declinazione di un jazz al femminile. Evocativo e suggestivo il gioco di contaminazioni: blues, swing, musica popolare e canzone d’autore, italiano e dialetto siculo, ironia giocosa e sensualità, ma anche atmosfere oniriche e introspettive. Ogni brano rappresenta uno spericolato viaggio musicale, familiare tuttavia, complice la voce calda e avvolgente della Campisi.
Il brano di apertura, “Avò”, porta il nome delle ninnenanne cantate dalle mamme siciliane (nel ritornello: “tutti dormono e tu no”). Quel vocativo un po’ bambinesco, un po’ esortativo, avò, nasconde in realtà una storia di “violenze regolate dal metronomo delle cicale” e un’allusione alla forza necessaria per rialzarsi e reagire. 
Il linguaggio è sempre immaginifico e denso. Regala emozioni in un solo accostamento, studiatissimo, di sostantivi e aggettivi. Come accade tra “una capriola di vento”. e i “sentieri che dall’iride conducono al cuore” in “Le temps est perdue”, dove il mélange con il francese dell’Erasmus a Bruxelles e le sonorità afro-jazz e rock accentuano il senso di lontananza. È ancorata ai ricordi, vicini e lontani, in “I contorni dei ricordi”, dove la voce della cantautrice dialoga con il sassofono parlante di Antonio Marangolo. “Gelsomini e fresie sono sbocciati” e la musica si colora di primavera, mentre il “cielo blu cobalto puntinato di candele come vortici di cera che ti invitano a cadere” richiama la “Notte stellata” di Van Gogh.
Con “Un sorso di Mezcal” cambia la consistenza atmosferica: la polverosa Sicilia del passato è abbandonata in favore degli uggiosi scorci di Pavia. Le rime sono ardite e spiritose, come il placido e sinuoso swing della musica: “sciocco chi penserà / di coprire le imperfezioni col fard / il tempo spezzerà / i cieli di carta a metà / un sorso di Mezcal / può deformare la realtà”.

In “Via Quieta”, invece, si ritorna nella realtà catanese dei primi anni universitari, in un tempo di valzer tra “rose e spine”, come sanno essere solo le gioie e le delusioni di quell’età. “Filo di fumo” inizia con un recitativo e un giro di accordi alla chitarra per raccontare “alberi senza chiome”, “centri concentrici di malumore”, “trappole per aquiloni”: sono le immagini potenti e inaspettate che raccontano la fine di un grande amore. Una pausa per ricaricarsi con “Un cielo a pois”: qui la musica è surreale, “dondola e va” come “l’altalena dei sogni perduti”, come le note dilatate e sospese degli archi. Assume il peso specifico del racconto di un vecchio signore che è “impronta profonda in un tempo perduto, vetrina aperta su un mondo passato” e le sonorità del contrabbasso pizzicato in “Viale della Libertà”.
In “Mondo sintentico” la voce narrante di Claudio Lolli racconta l’agostiniano furto delle pere e l’eterna, commovente, umanità dell’errore, con una musica psichedelica costruita sui suoni aciduli di hammond e chitarra elettrica. “Come edera e tango” è l’incontro, possibile solo attraverso la forza dell’arte, tra una malattia che costringe a letto (“il respiro un po’ affannato”, “aghi infilzati nella mia carne”), una fisarmonica seducente sulla scia di Piazzolla, un invito a ballare sulla sabbia calda di un tramonto estivo. “Non sono” è forse il brano più autobiografico, e descrive sotto forma di ninnananna il favoloso mondo delle piccole gioie dell'autrice, fatte di una “mano rugosa che sfiora il mio viso” o della “fresca dolcezza di un sorriso amico”. Conclusione gloriosa e tarantolata con “Luna lunedda”, un ritratto 'mari e monti' della Sicilia arcaica tra filastrocca popolare, echi di tempi passati, riflessi della luce mediterranea: “Stu sapuri anticu, / stu sapuri di terra,/ stu sapuri di mari… / iu nun mu vogghiu / mai scurdari”. 
Beatrice Campisi combina generi musicali e letterari, strumentazione e intonazione, offrendo un caleidoscopico ventaglio di prove già mature, ricche e intense. Un diamante grezzo che ha ancora tante sfaccettature da svelare.

Foto a sinistra: Roberto Bianchi

Alessandra Pratesi 23/03/2018

 

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