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Il Gran Galà della Lirica al Palladium: omaggio all''italico "recitar cantando"

Apr 28

La musica ha un potere sirenico, "move gli affetti", e quando si unisce all'evocatività della parola non ha più bisogno di traduttori, ma solo di interpreti che a quelle parole, e a quelle note, diano un corpo. "Sia la musica che la letteratura si presentano all'intelletto e alle emozioni per mezzo del suono". Il comparatista americano Calvin S. Brown spiega perfettamente il rapporto osmotico tra il linguaggio musicale e quello testuale. Il 'recitar cantando', l'opera in musica è tutto questo, e il Gran Galà andato in scena al Palladium di Roma Tre è servito a ribadirlo più forte, sostenendo la candidatura UNESCO dell'opera lirica italiana come patrimonio immateriale dell'umanità, promossa dai Cantori Professionisti d'Italia (qui il video ufficiale dell'iniziativa).

Con una carrellata di circa due ore, gli interpreti hanno omaggiato i più grandi compositori della nostra storia: da Monteverdi a Verdi, passando per Donizetti, Rossini, Bellini e Puccini.

Affascinante l'avvio, con "Ecco la sconsolata donna" tratto dall'Incoronazione di Poppea di Monteverdi. La sua monodia metteva la musica a servizio della parola, e il brano scelto va esattamente in questa direzione: il basso Federico Sacchi è Seneca, che parla delle maggiori virtù che il dolore può conferire rispetto alla bellezza.

Italia, Paese di musica e musicanti. Se Monteverdi ha avviato la grande tradizione nostrana, i compositori ottocenteschi fanno oggi da alter ego ai grandi romantici tedeschi; Venezia, Milano, Napoli e Roma erano il contraltare delle capitali europee della musica; l'Elisir d'amore, la Tosca e il Rigoletto sono opere indiscutibili. Senza Lorenzo Da Ponte forse non esisterebbe il trittico italiano di Mozart. La musica, nell'Ottocento, ha raggiunto una dignità estetica pari a quella della poesia anche e soprattutto per merito loro.

Esilarante la performance del baritono Giampiero Cicino nei panni del dottor Dulcamara in "Udite o rustici", aria tratta dall'Elisir di Donizetti. Emozionante invece Rosanna Savoia – una delle più ispirate assieme a Sacchi – nel brano finale della Sonnambula di Bellini, "Ah non credea mirarti", già interpretata, fra le altre, da Maria Callas e Natalie Dessay. E poi "Bella figlia dell'amore", celebre quartetto che forse in molti ricordano per lo scimmiottamento del film Amici miei. Qui Roberto Cresca non è Pavarotti, ma riesce a portare a termine la sua parte con maestria. La chiusa spetta al Mosè in Egitto di Rossini, che vede tutti gli interpreti salire sul palco per "Dal tuo stellato soglio".

Dulcis in fundo, la particolarità del concerto: tutto è stato eseguito senza un'orchestra, ma con l'accompagnamento del solo piano di Mauro Arbusti.

Dunque parole e note, che unite assumono una funzione pedagogica: una scuola di sentimenti ed emozioni che supera la competenza specialistica e si estende alla sfera generale dell'educazione. Una sorta di nuovo Rinascimento in cui la musica, unita alla parola, elevi socialmente e culturalmente l'uomo.


(Daniele Sidonio)

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