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I Cani in concerto a Roma: da JFK all'Atlantico

Feb 24

Quando anche l’ultima nota è stata suonata ed è chiaro che le luci del palco si siano spente per non riaccendersi, l’insieme di sentimenti che pervade il corpo dei presenti, in quel momento, fa sì che ogni parola diventi superflua e non renda bene l’idea. Basterebbe guardarli in faccia, o guardarsi allo specchio, per capire: “words are very unnecessary”, citando i Depeche Mode.
I Cani sono un gruppo che, da sempre, ha la caratteristica di dividere la percezione del pubblico: o li odi o li ami, in entrambi i casi alla follia. Per i primi la serata sarebbe potuta essere un supplizio (forse); per gli altri è stata un’apoteosi (di certo).
Uno spettacolo di assoluto livello, con l’apertura affidata al bravo Calcutta che ha animato il pubblico con brani tratti soprattutto dal suo ultimo lavoro “Mainstream”, tra cui spiccano “Frosinone” e “Cosa mi manchi a fare”. Dopo il cantante di Latina è iniziato lo show del gruppo di Niccolò Contessa.
Complessivamente un’esibizione molto valida, ben eseguita vocalmente e strumentalmente, con una scaletta, da “Baby Soldato” a “Lexotan”, che ha saputo mischiare i brani dei tre album, così diversi uno dall’altro, con sorprendente sapienza; significativa, in questo senso, l’esecuzione al piano di Contessa iniziata con “Sparire” e finita con “Corso Trieste”, una delle canzoni più rappresentative della band.
Un dato è palese: I Cani non sono più (solo) quelli di “Velleità” o “Hipsteria”, ma anche quelli di “Come Vera Nabokov”, “FBYC (sfortuna)”, “Il Posto più freddo” e “Calabi Yau”. Il cambiamento è evidente, può non esser piaciuto a qualcuno, non si può però negare che ci sia un filo logico. Con “Il Sorprendente Album d’Esordio” sono stati capaci di disegnare un mondo; con “Glamour” hanno aperto la porta e guardato negli occhi di chi li ascolta; con “Aurora” hanno invitato chi è rimasto a “entrare in casa e vedere cosa c’è dentro”. Un percorso che tende a includere più che escludere, a rendere parte di un qualcosa di più grande; totale infatti è l’immedesimazione e tale il senso di appartenenza da esser dimostrato in maniera evidente da un pubblico che canta, balla, salta senza fermarsi un attimo.
Ciò che è andato in scena all’Atlantico di Roma, il 23 Febbraio scorso, è stato solo in apparenza un concerto: in realtà si è trattato di un rito pagano in un palazzetto di adepti. Non è stata solo musica, “fidati è qualcosa in più”.

Antonino Tarquini 24/02/2016

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