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Cronaca di una generazione: “Niente di strano”, c’era Giorgio Poi al Monk

Nov 04

Quando si definisce una canzone “generazionale”, ci si muove sempre in un campo minato, un limbo, tra un’albachiara e una canzone del sole, in cui i brani sono intrappolati, costretti per decenni al rituale estivo per eccellenza: il falò in spiaggia. Forse peggio dei tormentoni, la cui vita, come farfalle non troppo belle, è racchiusa nello spazio e nel tempo (anche meteorologico) di una stagione, la canzone generazionale si fa inno e si cristallizza nei secoli dei secoli.
Viene da pensare questo, da qualche mese, anche a proposito di un giovane cantautore che ha esordito lo scorso febbraio con il suo album “Fa niente”. Si tratta di Giorgio Poi, già componente dei Cairobi, che Giorgiopoi3il 3 novembre si è esibito al Monk. Le melodie delle sue canzoni sono molto catchy, i testi lievi eppure intrisi di una certa drammaticità. Una in particolare, dolcemente struggente, senza troppi giri, attacca con un "Con la felpa blu e le scarpe da ginnastica". È “Tubature”, e dentro ci si può trovare quello che si preferisce: la Marta di “Lugano addio” di Ivan Graziani, la nostalgia di Guccini o le immagini da cartolina e quella creatura un po’ angelo e un po’ demone cantata da Dalla in “Cara”. Ma, soprattutto, si può trovare un boato che arriva dal pubblico che affolla il Monk, un club capiente, ma che resta pur sempre un club. Eppure sembra di stare in un palazzetto, in uno stadio, tanto forte e compatto è il coro che si leva e canta insieme a Giorgio Poi, parola per parola, di una storia d’amore intensa e sopra le righe, che si conclude con un improbabile trasloco su "palafitte a forma di astronave".
In tour dallo scorso marzo, Giorgio Poti (che per il nome d’arte ha scelto solo di eliminare una “t” dal suo cognome) ha coccolato il suo album, lo ha fatto amare dal suo pubblico. Non che ci voglia poi tanto ad affezionarsi a “Fa niente” ma, forse proprio perché ha lasciato subito il nido, ha saputo spiccare il volo con estrema grazia, sostenuto da quel pubblico che lo ha visto crescere e lo ha quasi accudito. E in otto mesi di date serrate si è fatto conoscere e riconoscere, mettendo su uno Giorgiopoi1show solido, per quanto conciso. Si parte con “Paracadute”, distortissima e introdotta dal solo frontman, raggiunto dai due musicisti dopo la prima strofa. Vengono presentati i due nuovi singoli, “Il tuo vestito bianco”, riproposto nell’encore, e “Semmai”. Insieme alle altre tracce dell’album, da “Niente di strano” a “L’Abbronzatura”, passando per “Doppio nodo”, Poi aggiunge due cover particolarmente preziose. La prima, in medley con “Acqua minerale”, è “Ancora ancora ancora” di Mina, che si ammanta di un velo cupo, la seconda è “Il mare d’inverno”, che Giorgio Poi ha inserito in scaletta già da un po’, degno tributo alla Loredana Bertè di “Jazz” e riattualizzazione di un brano che, evidentemente, ha ancora molto da dire. Gli arrangiamenti mantengono fede al quel mood tra pop e cantautorato che si dispiega tra le nove tracce del disco, ma vengono resi più imponenti, più partecipati, grazie anche alla forte componente ritmica che si fa quasi tangibile.
Insomma, si può pensare a Poi come a un interprete generazionale, con tutto ciò che questo termine implica, oppure come a un cantautore capace di fondare, in qualche modo, qualcosa di nuovo, scattando, al tempo stesso, una fotografia di ciò che c’era. Magari non una polaroid, magari più un dagherrotipo con i suoi tempi lunghi di esposizione e di sviluppo, che affiora, poco alla volta, nella penombra .

(Credits: Bruno Pecchioli immagine di copertina)

Letizia Dabramo 07/11/2017

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