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Giorgio Moroder a Villa Ada: uno spettacolo coinvolgente e senza tempo

Ago 01

Giorgio Moroder, chi lo conosce sa cosa aspettarsi, ma il meglio è senz'altro per chi deve ancora scoprirlo. Questo signore di 75 anni si presenta alla nutrita schiera di fan di Villa Ada, lo scorso 24 luglio, in camicia scura e grandi cuffie. Dietro le sue spalle si muovono immagini psichedeliche, scene di film di cui ha curato la colonna sonora, mentre lui batte le mani, a volte stoppa la musica per controllare se “siamo attenti” e ricordiamo le parole. Le muove in su e in giù quelle mani, poi le fa scivolare veloci sul Mac dal quale tira fuori tutti i suoi successi, uno dopo l'altro, come un jukebox umano che riproduce se stesso, complici le nuove tecnologie che a volte si inceppano, ma che gli sono di supporto per un grande spettacolo, per un autentico spettacolo di luci, immagini, suoni elettronici e grande presenza scenica. Giorgio Moroder, lungi dal ritirarsi dalle scene, è ancora in pista con un nuovo album, “Dejà vu”, come dei già visti o già sentiti sembrano quei ritmi che fanno saltare all'unisono centinaia di persone. Dietro di lui le scene di “Top gun”, chi balla sui cubi improvvisati da sedie da giardino sulle note di “What a feeling”, la canzone cult di “Flashdance”, o su quelle che consacrarono “Call me a hit” di “American Gigolò”. Ma è quando suona Donna Summer che la platea si scatena: da “Hot Stuff”, “I feel love”, alla mitica “Love to love you”, che consacrò la sua carriera insieme a quella del compositore italiano. Originario di Ortisei, ormai cittadino californiano dirimpettaio della stessa Summer finché è stata in vita, Mororder ha presentato anche il brano che lo riporta alla fama dei più giovani, quello che i Duft Punk hanno scritto per lui: “Giorgio by Moroder”, basato su un'intervista che gli fecero negli studi di Parigi. Considerato un autentico “mostro della musica elettronica” e inventore della disco-music, Moroder capì ben presto che questo ultimo genere si sarebbe inflazionato e si dedicò alla scrittura di pezzi per il cinema. Il risultato è che un'ora e mezza di concerto diventa un viaggio a ritroso con la macchina del tempo della musica, nel passato di almeno tre generazioni: chi era adolescente a fine '70, o negli '80 e nei '90. In ogni epoca c'è un pezzo cult composto da questo portento italiano amato in tutto il mondo, che ha inventato nuovi generi senza mai arretrare al nuovo, anzi, facendosene portatore. Una performance che in tutta evidenza suona come un gigantesco “Dejà vu”.

Rosamaria Aquino 01/08/2015

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