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Colombre al Monk: i “pulviscoli” indie di un concerto che gronda energia

Ott 18

Un focus sull’indie italiano sofisticato è quello che ha offerto il Monk Club la sera del 14 ottobre, ospitando sul palco il cantautore marchigiano Colombre. In apertura MÈSA e Chiara Monaldi, due voci poderose e autentiche, in un set estremamente minimalista: voce e chitarra per la prima, cantautrice dalle sfumature folk, pianoforte e voce per la seconda, ambasciatrice di un indie che si sposa con la tradizione della musica leggera italiana. Due voci femminili ben ancorate al presente, ma capaci di conservare una purezza atemporale. Due voci che si intrecciano e fanno da apertura all’esibizione di Colombre,Colombre123 figlio di questo 2017 denso di uscite discografiche interessanti. Rivelatrici, per alcuni aspetti. Il suo “Pulviscolo”, pubblicato lo scorso marzo da Bravo Dischi, è un album maturo eppure fresco, che spazia tra influenze musicali fra loro distanti ed evidenti rimandi letterari. Un disco conciso ma, al tempo stesso, molto sfaccettato, che dal vivo sa rendere alla perfezione le intenzioni del lavoro in studio, arricchendosi di preziosi inserti inediti. Questo, senza dubbio, grazie anche alla lunga estate appena trascorsa, fitta di concerti in giro per l’Italia.
La voce di Giovanni Imparato (in arte Colombre) custodisce una delicatezza insolita, tenace, che sa accogliere e restituire al pubblico interpretazioni abbastanza fedeli alle versioni contenute in “Pulviscolo”. Abbastanza, appunto: le divagazioni non mancano e ci si allontana dalla costa per andare a caccia dell’immaginario mostro dei mari, il Colombre di Dino Buzzati, con interpretazioni autentiche che sanno regalare spensieratezza e imponenza al tempo stesso.
Colombre124Si va dalla traccia che dà il titolo all'album a “Bugiardo” e “T.S.O.”, per affacciarsi al medley di “Deserto”, qui riarrangiata con una componente ritmica ben presente, e “Blatte”, un brano che varca i confini dell'indie per diventare quasi soul.
C'è tempo anche per voltarsi indietro, verso il passato di Colombre, quando ancora militava nei Chewingum, per interpretare “Svastiche” senza fronzoli, né armonie da lungosenna, ma caricando il brano di una sofferenza quasi primordiale. Una “Fuoritempofunky nell'animo, ma con dei risvolti noise nel finale, dimostra il grande affiatamento tra i musicisti sul palco: Lorenzo Pizzorno al basso, Pietro Paroletti ai synth e Daniele Marzi alla batteria, (s)concertati da Giovanni Imparato (principalmente) alle chitarre, danno prova di un elegantissimo interplay frutto dell'esperienza e della reciproca conoscenza musicale. Così si chiude la scaletta, prima di concedersi un encore con qualche sorpresa: “Anna è una scintilla”, sempre dal repertorio dei Chewingum, e “Senza un perché” (un brano, a detta di Imparato, capace di mettere e mettersi “ben a fuoco” già prima dei fortunati risvolti televisivo-cinematografici) sono eseguite in modo molto raccolto, con il solo Colombre a metterci anima e cuore, letteralmente. Salgono sul palco gli altri musicisti per riproporre “Sveglia” che, tra i versi, contiene una minuscola eppure brillante gemma iconoclasta: “Crepa/Produci una crepa” cantata con il ghigno beffardo di chi sa di non essere “nato postumo”, ma vive appieno il suo presente. A volte aggrappandosi alle lenzuola per cacciare via un mattino che annienta i sogni, a volte un po' 'fuoritempo', ma sempre in modo leggero, sostenuto dalla sua consapevolezza e dall'incredibile energia che riversa in ogni esibizione.

Letizia Dabramo 16/10/2017 

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