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Carmen Consoli, sicilianità e coerenza a Officina Pasolini

Mag 26

"All’alba si rividero sul ponte. Il visetto delicato di lei sembrava abbattuto dall’insonnia. La brezza le scomponeva i morbidi capelli neri. Diggià la Sicilia sorgeva come una nuvola in fondo all’orizzonte. Poi l’Etna si accese tutt’altro d’oro e di rubini, e la costa bianchiccia si squarciò qua e là in seni e promontori oscuri" (G. Verga, Di là del mare – Novelle rusticane 1883)

Addiventai vecchia! Carmen Consoli comincia così, distendendo gli animi, il suo intervento a Officina Pasolini. Il lato sinistro del palco del teatro Eduardo De Filippo è la pedana da cui prende vita un sincero autoritratto, disegnato in confidenza con Tosca e Felice Liperi.
L’incontro “Parola di Cantantessa” parte da Sanremo 1996 e riannoda il filo passando per le crune più spesse della carriera di Carmen Consoli. L’occasione è preziosa non solo per ascoltare una delle eccellenzeconsoli della nostra canzone d’autore, ma per comprendere cosa vuol dire coerenza poetica in un mondo ormai devoto alla povera serialità produttiva. In abiti informali, verace e ammaliante, la Cantantessa direziona il suo intervento verso l’aneddotica. Storie divertenti (come le cene a base di involtini di melanzane a casa Battiato) e personaggi imprescindibili (come la nonna Carmelina e Pippo Baudo) accompagnano il racconto del suo percorso artistico, segnato sì da quel debutto sanremese con “Amore di plastica”, ma soprattutto dall’influenza delle sue radici.
La nostra terra ci dice chi siamo, e forse anche dove andiamo. La nostra terra rimarrà dopo, quando i nostri limiti materiali avranno la meglio. La Sicilia di Carmen Consoli parla come il Texas di Janis Joplin. L’anima doppia degli isolani federiciani, a metà tra Africa e Grecia, si nasconde nelle gutturali e in verbi pregnanti come taliari e vanniari. La lingua è come il cibo, e mostra il lato grottesco del reale. Il connubio tra pinoli e uva passa ha lo stesso sapore di una novella di Pirandello, le dita che scorrono sulla chitarra suonano come un Southern Comfort che ondeggia nel bicchiere in una notte brava a San Francisco. La voce di Carmen Consoli è già una coerente dichiarazione poetica, e negli arpeggi ben scanditi mostra fiera le sue sfumature e i suoi graffi. Tra “L’ultimo bacio”, “A finestra” la Cantantessa racconta le sue prime comparsate nei club, le lezioni con il padre chitarrista e l’amore per Ornella Vanoni, dimostrando una cultura musicale eccezionale, che probabilmente l’ha salvata da traversie discografiche ottuse.
Un momento intenso precede “Blunotte”, canzone scritta proprio per Tosca e incisa nel disco "Confusa e felice" del 1997. Le due amiche, molto unite sin dal primo incontro durante Sanremo 1996, raccontano emozionate la genesi del brano e lo cantano assieme, come se lo facessero da sempre. In realtà siamo di fronte a un avvenimento storico, e fa sempre un certo effetto ascoltare un brano cantato dalla voce per cui era stato pensato e composto. Il duetto viene accompagnato da Matteo Bottini (chitarra), Walter Silvestrelli (basso), Rita Ferraro e Fabia Salvucci (percussioni), allievi della Pasolini.

La personalità diventa perno anche dell’attività produttiva della catanese, che con la sua Narciso Records ha prodotto l’ultimo album della conterranea Gabriella Lucia Grasso, “Vussia Cuscenza”, presentato in calce alla serata a suon di marranzano mentre fuori incombeva il temporale.
L’evoluzione artistica e autoriale di Carmen Consoli l’ha portata a mescolare il suo stile con forme musicali e letterarie diverse, dalla mitologia alla tradizione salentina. Ma come si preserva la propria poetica? Con la convinzione, con la sfrontatezza e con il silenzio, se necessario. Se non si ha niente di urgente da dire, forse è meglio aspettare che l’espressione venga fuori da sé. Non a caso tra gli ultimi due dischi della Consoli sono passati sei anni (“Elettra” 2009, “L’abitudine di tornare” 2015). Non a caso, pur mantenendo lo stesso zoccolo di musicisti (lo ammette lei stessa), le vesti delle sue canzoni cambiano in continuazione. Questo è uno degli insegnamenti più proficui che le giovani creature di Officina Pasolini possano raccogliere, assieme al fatto che il folk, inteso come musica tradizionale non consolatoria e non melodrammatica, sta alla base della nostra canzone d’autore. Poi ogni artista saprà mescolare le sue radici musicali e biografiche con applicazioni più o meno contemporanee, più o meno innovative, creando una propria linea narrativa e una poetica personale. La questione fondamentale (e i racconti della Consoli lo evidenziano) è non allungare il passo, ma seguire le proprie inclinazioni. Meglio essere fiammiferi o candele?

Daniele Sidonio 26/05/2017