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All'Auditorium Parco della Musica Brahms e Bernstein per un rito di purificazione

Feb 27

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia celebra i 100 anni dalla nascita di Leonard Bernstein con un doppio appuntamento a febbraio per eseguire le tre sinfonie del pianista, compositore, divulgatore e direttore americano. I festeggiamenti proseguiranno anche nella stagione 2018-2019 con una mostra fotografica, “Grazie Lenny!”, e con l’esecuzione di “West Side Story”, probabilmente l’opera per la quale il nome di Bernstein è rimasto maggiormente impresso nella memoria collettiva.
Il 22 febbraio è stato dedicato alla prima esecuzione della Sinfonia n. 3, abbinata al Concerto per violino op. 77 di Brahms che ha aperto la serata. Evento nell’evento: dopo l’infortunio del 2005 che l’aveva tenuta lontana dal suo strumento, Kyung Wha Chung torna a Roma (e con l’occasione registra live per la Warner Classic). Il Concerto per violino op. 77, composto nel 1878 ed eseguito la prima volta nel 1879 da Joseph Joachim, virtuoso e amico di Brahms, rappresenta una delle più alte sfide tecniche e interpretative del repertorio violinistico: le doppie assurgono a elemento distintivo, ripetute sottolineate scolpite; gli intervalli sono ampi e rapidi, con una conseguente impressionante velocità di percorrenza dell’archetto lungo le corde e delle mani lungo la tastiera per consentire al violino di coprire, solo, l’estensione di un’orchestra intera. La suddivisione in tre movimenti è classica, ma il carattere varia dal lirico al rustico, dall’eroico al zigano. Il dialogo tra orchestra e strumento solista è bilanciato ma non simmetrico, così dopo l’introduzione dei temi da parte dell’una nell’“Allegro non troppo” e nell’“Adagio”, nell’“Allegro giocoso” del terzo movimento è un violino effervescente e tarantolato a imprimere l’accelerata finale, conducendobernstein1 a divertimento e compiacimento esecutori e pubblico.
Se è vero che negli spettacoli dal vivo la musica si ascolta due volte, respirandola a pieni polmoni, è vero anche che l’imprevisto è dietro l’angolo ed ogni esecuzione, gusto per l’improvvisazione a parte, è un unicum. Il bello della diretta. La quasi settantenne leggenda vivente della musica classica coreana Kyung Wha Chung, apprezzata e corteggiata in tutto il mondo, esordiente a Seoul a 9 anni, alla Juilliard di New York come allieva a 13 e poi come docente a 57, scende per una serata dall’olimpo intoccabile dei prodigi musicali e mostra tutto il suo lato terreno. A poche battute dall’ingresso del violino nel primo movimento, agita l’archetto, attira l’attenzione della bacchetta di Sir Antonio Pappano, ferma tutti, orchestrali e spettatori, scuote la testa. Si ricominci da qualche battuta prima dell’ingresso del suo assolo! Era stata infranta la magia dell’ascolto nel tempio della musica sinfonica. In perfetto stile Chung. Già nel 2014, alla Royal Festival Hall di Londra, interrompe l’esecuzione e redarguisce un bambino, la sua tosse e i suoi genitori. A non essere in linea con l’acclamato e applaudito stile Chung è la qualità musicale dell’esecuzione. Il suono non è limpido, si intuisce ogni passaggio di posizione o di corda, i tempi non combaciano, il piglio non è agguerrito come Brahms richiede, l’intonazione insicura. Aspro e inadeguato il suono del violino, come se non riuscisse a contenere tutta la potenza e la bellezza di quei passaggi. Al sapiente cocktail del compositore, che alle melodie e ai ritmi sfrenati delle danze popolari univa il tecnicismo intellettuale e le sonorità aspre dei capricci di Paganini, questa volta mancava brio.E rigore.
L’allarme “asimmetria tragica” di Stephen Jay Gould, secondo il quale un errore singolo è sufficiente ad oscurare diecimila atti di gentilezza, è presto rientrato, merito della solidarietà del brahmsbernsteindirettore, della disciplina dell’orchestra, della forza mistica travolgente e sconvolgente della Sinfonia n. 3, “Kaddish” di Leonard Bernstein. La terza delle sinfonie che trova nella morte liquido amniotico e slancio vitale. Eseguita per la prima volta nel 1963 a pochi giorni dall’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e alla memoria del defunto presidente dedicata, la Sinfonia è una sorta di “requiem ebraico” (Pappano), è una preghiera di “Santificazione” (così la traduzione dall’aramaico) e lamento funebre nella ritualità ebraica. Omaggio ai morti e memento mori, “Kaddish” è anche speranza e gioia nella tensione inquieta di quegli anni Sessanta e della corsa nucleare, consolazione alla crisi di fede e di pace, un respiro di primavera e un’alba fresca. “The dawn is chilly”, recita la voce narrante (Josephine Barstow) volgendo a conclusione. La n. 3, infatti, non è solo una sinfonia: è un melologo, un oratorio, un’opera lirica.
L’organico è ampio e complesso: all’orchestra si aggiungono il narratore, il soprano e il coro, di adulti e di voci bianche. Il risultato complessivo è emozionante. È arte pura. Un inno alla musica. Sulla base verbale del testo (scritto da Bernstein stesso) e sulla base atonale della partitura si innestano colori ritmi e stili diversi, dal musical stile Broadway nel recitativo del narratore al jazz della seconda invocazione al Padre, dalla ritualità atemporale della preghiera alla delicatezza quotidiana di una ninna nanna sublimata dalla voce del soprano (Nadine Sierra). I passaggi squisitamente strumentali gettano un ponte verso la tradizione sinfonica beethoveniana da una parte, verso la nuova pratica delle colonne sonore hollywoodiane dall’altra. I “Carmina Burana” di Carl Orff e “Mission” di Ennio Morricone si intrecciano nel ricordo dello spettatore-ascoltatore (diverte ricordare che la prima scelta del produttore inglese per la colonna sonora del film “Mission” sarebbe stato proprio Bernstein). L’esperienza cui assiste è un caso raro di commistione totale delle arti. E Santa Cecilia conferma cura per la scelta del repertorio, eccellenza e internazionalità per l’esecuzione.
Alla fine del rito di santificazione e purificazione del Kaddish, una catarsi tutta laica è garantita.

Ph. Musacchio e Ianniello

Alessandra Pratesi 27/02/2018

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