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L'amore e la violenza dei Baustelle in concerto a Villa Ada

Lug 21

Sono passati 17 anni dal primo album dei Baustelle, all’epoca una sconosciuta band di giovani nata a Montepulciano. Il “Sussidiario illustrato della giovinezza”, oggi un cult indiscusso, narrava i turbamenti, le ansie e le paure degli adolescenti persi fra un presente incerto e un futuro indecifrabile. Francesco Bianconi, cantante maudit, cantava sacro e profano, univa passioni viscerali a citazioni poetiche avvertibili solo dagli ascoltatori più eruditi, fra ritornelli orecchiabili e gli aulici vocalizzi di Rachele Bastreghi, l’altra anima e voce della band. 
È indubbiamente un sollievo, dopo tutti questi anni, vedere che i Baustelle non sono così cambiati. Maturati, certo: Bianconi, da giovane scapigliato quale era, ora sembra più un intellettuale magro e compassato. Nei sette album della loro carriera hanno cambiato generi, stili, tematiche, ma non hanno mai abbandonato quella vena malinconica, quella poetica decadente, pessimista, eppure ironica e speranzosa, che rende subito riconoscibile l’anima dei Baustelle. baustellaada3
Quest’anno il trio è tornato in un lungo tour per tutta l’Italia, pochi mesi dopo l’uscita del fortunato “L’amore e la violenza”, che dopo le tinte cupe e funeree di “Fantasma” (2013), segna un ritorno a sonorità più pop stile anni Ottanta, vicino ai primi tre lavori, lanciato dal trascinante singolo “Amanda Lear”. Lo scorso 13 luglio hanno fatto tappa presso il laghetto di Villa Ada, meravigliosa location che ospita il festival musicale estivo “Roma Incontra il Mondo 2017”. 
Già un’ora prima del concerto il grande prato davanti al palco è gremito di persone. Uomini e donne, ma soprattutto ragazzi e adolescenti che, nonostante ai tempi di “Sussidiario” fossero dei bambini, conoscono tutte le canzoni a memoria. Come quelle due ragazzine in prima fila che, poco prima dei saluti finali, gridano quasi disperate che venisse eseguita “La canzone del riformatorio”, datata 2000: subito accontentate, forse grazie a una fortunata coincidenza. I Baustelle sono stati in grado di cantare la giovinezza oltre le frontiere di una singola generazione e della contingenza data dal periodo storico. La Giovinezza, appunto, come inevitabile fase biologica di persone nate prima e dopo l’inizio del nuovo millennio. Quella che tutti noi abbiamo attraversato e in cui, talvolta, ci piace ritornare con la mente. 
Sono passati pochi minuti dalle 22 e i Baustelle entrano nel palco insieme alla band, con la loro tipica nonchalance un po’ snob. Bianconi, in giacca e cravatta, sembra un silenzioso lord d’altri baustelleadatempi; Rachele Bastreghi è vestita in modo più “hippie” e sbarazzino mentre sorride al pubblico sistemandosi un grande cappello a tesa larga. Prende il suo posto anche Claudio Brasini, terza anima del gruppo, chitarrista di estremo talento e spesso ingiustamente ignorato. Dopo sommari saluti, gli strumenti iniziano a suonare il magnifico strumentale “Love”, prima traccia dell’ultimo album. Poi, tra un applauso scrosciante, Bianconi e Bastreghi si avvicinano al microfono e iniziano a intonare i primi versi de “Il vangelo di Giovanni”, una delle canzoni più ritmate e, addirittura, ballabili dell’album, tra synth e accordi di chitarra elettrica: «Io non ho più voglia di ascoltare questa musica leggera» cantano all’inizio del ritornello, con intenzionalissimo sarcasmo. La prima parte del concerto riprende, in ordine rigoroso, “L’amore e la violenza”, disco definito da Bianconi «oscenamente pop». Parole dimesse e sofisticate, considerazioni sociologiche e fosche dichiarazioni dell’amore e della vita di oggi accompagnate da uno stile rétro, con riferimenti alle facili melodie della musica anni Settanta e Ottanta. Una singolare contaminatio che spinge a danzare con aria apparentemente gioiosa e spensierata sulla caducità dell’esistenza, sui contrasti e le insensatezze di fondo di questa società. Questo pare essere il consiglio di vita, nonché la filosofia dei Baustelle: tutto è disperazione e sconfitta, d’accordo, però ridiamoci su e armiamoci di ironia invece di commiserarci. Inoltre, la scelta stessa di uno stile più melodico e ‘orecchiabile’ del brani sembra una parodia delle hit da classifica, delle aride “canzonette”, dei tormentoni estivi - come se i Baustelle volessero un po’ giocare il loro gioco, per metterne in luce la terribile inconsistenza. Dopo “Betty”, ultimo singolo della band, Bastreghi lascia le tastiere e si prende la scena con l’esecuzione di “Eurofestival”, denuncia un po’ funky contro l’industria della musica e dell’intrattenimento. Seguono le desolate “La musica sinfonica”,baustellaada1 “Lepidoptera” e infine “La vita”, meraviglioso inno alla sopravvivenza, e “Ragazzina”, commovente ‘ninna nanna’ dedicata alla figlia di Bianconi. 
Nella seconda parte della scaletta il trio ripropone i vecchi successi del repertorio, come “Charlie fa surf”, “Un romantico a Milano”, "Gomma", “L’aeroplano”, “La moda del lento” fino alla canzone d’epilogo, “La guerra è finita”, datata 2005, primo vero brano che li ha fatti conoscere al grande pubblico; particolarmente riuscita la versione più lenta e malinconica di “Bruci la città”, ardente invettiva alla Cecco Angiolieri scritta dallo stesso Bianconi per Irene Grandi circa dieci anni fa. Intensa ed emozionante anche “Piangi Roma” (duetto che nella versione originale è interpretato da Valeria Golino al posto della Bastreghi), sentito omaggio agli appassionati dell’Urbe. Presente, come ormai in tutte le loro date, una cover di una canzone straniera: dopo aver suonato i Rem a Padova, qui si cimentano nella riuscita versione “The Last of the Famous International Playboys" di Morrissey, che proprio a Roma qualche giorno fa aveva avuto una brutta disavventura. Prima dei saluti finali, la band omaggia il pubblico con l’esecuzione di un interessante inedito, “Veronica n.2”. In quasi due ore di concerto i Baustelle hanno cantato di amore e violenza, di siriani e jihadisti, di ragazzine suicide o aspiranti tali, di relazioni finite e giovani tossici: è il loro universo semantico, moderno e insieme profondamente inattuale, intonato e sussurrato da Bianconi e Bastreghi nei panni di un vecchio crooner e di una suadente chanteuse. Tra una canzone e l’altra c’è stata poi anche l'occasione per scherzare con il pubblico, ironizzando ad esempio sulla guida “contromano” del leader degli Smiths.
Dopo quasi vent’anni di attività e con qualche ruga in più nel viso, i Baustelle sono ancora in grado di emozionare il pubblico, di raccontare ancora questo presente e di «scavare in profondità», tanto per citare una loro vetusta e memorabile canzone. In studio come dal vivo, il trio di Montepulciano non è ancora storia: non ha perso, insomma, il suo potere taumaturgico, catartico, quasi. La loro rimane una musica che ispira conforto, come solo certi amici di lunga data sanno fare: quelli che ti danno una pacca sulla spalla dopo una lunga chiacchierata davanti a un bicchiere di rosso.

Foto: Valentina Pascarella www.villaada.org

Michele Alinovi 22/07/2017

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