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Il Muro del Canto e l’intimo racconto di una Roma contemporanea. Il quarto lavoro in studio "L’amore mio non more"

Mar 24

Ogni nota un sampietrino, ogni strumento una strada, ogni pausa un volto, ogni brano una storia. L’amore mio non more (2018), quarto lavoro in studio del gruppo Il Muro del Canto, è un album capace di raccontare una città, offrendo all’ascoltatore lo spaccato di una Roma popolare, poetica e contemporanea.

La band capitolina, dalla carriera quasi decennale, torna con forza sulla scena musicale, dopo il successo del terzo album Fiore de Niente (2016), con dodici tracce intense e cariche di un sound capace di unire tradizione e modernità. Il disco, prodotto da Goodfellas, è una composizione che spazia dal folk al rock, con ricercate sfumature appartenenti alla tradizione ska, patchanka e alla musica cantautoriale. I sei musicisti si mostrano abilissimi nel comporre un album che parla di una Roma intima, introspettiva e romantica, ma non solo. Le tematiche affrontate sono molteplici, dal più classico dei sentimenti, qual è l’amore, ad amare riflessioni sul tempo che rapidamente sfugge dalle nostre mani, il tutto narrato in un espressivo dialetto romano che trova spazio nella creativa armonia strumentale, arricchendola e rendendo l’ascolto maggiormente coinvolgente.
Il Muro del Canto porta in studio la formazione autrice dei lavori passati, con Daniele Coccia Paifelman alla voce, Alessandro Pieravanti alle percussioni e nel ruolo di voce narrante, Eric Caldironi alla chitarra acustica, il bassista Ludovico Lamarra, la chitarra elettrica di Giancarlo Barbati Bonanni (recentemente sostituito da Franco Pietropaoli) e Alessandro Marinelli sui tasti di fisarmonica e pianoforte. In fase di registrazione hanno inoltre collaborato il violinista Andrea Ruggiero e Davide di Pasquale alla tromba e al trombone. La cantante Lavinia Mancusi, invece, affianca il frontman del gruppo in uno dei brani dell’album, contribuendo con la propria voce ad accrescere il valore del lavoro nel suo insieme.Ilmurodelcanto2018 ph.Paola Panicola web orizz min
L’utilizzo del dialetto, ormai cifra artistica del gruppo, caratterizza l’intera raccolta, ad eccezione di due tracce dove per la prima volta si servono dell’italiano, in parte a dimostrazione di una carriera non più unicamente circoscritta dal Grande Raccordo Anulare.

L’amore mio non more apre con “Reggime er gioco” dove la città è protagonista assoluta nonché musa delle parole del testo. In un’atmosfera sognante dal ritmo in levare, chitarra e fisarmonica delineano la cornice nella quale trova spazio una voce ruvida ed espressiva. Il sound, inizialmente pulito, esplode in un ritornello aggressivo che canta di un travagliato rapporto con la città. “Stoica” è invece una ballata moderna, prima canzone in italiano del gruppo, con una struttura compositiva classica ma efficace. La chitarra elettrica domina la scena con note alte contrapposte ad una voce fortemente baritonale. Il testo è misterioso e dalle molte interpretazioni. Terza traccia dell’album è l’omonima “L’amore mio non more”, caratterizzata da una ritmica a metà fra un cupo stornello romano e una ballata gitana. La musica, incalzante e coinvolgente, è pervasa da un grande utilizzo della fisarmonica e della chitarra acustica, mentre il testo racconta di un amore finito esprimendo il dolore ma anche la rabbia che questo provoca. “Novecento” porta in musica ricordi e memorie di un tempo ormai passato. La Roma degli anni ’60 si esprime attraverso un pianoforte quasi swing e un basso che getta le basi per una melodia ritmata e trascinante che culmina in una lunga conclusione strumentale. La musica si addolcisce nella quarta traccia “Senza ‘na Stella” grazie al contributo di Lavinia Mancusi. La composizione segue un ritmo ternario dove la fisarmonica traccia l’intera melodia. Fra pause e armonizzazioni le due voci parlano di un immenso amore, lasciando spazio sul finale ad un interessante assolo strumentale fra chitarre Il Muro del canto Foto Tamara Casula 1 web mine trombe. “Roma Maledetta” è uno dei due monologhi inseriti nell’album e affidati alla voce di Alessandro Pieravanti. Le parole della quinta traccia ci raccontano la violenza di Roma attraverso la storia, accompagnate con semplicità da un arpeggio di chitarra e pianoforte. “Cella 33” è un brano impegnato nel raccontare la perdita di dignità dei detenuti nelle carceri nostrane, questione sociale molto attuale e dibattuta. Lo fa con un attacco di impatto, esplosivo e travolgente. La canzone è un grido energico, una richiesta di ascolto, conquistato con un ritmo movimentato e una struttura compositiva tipicamente folk. L’ottava traccia “Al tempo del sole” è una riflessione sul tempo, un tempo tiranno ma incapace di togliere forza alle parole di Daniele Coccia che colpiscono, con voce sporca e tonante. Gli strumenti esplodono tutti assieme nel ritornello creando un muro corale che riempie la composizione, per sfumare sul finale affidato ad un espressivo riff di tromba. Segue la cover della canzone di Lando Fiorini “Ponte Mollo”, canzone romana per eccellenza in cui sia Coccia sia Pieravanti decidono di impegnare la propria voce. Ne scaturisce un’ottima reinterpretazione che, fra il testo di Fiorini e una melodia che ricorda a tratti Califano, rappresenta un riuscito omaggio alla città intera. “La vita è una” mostra probabilmente la vera essenza de Il Muro del Canto. Ritmata, incalzante, musicalmente completa, questa traccia contiene le caratteristiche proprie del sound del gruppo. Un ottimistico inno folk, le cui parole raccontano le avversità della vita quotidiana e il nostro sforzo nell’affrontarle, giorno dopo giorno. E proprio a tal proposito giungiamo al penultimo brano, ossia “Domani”. Lo strumentale mostra tutta la bravura della band capitolina, rendendo la traccia fra le migliori dell’album a livello compositivo. La voce trova spazio in una strofa molto silenziosa, arrivando a gridare la propria speranza verso il futuro nel ritornello. Il crescendo della melodia si consolida in un assolo di chitarra inserito nel lungo strumentale conclusivo. Chiude l’album il secondo monologo di Peravanti “Il tempo perso”. Impossibile da descrivere. Parole che possono solo essere ascoltate per tutta la durata del brano. Parole per riflettere.

Un lavoro, dunque, capace di mostrare la grande crescita che Il Muro del Canto ha fatto in questi anni di attività, inserendo a pieno titolo la formazione nella tradizione romana ma anche all’interno del panorama artistico nazionale, come sottolineato dal ricco tour di presentazione che sta impegnando la band in questi primi mesi del 2019. Un album capace di sorprendere ed emozionare, caratteristiche non scontate ai giorni d’oggi. Un album da ascoltare e canzone dopo canzone scoprire Roma, conoscerne una storia, osservarne un volto e calpestarne una strada.

Lorenzo Bartolini - 21/03/2019

Foto di Paola Panicola e Tamara Casula

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