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Il 2017 in musica: i dieci migliori album italiani

Dic 28

Ricorderemo questo 2017 come l’anno del finto scioglimento di Elio e le Storie Tese, del mistero di Liberato, di Tommaso Paradiso reginetta delle classifiche, degli enfant prodige dell’indie (o pseudo tale) capaci di macinare sold out clamorosi e dischi di platino. I grandi nomi del pop-rock nazionalpopolare sono rimasti un po’ in disparte più o meno tutti, tranne Jovanotti, tornato in grande stile con “Oh, vita!” e un meticolosissimo piano marketing talmente capillarizzato da sembrare una campagna elettorale, che ha visto l’apertura di pop-up store, la pubblicazione di un libro e un gran numero di collaborazioni con gli artisti più disparati. A parte ciò, nel panorama musicale nazionale si sono profilati, negli ultimi dodici mesi, molti album interessanti, tra opere prime e lavori di musicisti già rodati.

10. Ghali – Album (Sto Records)
Dodici brani in cui un cantato fitto si unisce alla trap e a un’attitudine pop delle più genuine. La musica di Ghali (quest’anno approdata anche su Spotify, aggiudicandosi immediatamente il record nazionale di ascolti sulla piattaforma) trova nel racconto un suo cardine: l’infanzia sofferta e la devozione verso la figura materna, solo per citare due capisaldi, sono il fulcro attorno cui ruotano una voce intrisa di un pianto antico e una linea melodica saldamente ancorata al presente.

9. Halfalib – Malamocco (We Were Never Being Boring / Audioglobe)
Questo progetto è la somma delle esperienze musicali dei suoi componenti. Anzi, forse è un’operazione più complessa: un integrale, una derivata, qualcosa che sappia esplicitare la poesia della matematica, coniugare ritmo e melodia, proprio come avviene tra il jazz rarefatto di brani come “Love letter to science” e i rimandi lisergici di “Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a”.

8. Populous – Azulejos (La Tempesta International)
Un album che nasce come costola di un’altra idea: quella di Popolous di fare un album ispirato alle sonorità portoghesi. Ma, durante il tragitto, il producer ha saputo tirare fuori un lavoro molto più sfaccettato e certamente contemporaneo: variegato nelle sonorità e nelle interazioni strumentali, stratificato nelle suggestioni e nei riferimenti territoriali e temporali.

7. Edda – Graziosa utopia (Woodworm)
Stefano Rampoldi in arte Edda con “Graziosa Utopia” disegna, grazie alla sua vocalità incredibilmente estesa e versatile, una sorta di comfort zone cantautorale. Si dimostra una delle voci migliori e più interessanti della musica italiana, anche se – purtroppo – non adeguatamente (ri)conosciuta e apprezzata.

6. Fine Before You Came – Il numero sette (La Tempesta Dischi)
I FBYC tornano con “Il numero sette”, un album viscoso e, in alcuni tratti, ostico. Due caratteristiche che, però, non sono un deterrente, ma un modo per apprezzare questo lavoro sovrastato dalla voce di Jacopo Lietti e da un’attitudine quasi noise, un po’ post-new wave, sicuramente paranoica.

5. Andrea Poggio – Controluce (La Tempesta Dischi)
“Controluce” è una specie di wunderkammer synth-pop: una dichiarazione d’amore a Battiato, un lavoro elegante e sofisticato registrato tra l’Italia e gli Stati Uniti, un sistema complesso e piacevolmente snob di chi pensa (a ragion veduta) di essere élite.

4. Colapesce – Infedele (42 Records)
In “Infedele” spicca la tensione verso l’elettronica di un pop onesto, volutamente disimpegnato e dalle sfumature pastello. Dietro al nuovo lavoro di Colapesce, infatti, ci sono Mario Conte e Iacopo Incani, in arte Iosonouncane, e si sente. Brani di ampio respiro, intelligenti e per niente scontati disegnano un moodboard ben supportato da tutto il lavoro visuale (grafico e video) fatto con questo album.

3. Paolo Benvegnù – H3+ (Woodworm)
Torna Paolo Benvegnù con un altro lavoro molto intimo. “H3+”, come già accaduto nei precedenti lavori solisti, da “Piccoli fragilissimi film” a “Earth Hotel”, riesce a stabilire sin da subito un livello di empatia molto alto con l’ascoltatore. È un album che, nonostante i suoi riverberi cupi, appare limpido, dimostrazione della piena maturità di un artista praticamente inscalfibile.

2. Giorgio Poi – Fa niente (Bomba Dischi / Universal)
Giorgio Poi pubblica "Fa niente", il suo primo album solista pieno di arrangiamenti che rimandano agli anni ’70 (con una prevalenza di Battisti su tutti), testi molto catchy e una frivolezza che inciampa nella malinconia. Due singoli -“Semmai” e “Il tuo vestito bianco-, usciti a latere, hanno consolidato la fama di Poi, che si profila come uno dei musicisti più promettenti di questi anni. Già atteso al varco per il prossimo album.

1. Andrea Laszlo De Simone – Uomo Donna (42 Records)
L’art rock fa da sfondo allo skyline sonoro estremamente variegato che Andrea Laszlo De Simone edifica tra profondissima quiete e isteria. Con “Uomo Donna” riesce a toccare il prog, il virtuosismo, la psichedelia, grazie a un’architettura solida e perfettamente bilanciata di testi, melodia e coup de théâtre.

Letizia Dabramo 29/12/2017

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