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“FALLO!”, non è uno spettacolo, è un dovere

“Qualcuno vuol dire qualcosa?” Abbandona il palco, il microfono, gli amplificatori, i due leggii (quello di destra ha un cartello con scritto “18+” e sotto “for adults only”). Alessio Martinoli abbandona tutto e va a fumarsi una sigaretta in fondo alla sala. La scena è vuota. Le luci illuminano il niente. Lo spettacolo non è più lì. No. Ora lo spettacolo è il pubblico. Noi. Disagio, respiro di pietra, sguardi allucinati (si) domandano: oddio, mica vorrà me, adesso che gli dico? Martinoli stuzzica, solletica, invita ad alzarsi, ma nessuno lo ascolta. Restiamo seduti. Minuti. Poi altri minuti. Tutti ugualmente interminabili.

A mezz’ora scarsa dall’inizio, “Fallo. Un omaggio a Lenny Bruce”, scritto dallo stesso Martinoli e da Filippo Paolasini, regia di Iacopo Braca, colpisce e svergogna il dramma della nostra indecisione, povera, misera, apatica, reazionaria. Siamo vestiti eppure ci sentiamo nudi. È l’apice nitido di un testo che coglie da Lenny Bruce l’irriverenza creativa dell’ironia contro apparenze, pregiudizi, tabù, è il culmine sconvolgente che strappa al geniale e stralunato comico statunitense risposte a domande su violenza, sesso, religione, amore e morte che non abbiamo mai voluto farci. Un lavoro lontano anni luce dal precedente (e discutibile) "FAUST_Prologo", visto a "Zoom Festival 2013 - ChilometroZero".

Solo in scena, Alessio Martinoli porta un gessato senza righe, giacca grigia, pantaloni grigi, camicia nera, un po’ presentatore di concorso canoro di provincia, un po’ Lurch della Famiglia Addams, con il busto rigido e le braccia in cui esplodono sensi e doppi sensi come nei balloon di fumetti sconci.

Oscenità? “Venire” è un verbo, diceva Lenny Bruce, e se qualcuno si offende probabilmente è perché non può “venire”. Oscena, invece, è la morte di Lenny a 40 anni per overdose. Le parole sono una via, un fluido sensuale, ma la verità sta in quello che non ci siamo mai detti. Per questo, Martinoli passa sul palco da un leggio all’altro tirato per la giacca dai nostri borghesi perbenismi, piccoli piccoli, in cerca dell’etimologia della vita che viviamo, ma non sappiamo come chiamare. A fargli da guida sono i brani letti da due volumi del teologo e storico delle religioni Igor Sibaldi: “Eros e Agape” sull’amore libero e la libertà di amare liberamente (“l’origine di “amore” è la parola sanscrita “kama”: proprio la stessa del kama-sutra”); il “Libro della Creazione – La Genesi” sul peccato originario del conflitto tra essere e divenire, tra limite e conoscenza: Eva mangia la mela per poter vedere con i suoi occhi cosa è giusto e cosa è sbagliato, e per questo Dio ama l’umanità, perché ha avuto il coraggio di ribellarsi a chi diceva di guardare, ma non toccare. Cioè Lui.

“Fallo” è allora una lettura rock che invita alla rivolta, la stand-up comedy randagia di un provocatore armato di microfono e dell’altra faccia di ciò che crediamo di sapere, ma in realtà non sappiamo. Alessio Martinoli ha una padronanza del palco degna di un pianista jazz seguace dello “stride piano”, esibizionista, raffinato, difficile, provocatorio, le dita in pressing alto sul tasto delle nostre inadeguatezze.

Ci facciamo fare qualsiasi cosa. Paghiamo anche per farcela fare. Quando, però, possiamo essere protagonisti, ci tiriamo indietro. “Qualcuno vuol dire qualcosa?” “Fallo” è la risposta. Imperativo presente per un futuro dritto davanti a noi.

 

(Matteo Brighenti) Twitter @briguzia

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