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“Zitta!” il lungometraggio presentato allo spazio Alfieri di Firenze sul delicato tema della violenza sulle donne

Parlare del tema violenza sulle donne è addentrarsi in un mondo fatto prima di tutto di brutalità, prepotenza e soprusi; la prevaricazione può assumere forme e intensità diverse, ma non esiste una violenza di Serie A ed una di Serie B, ogni gesto che lede il rispetto della persona e i diritti delle donne rientra in quella che più volte è stata definita “piaga sociale”.
Il lungometraggio ad episodi “Zitta!”, nato dall’idea del regista Massimiliano Boldrini e presentato nell’ambito del Festival dei Diritti e in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, permette di riflettere su molti aspetti legati a questo delicato argomento. Il lavoro è stato realizzato da un gruppo di registi ognuno dei quali ha elaborato una propria drammaturgia sulle diverse sfumature della violenza di genere e le declinazioni dello stereotipo sessista. Pur trattandosi di storie diverse, concepite da autori diversi, il comune denominatore è il concetto di sottomissione in cui l’uomo è dominante e la donna diventa, per conseguenza, vittima di un dramma che spesso non riesce a fronteggiare da sola. zitta
Tutte le storie del film sono costruite lasciando posto allo spettatore la possibilità di rappresentare, attraverso le proprie immagini, alcuni punti salienti dell’atto violenza. Oggi, nei servizi di cronaca nera legati al tema o nelle trasmissioni in cui si cerca di promuovere una certa riflessione legata soprattutto al femminicidio, siamo abituati a vedere tutto l’excursus delle tragedie che procedono come un climax dall’amore all’errore, spesso irreparabile. Siamo come assuefatti alle lacrime, alle dichiarazioni delle persone che ricordano le vittime, al gesto di infliggere il male, ai coltelli, le pistole, le mani che provocano il sangue, il dolore, la morte. Spesso pensiamo che certe storie possono essere raccontate solo seguendo certi schemi, ma quanto può diventare forte la riflessione, quando viene “pungolata” e spronata al lavoro anche l’immaginazione? Con questo tipo di costruzione, il film rafforza la riflessione e soprattutto l’intensità del messaggio sul quale si intende far soffermare lo spettatore. Ciò che lascia davvero colpiti, oltre la durezza stessa delle storie narrate, è il “finale a sorpresa”: come nelle più autentiche delle violenze, soprattutto quelle domestiche, niente è come sembra, niente è come avevamo creduto che fosse dall’inizio; un aspetto, questo, che può davvero penetrare come la lama di un coltello dentro l’animo di chi guarda e si sente inerme, impotente, e ciò che crea questa sorta di “immobilità” è il disorientamento, perché all’improvviso si palesa la svolta in negativo che non ti aspetteresti.
Un film che sembra davvero dire: ribellatevi, fate valere la vostra identità, il vostro essere donna, non siate mai «zitte!», costruite la vostra persona con la stessa cura e delicatezza di una bambina con la sua bambola (non a caso gli episodi sono legati da intermezzi – ideati e diretti da Benedetta Colasanti e Maria Pia De Sandro- in cui una piccola donna veste e sistema un fantoccio di pezza nella sua stanza).
Quando la gelosia diventa possesso, quando le parole diventano insulti, minacce, denigrazioni, quando qualcuno esercita su di voi una pressione psicologica che vi fa perdere fiducia in voi stesse, quando vedete una donna isolata, bloccata, oppressa: chiedete aiuto.  La parola “aiuto” può essere come una goccia nel mare della violenza e del maltrattamento, ma può rappresentare quella sliding door ben espressa in “Mayday” (il corto firmato da Claudio Cirri), che può  permettere un totale cambiamento di rotta di una storia che sembra già essere scritta. “Zitta!” è un film che innesca non soltanto la riflessione ma un ragionamento intimo su un tema di cui oggi, purtroppo, sentiamo molto parlare. La violenza maschile, fisica o psicologica, è una violazione dei diritti umani: ogni atto lesivo nei confronti dell’integrità della donna, ogni mancanza di rispetto, ogni umiliazione, imposizione, sopraffazione che provocano danni di natura fisica o sofferenze emotive, ogni forma di controllo che limitano la libertà della persona in un contesto domestico o in quello sociale, rappresentano forme diverse di violenza che non possono, né devono essere accettate. La libertà di una donna ha senso quando si dà valore al suo corpo, alla sua integrità, alla sua dignità di essere umano al pari dell’uomo.

Laura Sciortino 10/12/2018 

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