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Wajib – Invito al matrimonio: il candidato palestinese all’Oscar 2018 per il miglior film straniero

Non è cosa infrequente vedere raffigurati, all’interno di una lente artistica, i conflitti e le ferite dell’Umanità che stentano a rimarginarsi, nonostante un’immagine di quiete apparente. Il dramma della mancata, o difficile, integrazione d’altronde è sempre in agguato, quando viene raggiunta una situazione di pace o quantomeno di stabilità. La regista palestinese Annemarie Jacir pesca proprio da questo giacimento con “Wajib – Invito al matrimonio”, al cinema dal 19 aprile. Delicato e atipico road movie che ritrae un padre e un figlio viaggiare nella Palestina nel rispetto della tradizione (conosciuta per l’appunto come “Wajib”) che richiede che tutti gli inviti per un matrimonio siano consegnati a mano e di persona dai familiari.
A sposarsi è Amal (Maria Zreik), figlia e sorella dei due incaricati dell’onore e onere, compiuto peraltro tra le tante e tali difficoltà tipiche di ogni pellicola su quattro ruote: da vicini villani a pneumatici forati, da errori tipografici a remore morali. La promessa sposa si vede a schermo per pochi minuti, in modo non dissimile da ogni altro invitato o familiare che non siano Shadi (Saleh Bakri) e Abu Shadi (Mohammed Bakri), padre e figlio dentro e fuori dal film, come anche i doppiatori italiani, Andrea e Marco Mete.Wajib2
Il quadrilatero familiare è completato da una figura materna assente, la cui mancanza è però elemento drammaturgico rilevante: l’attesa del suo ritorno per partecipare al matrimonio e la sua stessa imprevedibilità, legata a cause di forza maggiore, hanno il sapore di spada di Damocle prima e, dopo, di quasi deus ex machina nel rivelare, e non risolvere, la liquidità dei conflitti padre-figlio. I due, separati da una trentina d’anni abbondante, sorvolano fin quando possibile i propri reciproci dissensi, giostrandosi in un ambiente a metà tra la claustrofobia di una macchina e l’estraneità casalinga dell’invitato di turno. Il figlio, emigrato in Italia, con una compagna e una famiglia nascente, che non ha intenzione di tornare e il padre, lasciato solo a crescere una figlia sul punto di sposarsi, che teme di rimanere il solo a camminare sulla strada percorsa da una vita. I chilometri corrono e, dilazionati da un ritmo posato e elegante, ci conducono fino all’inevitabile scontro non tanto di culture o generazioni, quanto di mentalità.
La regista e sceneggiatrice inquadra il tutto con prospettive immobili o tendenti alla staticità. Vuole forse riflettere l’ambivalenza statuaria di un luogo che, con i suoi pregi e difetti, le sue bellezze e difficoltà, non riesce a disincagliarsi da una situazione pietrificata. La divisione, sociale e non, emerge nervosa già tra un padre e un figlio appartenenti, per quanto non più geograficamente, alla stessa Palestina. È un punto di vista raro, proiettato dall’interno verso se stesso, a scrutare le ripercussioni familiari, sentimentali, intime se non private di due persone testimoni e testimonial di una transizione apparentemente eterna. Lungo i due argini di questa spaccatura, però, si parla la stessa lingua e si esprime, neanche troppo in profondità, un’armonia che magari un giorno, chissà quanto vicino o lontano, permetterà finalmente di sedersi e comunicare senza nascondersi nulla. Sia pure un vizio o un amore comuni, un tramonto di cui godere assieme.

Andrea Giovalè
09/04/2018

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