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Venezia 72: Lo sguardo del Tibet, Tharlo di Pema Tseden

Conosciuto dagli amici come Treccia - per via della capigliatura che porta ormai da tempo immemore -, Tharlo (Shidé Nyima) è un pastore solitario, che vive isolato sulle sconfinate montagne tibetane. La sua è un'esistenza semplice, di chi ha dovuto abbandonare la scuola da giovane per procurarsi da vivere, nonostante un'ottima memoria. Il gregge di cui si occupa, per lui motivo di vanto e orgoglio perché sempre prospero, è il perno intorno a cui ruota totalmente la sua esistenza. Dopo anni di solitudine, costretto a scendere in città per ottenere il suo primo documento, lo incontriamo timoroso e spaesato mentre recita “Al servizio del popolo” di Mao Zedong, di fronte a un incredulo poliziotto dell'anagrafe. La litania, mandata a memoria in maniera superficiale, diviene metafora della confusione di un paese, il Tibet, dove si rispettano i dogmi di un regime oppressore (la Cina), ignorando la propria condizione di popolo oppresso. Col pretesto di una fuga romantica con una spregiudicata parrucchiera, il quarantenne (circa) Tharlo, abbraccia l'idea di una nuova vita, per la quale sarà disposto a mettere in gioco tutto, abbandonando la bucolica realtà pastorale e l'amata acconciatura, per inseguire il sogno di un amore.
Il film, presentato nella sezione Orizzoni della Mostra del cinema di Venezia, e ispirato al romanzo scritto dallo stesso regista Pema Tseden, intende indagare l'universo del protagonista, lasciando che i lunghi piani sequenza delle campagne tibetane esprimano molto più di quanto i personaggi non riescano a fare con le parole.
Il fulcro della narrazione è la difficile transizione verso la modernità, il passaggio dalla genuinità della vita rurale al malessere cittadino, caratterizzato da minuscoli luoghi angusti, fiocamente illuminati dalle lampadine a neon, in cui le donne hanno i capelli corti e fumano sigarette. Il simulacro di New York, dello scintillio metropolitano, è una gigantografia di fronte alla quale una coppia di novelli sposi ambienta il proprio, squallido, album di nozze. La grottesca insicurezza dei due, così poco credibili dinnanzi all'altrettanto improbabile fondale, viene mediata da un capretto che Tharlo decide di posare in grembo alla donna, finalmente a suo agio in questa paradossale commistione di civiltà.
Pema Tseden presenta un'opera tutt'altro che ingenua, costruita con rigore e compostezza formale, in cui uomini e oggetti fanno parte di un costrutto simmetrico ben delineato: uno schema chiuso che contrasta con la fuggevole teorizzazione del cambiamento.
La scelta registica di realizzare un'opera in bianco e nero si scopre così di altissimo valore espressivo, nei contrasti marcati dei campi lunghissimi e nella totale assenza di movimenti di macchina, il tentativo, formalmente impeccabile, riesce a rappresentare lo stridere invisibile del cambiamento sociale, vissuto da un popolo inconsapevole.
La perfezione, quasi aurea, della composizione e, insieme, l'impossibilità di placare il processo graduale di transizione e distruzione della tradizione, creano a loro volta un ulteriore contrasto in cui Tharlo è sempre coinvolto, anche se il più delle volte a margine dell'inquadratura, parafrasi visiva della condizione del paese.
Nella convivenza tra il vecchio e il nuovo, lo spaesamento e la conseguente perdita di sensibilità dei personaggi, ammaliati e irrimediabilmente confusi, si nasconde il dramma di questo apparente regime di libertà, caratterizzato dal gretto individualismo, in cui l'innocenza dello sguardo è destinata ad annebbiarsi e annegare in lunghi sorsi di grappa, bevuti per non pensare a un male che divora dall'interno.

Davide Antonio Bellalba 10/09/2015

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